Visitare Goito: cosa vedere

APPUNTI GOITESI:
La comunità Goitese si presenta agli occhi del turista attento come un vero e proprio Parco Storico, che si sintetizza nella formula "Dai Longobardi ai Lombardi": un percorso ideale, che va dagli originari insediamenti abitativi Longobardi ai più recenti insediamenti Lombardi. Il suddetto excursus ideale implica una sempre più approfondita conoscenza degli accadimenti storici che hanno plasmato le tradizioni, le abitudini e il patrimonio valoriale della nostra comunità, a partire dai primi agglomerati alto medievali, sino a giungere allo splendore dei Gonzaga, alla gloriosa epopea risorgimentale e alla attuale industriosità dei Lombardi. Goito si colloca in un paesaggio di media e bassa pianura, disegnato nel tempo dal Mincio e dominato ancora da strade campestri, canali, rogge, filari e siepi. La presenza della necropoli Longobarda posta lungo la strada Mussolina di Sacca di Goito (che ha consentito il recupero di numerosi e importanti reperti archeologici); la presenza di varie chiese parrocchiali, Goito, Cerlongo, Solarolo, Vasto; le Chiese campestri di Massimbona e San Lorenzo, gli Oratori di Mussolina, Sacca, Maglio, Bardellona, Bell'Acqua e dell'Angelo Custode, tutti costituiscono importanti tasselli di un prezioso mosaico che rivendica di essere condiviso a livello locale, Provinciale, Regionale, Nazionale ed Internazionale. In quaesto scenario spiccano numerose vestigia del passato: le torri civiche di Goito e Solarolo, il Castello dell'Incoronata, il Vecchio Mulino, la Rocca Medioevale, alcune corti ben conservate, un'intricata rete di percorsi ciclo-pedonali lungo le arcadiche rive del Mincio, che collegano Goito al lago di Garda. La futura valorizzazione di corte "Bonmercato" (già in massima parte completata), di Villa Giraffa (anch'essa in massima parte ristruitturata), della biblioteca Comunale (ultimati nell'anno 2015 i lavori), della scuola di Musica e di un museo storico-ambientale, promuoveranno ulteriormente il patrimonio storico-culturale e paesaggistico di Goito, nel più ampio contesto regionale ed Europeo, alla luce anche delle gloriose pagine Risorgimentali scritte a Goito come ci ricordano i monumenti a Vittorio Emanuele II, al Bersagliere, al Granatiere, all'Artigliere e le relative annuali solenni commemorazioni. Pertanto, il ruolo incisivo di Goito nel circuito turistico Nazionale ed Estero, contribuirà a definire il concetto stesso di civiltà, in una società globale, nella quale è sempre più indispensabile preservare la propria identità, evidenziando la vitalità qualificante dell'operato dell'uomo nel proprio habitat naturale sin dai tempi più antichi, senza mai compromettere il delicatissimo legame che lo unisce all'ambiente circostante.


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Sono numerosi i palazzi, le chiese ed i luoghi di interesse da visitare a Goito. Goito si trova nel cuore del Parco del Mincio a testimonianza delle caratteristiche naturali e ambientali di valorizzazione delle valli del Fiume Mincio. 
Ponte della Gloria

Cosa vedere a Goito? Se volete visitare Goito in una giornata o in un weekend, un buon itinerario di visita è quello che inizia con l’ingresso nel centro storico dal Ponte della Gloria, da cui è possibile ammirare il defluire delle acque del fiume Mincio con i suoi giochi d’acqua e la frastagliata fisionomia del Fiume Mincio tra il vecchio Mulino e il diversivo "Canale Naviglio". Di seguito alcuni disegni storici raffiguranti la progettazione del primo ponte sul Fiume Mincio e la planimetria storica del vecchio Mulino sempre sul Fiume Mincio

 



Fiume Mincio, Vecchio Mulino, Naviglio

Di fronte al ponte il Monumento del Bersagliere che raccoglie attorno a se momenti di gloria storici e subito dietro la meravigliosa Villa Giraffa.

Monumento Bersagliere, Villa Giraffa

A poche decine di metri si entra in Piazza Sordello, con i suoi secolari platani che hanno vissuto l’evolversi della storia locale e che introducono alla piazza principale del paese Piazza Antonio Gramsci, dove si notano soprattutto l’antica Torre civica, il Municipio e il Cinema/Teatro comunale.

Piazza Antonio Gramsci, Torre civica, Municipio, Cinema/Teatro

Proseguendo lungo la via principale del paese (Via XXVI Aprile) ci si ritrova nell’altra piazza del paese, Piazza Giacomo Matteotti, con i suoi giardini che anticipano la Basilica minore dedicata alla "Madonna della Salute in San Pietro in Vincoli" con a lato la caratteristica costruzione di proprietà della famiglia Moschini per la maggior parte dimora delle famiglie dei dipendenti che lavoravano all’interno del Parco Moschini e fungeva inoltre come portineria della villa.

Piazza Giacomo Matteotti

A lato della piazza Giacomo Motteotti la strada Torre che conduce ad una straordinaria visuale: sulla destra il fiume Mincio e sulla sinistra il Parco Moschini, dominato sul fondo dall’imperiosa Villa Moschini.

Villa e Parco Moschini

A ridosso del fiume Mincio si possono notare gli ex lavatoi pubblici (ora attracco canoe) e la vegetazione che conduce alle limpide acque con i suoi cigni e anitre selvatiche. Un sentiero costeggia il Fiume Mincio in entrambe le direzioni per molte centinaia di metri. Ritornando verso il paese lungo la sponda del fiume, balza subito all’occhio la cosiddetta "Piazzetta della Rocca", testimonianza dell’antica villa di Goito e delle mura di cinta che proteggevano l’abitato. Proseguendo si possono notare gli antichi confini perimetrali (vecchie mura) fino a giungere al Mulino che fungeva da lavorazione granaglie.

 

Piazzetta della Rocca

Il percorso a lato del fiume Mincio prosegue ancora tra canneti, giardini e boschetti, dove non è difficile incappare in pescatori e sportivi. 


