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La città di Goito appartiene a: Regione Lombardia - Provincia di Mantova

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Castello dei Gonzaga e Cinta Murarie (Resti)

Nome Descrizione
Indirizzo Piazza Giacomo Matteotti, 27
Già prima di diventare Signori di Mantova i Gonzaga vivevano tra gli svaghi e gli ozi campestri nella loro "Contea di Marmirolo", nel cuore della quale si erano fatti costruire un massiccio palazzo, irto di torri ma allietato da leggiadre bellezze interne. Tale palazzo antico era circondato dalle acque del «RE DEI FOSSI» oggi denominato semplicemente « RE » che avevano funzione di rafforzarne la difesa secondo l'uso del tempo. Quando, però, la potente famiglia poté giungere alla Signoria di Mantova, il vecchio edificio non parve più adeguato alla nuova dignità principesca. Fu allora che si pensò alla costruzione di dimore che potessero meglio appagare la smodata ambizione gonzaghesca, non mai smentita nell'interrotto dominio di quasi quattro secoli. Sorsero così ville e palazzi in tutti i punti del loro vastissimo territorio.
Fin dal 1460 il Marchese Ludovico aveva fatto costruire in Goito un bel Palazzo aggiungendovi un vasto Parco e Francesco verso il 1500 lo abbellì di pitture e decorazioni popolando il Parco di numerosissimi e svariatissimi animali selvatici. Divenne poi questa la residenza preferita del Duca Guglielmo ch'egli rese magnifica secondo i suoi gusti personali. Benché compiuta negli ultimi anni della sua vita (1584-85-86-87), l'opera riuscì un gioiello d'arte, che nulla ebbe da invidiare alle più rinomate ville dei Gonzaga sparse in quasi tutti i punti del loro vasto territorio. Economico par suo, per non dire avaro, Guglielmo volle usare una magnificenza attalica, profondendovi l'ingente somma di trecentomila scudi d'oro. Tale cifra è accettabile perchè la floridezza economica del Casato toccò l'apice sotto il suo governo.
Nonostante le numerose spese per una corte che contava un migliaio di persone, e pur con le grandiose costruzioni, Guglielmo aveva nei suoi bilanci annuali un avanzo medio di circa cinquantamila ducati e, alla sua morte, pare vi fossero nel « Camerino ferrato di Cortevecchia » due milioni d'oro in contanti ! Non fa meraviglia, quindi, che egli ne spendesse a profusione per il Castello di Goito, cioè per un'opera che doveva rappresentare l'apoteosi di Mantova e dei Gonzaga.
Gian Battista Intra ce ne ha lasciato una fedele minuta descrizione.
« Già sono in moto architetti, capomastri, muratori, falegnami, vetrai, già si invitano a lavorare pittori, stuccatori, doratori, già si provvedono a Venezia damaschi, arazzi, specchi ; si cercano nelle lontane regioni dell'Asia e dell'America, che appena allora si scoprirono, piante, fiori, animali, uccelli, pesci per i giardini, per il parco, per le fontane... ».
Dopo queste poche battute di stile barocco, che ci lasciano intravvedere sullo sfondo il formicolio di tanta gente qui convenuta da diverse parti e pronta ai cenni del Gonzaga, Gian Battista Intra prosegue le sue memorie con uno stile sobrio, quale si conviene a una fedele narrazione storica. « Sotto il nome di Castello di Goito, si comprendono le fortificazioni del Borgo, la rocca propriamente detta, il palazzo e il gran parco ; di tutto l'insieme abbiamo nell'archivio Gonzaga un tipo disegnato nel 1706 da Domicilio Moscatelli - Battaglia, prefetto delle fabbriche ducali ». Le fonti cui dice di attingere l'Intra sono : La descrizione in data 25 gennaio 1537 lasciata dal testimone oculare Giusti di S. Benedetto, le lettere dei segretari e agenti del Duca e quelle degli architetti e pittori.
Con la Dinastia dei Gonzaga finirono anche parecchi dei loro monumenti artistici, tra cui la famosa Villa di Goito.
E' vero che gli avvenimenti spiccioli, per grandi che siano, sono minimi proiettati nel tempo. Ma al solerte amatore della propria terra, non può e non deve sfuggire la scomparsa di quello che fu il patrimonio artistico dei suoi avi. Le nostre cose sono così legate al nostro animo che non possiamo vedercele inabissare senza lacrime di rimpianto.
Basterebbe il tempo a picconarcele gradatamente, ma al tempo deve dar mano anche la più crudele manifestazione dell'odio che cova e ribolle nei cuori umani : la guerra. E ogni qualvolta la guerra estese i suoi tentacoli distruggitori fino alla nostra terra, Mantova dovette sempre piangere la perdita inesorabile di qualcuna delle sue insigni opere d'arte.
Perdite inesorabili, diciamo, perchè era più grande nella nostra città e nei suoi territori la profusione dei monumenti e delle sublimi creazioni del genio, che non poteva il turbine delle armi abbattersi sulla terra virgiliana senza rovinare, più o meno irreparabilmente, quel grandioso patrimonio artistico di cui essa era gelosa custode.
Comunque, al tempo che fatalmente avrebbe compiuto la sua opera distruggitrice nella villa gonzaghesca di Goito, si aggiunse anche la guerra a infliggerle colpi mortali e ad accelerarne la rovina. Gioiello d'arte e di bellezza, come appare dalla descrizione lasciataci da Gian Battista Intra, questa villa, formata da un complesso di edifici, fu tanto ammirata che attirò l'attenzione dei grandi e rappres

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