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IL PERCORSO CICLOTURISTICO MANTOVA - PESCHIERA: CLICCA QUI

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PECULIARITA' PRESENTI SUL NOSTRO TERRITORIO

- CASEMATTE (comunemente volgarmente definite Trincee)
- LAGHETTI PESCA SPORTIVA - EX CAVE
- SORGENTI/POZZI

CASAMATTA (TRINCEA)

Sono tuttora ben visibili ed alcune addirittura accessibili le Casematte presenti sul nostro territorio. La tradizione volgare vuole che siano classificate trincee, ma la differenza è sostanziale:
Trincea è un'opera di fortificazione campale a cielo aperto, cioè è uno stretto fossato scavato per circa due metri di profondità e altrettanti di larghezza e protetto da un parapetto creato con il materiale di riporto. La trincea fu largamente usata nella prima guerra mondiale per scopi bellici o per semplici spostamenti. Il soldato era protetto dai proiettili del nemico ma in quei "corridoi" si viveva una vita a contatto costante con la morte. Spesso le trincee erano coperte da filo spinato e avevano delle fenditure nel terreno dove si appoggiavano fucili e mitragliatrici.

 

 

 

 

Casamatta è un'opera di fortificazione in cemento armato munita di due o più entrata/uscita. Sul nostro territorio la casamatta aveva l'unico scopo di costituire dei posti di osservazione fissi protetti, rivolti principalmente verso punti sensibili da controllare, come ad esempio: confini, strade e vie importanti, ponti, canali irrigui e di scolo importanti, zone di raccolta miliziani, polveriere, magazzini generi alimentari e vestiario, ecc.. Le casematte presenti sul nostro territorio sono state quasi tutte realizzate durante l'ultimo conflitto mondiale. Sono poche quelle invece che risultano costruite durante la prima grande guerra (vedi foto casamatta situata in Via San Giovanni Bosco - Goito). Nella realizzazione di questi sistemi d'osservazione protetti, soprattutto l'urgenza nel realizzarle, ne impedì la buona riuscita; infatti per la modica quantità di calcestruzzo e di ferro disponibili, le casematte risultarono carenti e spesso non rispondenti alla bisogna. Le entrate/uscite delle casematte venivano orientati verso i punti sensibili sopra descritti ed erano abilmente mascherate alla vista in quanto protette da vegetazione molto folta; erano disposte a caposaldo in corrispondenza dei sopra descritti punti sensibili e soprattutto, la maggior parte, in modo da fornire una reciproca assistenza. Per quest'ultimo caso alcune erano dotate di lunghe gallerie sotterranee intercalate da ampie camere di sosta/rifocillamento/depositi. La costruzione delle casematte erano concepite in un ambito organizzativo molto ampio e ben sviluppato, che faceva parte della cosiddetta "ORGANIZZAZIONE TODT". Fritz Todt, ingegnere ed uomo politico tedesco, durante la Seconda guerra mondiale, creò un'organizzazione per il reclutamento dei civili (coloro che per i più svariati motivi non potevano partecipare militarmente al conflitto) al fine di avviarli al lavoro forzato e per ridurre il formarsi di gruppi partigiani e di conseguenza il numero d'attentati che avrebbero potuto effettuare. La sua divenne un'organizzazione ausiliaria delle forze armate tedesche per la costruzione per l'appunto di fortificazioni, strade, ponti, aeroporti, ripristino di opere idrauliche, elettriche, ecc.. Todt, sviluppò tecniche costruttive innovative per l'epoca, che prevedevano l'uso di sistemi di standardizzazione nella produzione e nella costruzione, e l'impiego di elementi prefabbricati in calcestruzzo armato (a lui la creazione del cemento armato prefabbricato precompresso). La fondamentale caratteristica dell'Organizzazione Todt era di assicurare la cooperazione fra l'industria costruttiva tedesca, che si assumeva il lato tecnico, attraverso imprese di costruzioni locali, ed il Governo tedesco, che forniva due elementi fondamentali: la manodopera e i materiali. Questo tipo di accordo fu messo a punto da Todt nel corso del 1938, per portare a termine soprattutto la costruzione della linea Sigfrido. Questo impegno sinergico di industria privata, e Governo, si rivelò così funzionale da mantenere l'Organizzazione Todt, che era formata temporaneamente per costruire la rete autostradale tedesca, quale struttura permanente. Nel 1944 l'Organizzazione Todt (che nel frattempo era morto in seguito ad un dubbio incidente aereo l'8 febbraio 1942) poteva contare su più di 1.360.000 impiegati, e circa 13 milioni di civili ai lavori forzati. L'opera più importante era la costruzione della Mittlewerk (la più grande fabbrica sotterranea nel mondo) la produzione di missili e motori piani, ed almeno sei fabbriche sotterranee con il decollo e strisce di atterraggio (Nordhausen).
Sono diverse le casematte facilmente individuabili ed alcune accessibili sul territorio di Goito, ad esempio:
- n. 1 a Sacca nei pressi della Corte Bassa (Foglio n. 70 Mappale n. 71/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- n. 3 tra Goito e Sacca nei pressi della Corte Casale lungo il percorso ciclopedonale in fregio al fosso di scolo "Caurina" (Foglio n. 45 Mappale n. 63/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- n. 2 a Goito nei pressi del Campo di Tamburello in Via San Giovanni Bosco (Foglio n. 44 Mappale n. 51/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- n. 1 a Goito nel giardino pubblico denominato "Bosco del Volto" in Via Giovanni Zambelli nei pressi del Cimitero locale in fregio alla ex Strada Statale "Goitese" (Foglio n. 29 Mappale n. 6/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- n. 1 a Goito nei pressi della Casa di Riposo "Villa Maddalena" in Via Cesare Battisti lungo la Costa Alta (Foglio n. 28 Mappale n. 81/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- n. 1 a Goito nei pressi della Corte Sacchetta in Strada Pedagno a fianco della Via Mozart (Foglio n. 43 Mappale n. 551/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- n. 4 tra Torre e Falzoni nei pressi della "Corte Alta" in Strada Lorenzina/Costa lungo la Costa Alta (Foglio n. 17 Mappali nn. 97/parte e 18/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

Alcune foto di casamatta presenti sul nostro territorio:

CASAMATTA Goito - zona Pedagno - Via San Giovanni Bosco, 16
(Foglio n. 44 Mappale n. 51/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale) - un tipico esempio di casamatta realizzata durante il primo conflitto mondiale

 

 

 

 

 

 

 

CASAMATTA Goito - zona "Bosco del Volto" - Via G. Zambelli
(Foglio n. 29 Mappale n. 6/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale) - realizzata durante l'ultimo conflitto mondiale

 

 

 

 

 

 

 

CASAMATTA Goito - zona "Fontanina" - Via C. Battisti
(Foglio n. 28 Mappale n. 81/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale) - realizzata durante l'ultimo conflitto mondiale 

 

 

 

 

 

 

LAGHETTO (EX CAVA)

 Il laghetto (ex cava) è un’area un tempo destinata a cava di sabbia e ghiaia, localizzata di solito vicino all’orlo di erosione fluviale del livello fondamentale della pianura. Il laghetto si è formato in quanto l’attività estrattiva, da tempo dismessa, si era sviluppata nel corso dell’attività degli scavi dall’esistente originaria quota piano campagna a quota sotto falda creando appunto il laghetto. Si tratta perciò, nella maggior parte dei casi, di un’area di origine antropica estranea al contesto paesaggistico che la circonda. In alcuni casi si possono notare lievi interventi che hanno riguardato la sistemazione delle scarpate e delle sponde con mezzi meccanici e accumulo di materiali consolidanti. Il recupero delle ex cave dovrebbe avere una finalità tale da garantire una corretta rinaturalizzazione dell’area, al fine di assicurare l’insediamento di una copertura vegetale permanente attraverso l'impiego di tecnologie di intervento "a bassa intensità", volte a promuovere l'insediamento in un primo tempo di una fitocenosi non eccessivamente evoluta, che favorisca l'avvio di dinamiche successionali. Gli obiettivi prioritari del recupero ambientale sono:
stabilizzazione, rimodellamento e rinaturalizzazione delle scarpate;
rimodellamento e rinaturalizzazione delle sponde dei laghetti di falda;
mitigazione del rischio di trasferimento di inquinanti in falda, attraverso una corretta sistemazione di fossi di guardia.
Un rimodellamento delle sponde del laghetto di cava permette interventi di stabilizzazione delle scarpate introducendo una gradonatura intermedia ed utilizzando, laddove ve ne è la necessità, opere di ingegneria naturalistica per il consolidamento delle scarpate, che saranno oggetto di interventi di rivegetazione, in modo da costituire lungo tutte le aree acclivi una fascia boschiva, costituita da piani strutturali diversi. Le sponde dei laghetti dovrebbero essere oggetto di interventi di rimodellamento morfologico volti a migliorarne l’aspetto percettivo e le potenzialità di fruizione ad al contempo permettere la costituzione di ambienti differenti in grado di incrementare i caratteri complessivi di naturalità della zona. Come già detto, attualmente la maggior parte dei laghetti ex cava si configurano come aree almeno in parte degradate, residuo dell’attività estrattiva, in cui la maggior parte della superficie è costituita appunto dagli specchi d’acqua e da terreno nudo. Si tratta di una profonda modificazione morfologica del territorio, estranea al contesto paesaggistico. Il riuso dell’ex cava e delle aree adiacenti dovrebbero essere inseriti in un progetto di recupero ambientale e paesaggistico, come la sistemazione delle scarpate e dei laghi di cava, l’incremento delle superfici coperte da vegetazione, l’eterogeneità degli ambienti, l’uso di specie autoctone, la scelta di tipologie costruttive integrate nel contesto, costituiscono, pur non essendo in grado di ripristinare i caratteri del paesaggio preesistenti, un oggettivo miglioramento della qualità paesaggistica dell’area. I segni dell’attività passata non possono essere eliminati ma quanto sopradescritto propone la revisione in un’ottica di attività ricettiva compatibile con il contesto paesaggistico presente. allegata una lettera di intenti in cui si conferma la volontà di procedere con l’intervento descritto.
Sono numerosi i laghetti (ex cava) presenti sul nostro territorio, ad esempio:
- SAN PIETRO (Marsiletti - ex Strada Statale "Goitese")
- PIOPPETTE (Strada Pioppette)
- MELOGRANO (Marsiletti - Via Togliatti)
- MAGLIO (Strada Maglio)
- CASELLA (Strada Calliera-Sacca)
- SACCA (Strada Sacca)
- CERLONGO (Strada dei Colli)
- SERENO (Strada Sereno)
- BELL'ACQUA (Sacca - Strada Bell'Acqua)
- MINCIO (Sacca - Mincio/Diversivo)

Alcune foto di laghetti (ex cava) presenti sul nostro territorio:

LAGHETTO (EX CAVA) situato in Frazione Sacca lungo la Strada Provinciale Sacca (Foglio n. 68 Mappale n. 84/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale)

LAGHETTO (EX CAVA) situato in Frazione Sacca nei pressi della Corte Bassa (Foglio n. 70 Mappali nn. 70/parte e 71/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale


 

 

 

SORGENTI
Una sorgente è la venuta a giorno naturale d'acqua sotterranea, praticamente il punto d'inizio di un corso d'acqua. L'elenco delle sorgenti sottostanti sono di carattere perenne, cioè hanno la caratteristica di non estinguersi mai durante l'anno, anche se possono subire notevoli variazioni di portata. Le sorgenti presenti sul nostro territorio sono sorgenti fredde (temperatura superiore alla media esterna e comunque non superiore a 20°C).
Invece in località Mussolina nella Frazione di Sacca, è presente un pozzo geotermico realizzato casualmente dall'uomo (si era alla ricerca da parte dell'ENI di idocarburi-petrolio), della profondità di alcune migliaia di metri, che si può definire sorgente acrotermale (temperatura superiore a 50°C). A parte quest'ultimo caso, la causa idrogeologica delle sorgenti perenni presenti sul nostro territorio, che determinano la venuta a giorno delle acque, è di deflusso semplice o d'impregnazione in relazione all'emersione di acque di imbibizione di masse rocciose litologicamente omogenee e permeabili nelle zone superficiali e impermeabili in profondità.
Sono diverse le sorgenti facilmente individuabili e visibili sul territorio di Goito, ecco un elenco parziale:
- SORGENTE "FONTANINA" (con caratteristico manufatto a forma di cupola in calcestruzzo e materiale sassoso al suo interno e resti di pilastrini di sostegno in pietra per canalizzazione sopraelevata a cielo aperto, sempre in pietra, in direzione centro abitato Goito - Piazza del Municipio e Piazza della Chiesa) a Goito nei pressi della Casa di Riposo "Villa Maddalena" in Via Cesare Battisti a lato delle mura di cinta "Parco-Villa Moschini". L'originaria fonte è stata negli anni '90 stravolta (fuoriesce sul lato opposto stradello "Fontanina") a causa di interventi di sistemazione agraria svolti più a monte (Foglio n. 28 Mappale n. 81/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- SORGENTE "FONTANONE" (all'interno di vecchio rustico in proprietà privata) a Sacca nei pressi della Casa Rossa in Strada Sacca all'inizio della Frazione provenendo da Goito.
Anche quest'antica fonte è stata negli anni '90 stravolta (fuoriesce a ridosso di manufatti in cemento armato realizzati per il costruendo scolmatore Galdone/Mincio - tratto Corte Mussolina/Corte Casale) (Foglio n. 69 Mappale n. 31/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- SORGENTE "SERENO" a Torre nei pressi dell'ex pesca sportiva in Strada Lorenzina/Costa lungo la Costa Alta vicino alla Corte "Sereno" (Foglio n. 15 Mappale n. 30/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- POZZO GEOTERMICO "RODIGO 1" (all'interno del centro natatorio/termale/florovivaistico/ittico in propietà privata) a Sacca in Strada Mussolina: realizzato alla fine degli anni '70. Il pozzo denominato "Rodigo 1" è ubicato in prossimità della Cascina Mussolina, nel punto di coordinate 1° 48' 21",5 W M. Mario, e 45° 13' 44" N.. Il pozzo ha raggiunto la profondità finale di m. 5.312. Il pozzo "Rodigo 1" non ha riscontrato alcun indizio di mineralizzazione ad idrocarburi. Nell'ambito della serie terrigena esso risulta interessato da acqua dolce fino a m. 465, indi ad acqua salata. La serie carbonatica mesozoica, il cui top è stato riscontrato a m. 2.918, e che costituiva l'obiettivo del sondaggio, è risultata completamente invasa da acqua dolce. La prova eseguita sul pozzo nell'intervallo aperto tra m. 3.915 a m. 4.017 ha dato: temperatura tra 63,5°C e 65,2°C - portata acqua massima provata 1.980 mc/g (82,5 mc/h) - temperatura di testa 56°C. Dopo il risultato della prova di produzione, il pozzo è stato completato ed è in grado di produrre acqua dolce. La produttività del pozzo è stata stimata in mc/h 80 circa. Nel corso della prova di produzione sono stati prelevati campioni d'acqua per l'effettuazione di analisi chimche. Tali analisi hanno permesso di stabilire che l'acqua dal pozzo "Rodigo 1" pur avendo un tenore superiore al limite in ferro totale e cloruri, può essere ritenuta potabile. L'acqua, tenendo conto della temperatura, può essere utilizzata anche per usi agricoli ed industriali, inoltre con opportuni accorgimenti per abbattere la temperatura e per eliminare i solidi in sospensione, l'acqua può essere scaricata nei corsi d'acqua. - Dati reperiti grazie all'ausilio del Responsabile Settore Risorse Geotermiche Ing. Luigi Baulino di AGIP s.p.a. San Donato Milanese (Foglio n. 63 Mappale n. 77/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale);
- SORGENTE "BARDELLONA" lungo la Strada comunale Torre, poco prima della Corte Bardellona sul lato destro in direzione Pozzolo, e più precisamente nei pressi della doppia curva (Foglio n. 18 Mappale n. 17/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

Alcune foto di sorgenti presenti sul nostro territorio:

SORGENTE FONTANINA a Goito in Via Cesare Battisti (Foglio n. 28 Mappale n. 81/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale)









POZZO GEOTERMICO MUSSOLINA-SACCA "RODIGO 1" (Foglio n. 63 Mappale n. 77/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale)

 

 

 

 

 

SCENDI LUNGO IL FIUME MINCIO IN CANOA E CONTEMPLA LE SUE MERAVIGLIE
(osserva le diverse tappe da MASSIMBONA a GOITO)

DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA OFFERTA DAL SIG. FRANCO TURCATO

 

 

1706 Mappa Moscatelli 1-001
1706 MAppa Moscatelli 2-001
1757 Baschiera 2-001
1757 Baschiera-001
1788 Parco di Goito-001
1789 Mulino Cerlongo 1-001
1789 Mulino Cerlongo 2-001
1789 Mulino Massimbona-001
1789 Mulino Nuovo-001
1789 Vecchio Mulino-001
Bicicletta
Camper
Chiesa Massimbona
Corso del Naviglio-001
Corte Bardellona
Corte Bardellona2
Corte BellAcqua di Sopra
Corte Bertoi
Corte Bertone Colarina
Corte Brolazzo
Corte Campagnina
Corte Catapane
Corte Gazzo
Corte Grande
Corte Merlesco
Corte Mussolina
Corte Pasquetta
Corte Ponte
Corte Ronziolo
Corte Sacchetta
Corte Villabona
esondazione Fiume Mincio
ex asilo 2 Goito
Facciotto mappa Goito fine 1500-001
Facciotto pianta castello Goito-001
Facciotto progetto fontana parco Goito-001
Facciotto progetto strada da MN a Goito-001
Fiume Mincio
Fiume Mincio e Vecchio Mulino Goito
fortezza_di_Goito_nel_1757
inaugurazione Monumento ai Caduti Piazzale S. Pio X Cerlongo
inaugurazione Monumento Aquilone
inaugurazione Scuole S. Lorenzo
inaugurazione Scuole Vasto
interno Chiesa Goito
interno sala pranzo Villa Giraffa
Laghetto pesca 7
lavandaie-lavatoio pubblico Goito
Lungo Mincio Arimanni Goito
Lungo Mincio Marconi Goito
mappa Goito ASMI-001
mappa Goito ASMI2-001
mura di Goito-001
P1070684-001
P1070685-001
P1070687-001
P1070697-001
Parco Bertone
parco giardino Villa Giraffa
parco Villa Moschini
Piazza Antonio Gramsci e vecchio monumento ai Caduti Goito
Piazza Cavallerizza
Piazza Franco Marenghi e Chiesa Maglio
Piazzale S. Pio X Cerlongo
platani Piazza Sordello Goito
Ponte della Gloria 2 Goito
Ponte della Gloria Goito
ponte di Goito 4-001
Ponte di Goito-001
ponte Goito 2-001
ponte Goito 3-001
processione 2 Madonna della Salute
processione Madonna della Salute
quercia Sacca
ricostruzione Ponte della Gloria Goito
Scuole 2 Sacca
Scuole Massimbona
Scuole Sacca
Scuole Torre
Statale Goito
Tappa_n.1
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Tappa_n.3
Tappa_n.4
Tappa_n.5
Tappa_n.6
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Tappa_n.9
tombamento fosso Moschini Goito
Torre civica 2 Solarolo
Torre civica Solarolo
Trincea Corte Bassa Sacca
Vecchio Mulino e Vecchio Asilo Goito
veduta aerea Goito e Piazzale Cavallerizza
veduta dal Fiume Mincio verso Villa Giraffa e futuro Piazzale Bersagliere
vendita torta tedesca panificio Corridori
Via Chiesa e Piazzale S. Pio X Cerlongo
Via XXVI Aprile Goito
Villa Moschini
Villa Moschini 2
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Visitare Cerlongo: cosa vedere

(notizie fornite gentilmente dai Sigg. FLORIANI GIANCARLO e CAMPOSTRINI IRIS)

Visualizza Cerlongo dall'alto: CLICCA QUI

Sono numerose le costruzioni interessanti (palazzi - torri - castello - chiesa - monumento - ponte) da visitare a Cerlongo. Cerlongo di Mantova si trova lungo l'arteria (ex Strada Statale "Goitese" 236) ora Strada Provinciale, che collega Mantova a Brescia.

Piazza S. Pio X° e Castello o Villa Magnaguti


Cosa vedere a Cerlongo di Mantova? Innanzitutto la grande Piazza intitolata a S. Pio X°, a lato della Strada Provinciale "Goitese", con a fianco un vecchio edificio privato con la caratteristica Torre (un tempo definita "Albergo"), ora in stato di abbandono; poi proseguendo, dopo alcuni fabbricati privati, fino allo splendido cosiddetto "Castello/Villa Magnaguti" con l'attigua ex chiesetta (ora di proprietà privata) dedicata al santo locale e patrono "S. Giorgio martire".
Il castello ora è adibito a sedi civiche locali diverse e al suo interno si possono ammirare numerose stanze affrescate su più piani ben mantenute, mentre il sotterraneo, anch'esso ben conservato, è costituito da travature portanti in legno e antica pavimentazione in piastrelle di cotto. Il corridoio principale d'ingresso si affaccia sul meraviglioso parco interno. Il parco è circondato da alte mura e vi sono numerose piante secolari con sottostanti spazi delimitati che un tempo erano destinati ai signori conti che vi trovavano refrigero e riparo durante il periodo estivo. Fino a qualche decennio fa la chiesetta proteggeva la reliquia di "S. Giorgio martire" che lo rappresentava; ora questi oggetti si trovano nella nuova chiesa parrocchiale nel centro dell'abitato (Foglio n. 9 Mappale n. 376/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

Chiesa parrocchiale e campanile

 

 Attraversando la Strada Provinciale "Goitese" e percorrendo la via principale del paese (Via Chiesa) si giunge al termine sulla destra al sagrato e alla chiesa dedicata al santo patrono "S. Giorgio martire" (vedi voce chiese) con al suo fianco l'altissimo campanile con alla sua sommità i quadranti dell'orologio e le campane (vedi voce chiese) eretto dai cittadini di Cerlongo per il loro santo in soli 3 mesi e inaugurato il 22 novembre 1952 sullo spazio un tempo occupato dal vecchio campanile (Foglio n. 9 Mappale n. 325/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

Monumento ai caduti




 A lato della chiesa parrocchiale si può notare il Monumento ai Caduti di Cerlongo (vedi voce monumenti) realizzato il 18 giugno 1922 e che si trovava inizialmente nella Piazza S. Pio X°, con in cima la Madonna e il Bambino Gesù. Inizialmente sulla sommità era posta una grande aquila in bronzo, poi trafugata. Ritornando sulla Strada Provinciale "Goitese" in direzione Brescia, percorsi un centinaio di metri sul lato destro, si giunge al vecchio "Ponte dei Sospiri" (con antica, robusta e caratteristica struttura in pietra e cotto, ma che ora è stato rinforzato nascondendo alla vista l'originaria struttura) che da il nome alla via e che è posto poco prima dell'antico mulino sul "Canale Caldone" ora adibito ad abitazione privata (Foglio n. 6 Mappale n. 73 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).   

Pertanto il turista, studioso, interessato, curioso può trovare a Cerlongo di Mantova frammenti di storia e di forte attaccamento alle proprie origini e alla propria terra da parte dei Cerlonghini.

Uno spaccato dell'attaccamento e la dedizione al proprio paese: alcune poesie in "vernacolo" del Sig. FLORIANI GIANCARLOCLICCA QUI

 


 

Visitare Solarolo: cosa vedere

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Il paese si trova distante poco più di 6 Km. dal capoluogo, lungo la Strada Postumia svoltando per Ceresara. Solarolo occupa la porzione sud-ovest del Comune di Goito ai confini con Ceresara e Rodigo. L'area di pertinenza è di circa 14 Kmq..

CENNI STORICI:
Solarolo era ed è sicuramente favorito commercialmente tramite la Via Postumia, l'antica strada consolare romana, costruita dal console "Spurio Postumio Albino" nel 148 a.C.: strada che da Genova giungeva fino ad Aquileia.
I primi abitanti avevano fondato già nel II° e III° millennio a.C., nell'età del bronzo, un villaggio di capanne nella zona leggermente rialzata situata tra l'incrocio di Strada Cà Bianca con Strada S. Maria e la Corte Castenedolo.
Ai piedi di quest'area leggermente rialzata scorreva un corso d'acqua sorgiva che si snodava fino a confluire nello scolo "Corgolina".
I reperti rinvenuti nell'area testimoniano di una comunità primitiva numerosa essendo il villaggio esteso su oltre 30 ettari.
Nei canali di scolo sono state rinvenute traccie di focolari, mentre in superficie sono stati raccolti molti reperti fra selci e cocci di vasellame dell'età del bronzo, resti di ossa, unghie di animali e corna di cervi.
Altri reperti simili sono stati rinvenuti tra le lo scolo "Solfero" e la Strada Provinciale a circa 1 Km. dalla "Postumia".
Probabilmente erano popolazione indigene di Cenomani o Veneti ed erano popolazione dedite principalmente alla caccia e alla pesca.
Nel I° millennio a queste popolazioni si sovrapposero i Galli e molto probabilmente anche gli Etruschi.
Le testimonianze sul territorio di Solarolo parlano certamente del periodo romano, come la costruzione dell'arteria viaria principale: la Strada "Postumia".
La frazione di Solarolo si rende particolare per la lavorazione del marmo: pavimenti per Parigi, colonne con splendidi capitelli per Roma, altari per 150 chiese e conventi sparsi in ogni parte d'Italia e anche per comunità religiose dentro e fuori i confini nazionali, amboni per Padre Pio da Pietralcina.
Si parla però soprattutto di sculture, dalla scuola del "Adamo Anselmi di Cremona", con sculture soprattutto di figure umane, putti, busti voli di angeli, e il famoso "Pastorello" (acquistato dall'ex Ministro "Bottai" per il Museo d'Arte Moderna di Roma), testine di bimbi, santi, volti di Cristo, e ancora il "Battista" per la mostra di Bergamo, ritratti in marmo, gli apostoli e la "Pietà" scolpita per i Caduti di Goito.

LA TERRAMARA DI SOLAROLO la più grande in Pianura Padana (il più bell'esempio di abitato arginato: vero monumento preistorico)
La terramara è un particolare insediamento umano dell'Età del Bronzo, della Pianura Padana, costituito da un villaggio di capanne attorniato da strutture difensive (fossato, terrapieno, palizzata).Veduta aerea Terramara Solarolo
Il nome deriva da "terra - marna", intendendosi con il secondo vocabolo, un terreno ricco di sostanze organiche, conseguenza dello stanziamento di uomini e animali.
La "marna" venne utilizzata fino al secolo XVIII come fertilizzante.
Particolare del preistorico abitato arginato Terramara SolaroloLa popolazione dei terramaricolo era di sicuro non indoeuropea, ma i contatti commerciali (soprattutto di ambra) li rendeva disponibili ad influssi culturali internazionali provenienti dal centro Europa e dal Mediterraneo.
Verso la fine del loro periodo, iterramaricoli adottarono l'uso di cremare i defunti, per influsso delle culture centroeuropee.
La scomparsa dei villaggi terramaricoli nel XII secolo a.C. fu causata dal crollo della domanda di ambra nel Mediterraneo orientale, per l'interruzione dei commerci a causa delle invasioni dei Popoli del mare.
Nei secoli seguenti le terramare furono abbandonate per la formazione del sentiero pedemontano che sarà poi la via Emilia.
Altro fattore di declino fu lo spostamento della via dell'ambra, che prima passava per la Val Camonica e poi per il Tirolo, favorendo così la comparsa della civiltà atesina del Veneto.
La terramara di Solarolo è fino ad oggi la più grande mai rinvenuta in Pianura Padana.
Si tratta di un abitato terramaricolo esteso oltre 20 ettari, delimitato da argine e fossato, che al suo interno racchiude una terramara minore ed inoltre reca al centro una traccia rettangolare scura di difficile interpretazione.
La terramara di Solarolo ha talmente condizionato la morfologia Nord-Est del suo territorio, che neppure la centuriazione romana è riuscita a modificarne la pianta.
Essa ancor oggi sporge di circa 1 metro rispetto alla campagna circostante ed il suom perimetro, sottolineato da un fosso che ricalca l'andamento dell'antico fossato, è ben visibile sulla cartografia dell'Istituto Geografico Militare in scala 1 : 25.000.
Inoltre, a differenza del solito, il grande villaggio di Solarolo non è posto nei pressi di un paleoalveo, ma sembra stare su un alto morfologico (un ampio dosso) posto fra 2 antichi corsi d'acqua; pertanto il fossato perimetrale fu alimentato da un modesto corso d'acqua di cui resta una labile traccia.Reperti archeologici Terramara Solarolo
Sono stati rinvenuti reperti archeologici che vanno dal Bronzo Medio pieno (XV sec. a.C.) al Bronzo Recente evoluto (inizi XII sec. a.C.), come ad esempio: un gancio da cintura e uno spillone con testa a fuso.
La cosa più interessante è poi data dal fatto che questa immensa struttura fu costruita per ospitare oltre 2.000 individui e in buona parte non è stata antropizzata, cioè il completamento delle opere coincide con il momento critico della Civiltà Terramaricola, destinata a scomparire nell'arco di qualche decennio (Foglio n. 59 Mappale n. 114 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).



 

Sono diversi gli edifici, i manufatti e i luoghi interessanti da osservare a Solarolo:

Torre civica

 

L'antica torre civica di Solarolo datata XV° secolo sorge in un'area al limite dell'abitato. Nei pressi sono stati realizzati gli impianti sportivi comunali, mentre un tempo era parte di un'antica corte gonzaghesca ed aveva la caratteristica, che tutt'ora è possibile osservare, di piccionaia nella parte superiore. Infatti nell'ultimo settore, si notano tuttora i fori destinati appunto all'ingresso/uscita dei volatili, che all'epoca avevano il compito di veloci portatori di messaggi. La torre è a pianta quadrata tradizionale suddivisa al suo interno in 3 piani con travature originarie. Nell'ultimo piano si possono tuttora vedere le nicchie per la nidificazione dei piccioni. Nel 1988 la torre di solarolo è stata oggetto di manutenzione straordinaria, soprattutto per quanto riguarda la copertura. L'esterno è in cotto a vista. All'epoca la corte gonzaghesca era utilizzata come stazione di sosta per i cavalli e per i cavalieri di passaggio lungo la Postumia (Foglio n. 58 Mappale n. 185/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

 

 

Piazza Aldo Moro e Monumento ai caduti

Lapide caduti Solarolo 1Percorrendo la Via S. Margherita, vale a dire dopo la Torre civica e gli impianti sportivi attigui, si giunge nella piazza Aldo Moro (intitolata allo statista nel 1978) costituita da un'ampia area verde alberata, con al suo interno il Monumento ai Caduti Solarolesi durante le due guerre mondiali (vedi voce monumenti) (Foglio n. 58 Mappali nn. 175 - 134 e 147 vedi voce Sistema Informativo Territoriale)

 

 

 

Scuola

L'edificio è tipico dei primi del '900 ed è in stile liberty. Il progetto fu redatto dall'Ing. Camillo Cantoni il 1° Novembre 1910 ed approvato il 6 Settembre 1911 e successivamente collaudato il 1° Dicembre 1922 dal "Corpo Reale del Genio Civile. I lavori furono affidati all'impresa Mattioli Vinaco per contratto il 5 Dicembre 1914 e vennero dati in consegna con verbale il 15 Gennaio 1915 ed ultimati il 1° Ottobre 1915 eccezione fatta per la cancellata in ferro che successivamente fu costruita e definitivamente posta in opera il 18 Luglio 1922. Il conto finale fu redatto in data 20 Dicembre 1916 dall'Ing. Camillo Cantoni per l'importo netto di Lire 37.000,10. L'edificio possiede tutt'ora le caratteristiche architettoniche dell'epoca ed ha subito un'importante intervento di manutenzione straordinaria nel 1950. Oltre all'attuale Scuola dell'Infanzia è presente anche l'ambulatorio medico e una palestra al piano superiore (Foglio n. 58 Mappale n. 1 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

Chiesa parrocchiale

Chiesa Solarolo 1Di fronte all'edificio scolastico, divisa da quest'ultimo dalla Strada Provinciale (Strada Solarolo), si trova la chiesa parrocchiale di Solarolo dedicata a S. Margherita Vergine e Martire. La nuova chiesa risulta realizzata nello stesso luogo di quella vecchia, che era stata demolita nel 1815. La vecchia chiesa però si presentava ruotata rispetto a quella nuova, per tale motivo durante i lavori di costruzione della nuova chiesa, terminati nell'arco di 6 mesi, sono stati rinvenuti, sotto il pavimento e in parte del cortile circostante, ossa umane, a testimonianza della consuetine dell'epoca, e cioè che il cimitero era a ridosso del luogo di culto. La deposizione della prima pietra della nuova chiesa avvenne da parte del parroco Don Giacomo Gasapini il 13 Aprile 1817 e la benedizione ad opera completata il 1° Novembre 1817. Il progettista fu l'architetto Giovanni Battista Marconi e fu eretta sotto la guida del capomastro Giacomo Bovi con il concorso attivo dei locali parrocchiani. La costruzione, in pietra cotta a vista, presenta la facciata ricoperta in marmo travertino (ricopertura avvenuta nel 1937 ad opera degli artigiani locali Aldo e Romolo Venturini) fino all'altezza del cornicione, mentre la parte alta ed il campanile sono intonacati. Il rivestimento in marmo forma 5 assi: in quello centrale si apre la porta d'ingresso architravata e sormontata da una lapide riportante il periodo di realizzazione della chiesa. Lateralmente il rivestimento forma 4 specchiature: le 2 centrali ospitano delle nicchie in corrispondenza di 2 finestre ora chiuse. Al di sopra del cornicione, tra le 2 specchiature, centralmente, 1 finestra contornata da un semicerchio rilevato e poi un frontone triangolare, nel cui timpano è aperta 1 finestra circolare (Foglio n. 57 Mappali nn. 100 e 107 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

 

Palazzo Sagramoso - Guindani (proprietà privata) (Foglio n. 59 Mappali nn. 58 e 56 vedi voce Sistema Informativo Territoriale)

Il palazzo è di proprietà privata ed è situato all'angolo fra la Strada Provinciale Solarolo e la Strada Comunale Cà Bianca. La costruzione risale alla seconda metà del '700 e possiede la caratteristica di avere sul retro, al piano superiore, un deposito granaglie di ampie dimensioni. Inoltre oltre alla principale casa padronale, vi sono alloggio per il custode con annessa stalleta/rustico e grande porticato coperto sul retro per la sosta/riparo attrezzi agricoli . Proprio la particolarità del grande deposito granaglie (con silos interno distribuzione cereali) rende l'idea delle centinaie di biolche che venivano coltivate a frumento/granoturco ed altri cereali da parte dei braccianti a servizio della famiglia Sagramoso (attuale proprietario).

 

 

 

 

La costruzione originaria era stata realizzata dalla famiglia/casato "Guindani" di cui al più rappresentativo/conosciuto vescovo Mons. Gaetano Camillo Guindani (1879-1904):

GUINDANI, GAETANO CAMILLO

(Cremona, 1834 – Bergamo, 1904)

Laureatosi in teologia alla Gregoriana di Roma, insegnò dogmatica nel seminario della città natale prima di assumerne il rettorato. Fu vicario generale al tempo del vescovo Geremia Bonomelli e nel 1872 fu nominato vescovo di Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza). Nel 1879 succedette a monsignor Pier Luigi Speranza (1854-1879) sulla cattedra di San Narno. Di temperamento mite, dedito allo studio e alla preghiera, nel 1881 intraprese un’accurata visita pastorale che dovette interrompere per un anno a causa della sua salute precaria e che si protrasse fino al 1889. Visitò frequentemente le parrocchie compiacendosi di contatti diretti con i fedeli, in particolar modo la parrocchia di Ceresara/Solarolo, dove possedeva da antica data una villa/soggiorno estivo. Aggiornò il piano di studi del seminario diocesano e si prefissò di ottenere docenti di alto profilo didattico e culturale. Durante l’epidemia di colera che si diffuse nel 1884 si prodigò a beneficio degli ammalati e delle loro famiglie. Sostenne sempre ed incoraggiò le iniziative assunte dai sacerdoti e dai laici nell’ambito dell’associazionismo cattolico. Diede impulso alla stampa: nel 1880 comparve il quotidiano “L’Eco di Bergamo”, nel 1885 il settimanale “Il Campanone” e nel 1900 la rivista “Pro Familia”. Al suo tempo le liste cattoliche registrarono forti affermazioni nelle elezioni amministrative. Volle essere sepolto nel cimitero cittadino.

Ritornando alla costruzione: ora è di proprietà della famiglia/casato Sagramoso, ma è purtroppo disabitata ed abbndonata a se stessa da alcuni anni. I più anziani ricordano la famiglia Sagramoso (5 fratelli che possedevano circa 300 biolche di terreno coltivato ciascuno) come dei veri e propri "benefattori" per la comunità locale, in quanto davano lavoro a numerose famiglie, ed alcune di loro erano addirittura ospitate gratuitamente negli alloggi di servizio annessi alla villa.
I solarolesi più giovani invece conoscono i fatti più recenti che hanno visto l'antica villa oggetto di furti e atti vandalici. 

Lapide ai caduti Cimitero locale - vedi voce Monumenti (Foglio n. 60 Mappale n. 20/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

Chiesetta cimiteriale

Al suo interno il busto raffigurante "Don Giovanni De Santi" e il bassorilievo raffigurante "Don Mario Boldrini" oltre al Crocefisso: tutte opere eseguite dall'artista locale Romolo Venturini (Foglio n. 60 Mappale n. "A" vedi voce Sistema Informativo Territoriale).  

 

 

 

 

 

 

MULINO NUOVO SOLAROLO - Strada Molino Nuovo (proprietà privata): vecchia mappa planimetrica (Foglio n. 55 Mappali nn. 60 e 61 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

  

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DALLO STORICO INVENTARIO COMUNALE
(così suddiviso: denominazione ed ubicazione + descrizione sommaria + eventuali indicazioni storiche + eventuale valore capitale + localizzazione catastale)

LA FORTEZZA DI GOITO (1757):




“ALLA QUALE PER ORDINE DI S.E. IL SIGNOR CONTE CRISTIANI E DELLA REGIA GIUNTA DELLA ACQUE SONO STATI SCAVATI, E SPURGATI, LI FOSSI, RISAR CITI LI PONTI, E LA CHIUSA, AFFINE DI MIGLIORARNE L’ARIA, NEL 1757.”
 A. PORTA PRINCIPALE.
 B. PORTA DEL MOLINO.
 C. PORTA NUOVA.
 D. LA CHIESA PRINCIPALE.
 E. SS.MA TRINITA’.
 F. IL MARTINO.
 G. LI CAPPUCCINI.
 H. LA DOGANA.
 I. IL MOLINO.
 K. LO STALLAME.
 L. LA ROCCA ROVINATA.
 M. CHIUSURA CHE SI E’OTTURATA.
 N. CHIUSURA CHE SI E’ RISCUCITA.
 O. CASERME QUASI CHE ROVINATE.

LE BERTONE: LA VILLA PADRONALE, LE SCUDERIE, LE FIORIERE E IL SUO PARCO A GOITO (STORIA DEI PROPRETARI FAMIGLIA D'ARCO): (Foglio n. 75 Mappali nn. 50 - 49 - 51 e 74 vedi voce Sistema Informativo Territoriale)
Era il 30 settembre 1973 quando nel palazzo di Mantova si spegneva la contessa Giovanna d’Arco Chieppio Ardizzoni, marchesa Guidi di Bagno, figlia del conte Francesco Antonio ( che durante il ministero di Rudinì, nel 1891, fu sottosegretario agli Esteri, senatore cinque anni e morì il 7 maggio 1917) e di Maria Cantoni, nata il 5 novembre 1880.
Con lei si estingueva uno dei due rami, la linea “andreana” (da Andrea d’Arco), trapiantatasi dalla città trentina a Mantova nel 1740 dopo che Francesco Eugenio d’Arco, primogenito di Francesco Alberto e di Teresa Chieppio, alla morte dello zio, Scipione Chieppio, ereditò i beni della spenta famiglia materna. L’altro ramo, la linea “odoriciana” (da Odorico d’Arco) continua in Baviera in due rami Arco auf Valley e Arco-Zinneberg. Un altro ramo, tuttora in vita, nacque dalla linea andreana grazie al conte Giorgio (m. 1709).
La famiglia d’Arco, nominata per la prima volta in un documento del 1124 riguardante l’erezione del castello di Riva, dove si cita un “Fridericus de Archi”, probabilmente deriva dalla nobiltà tridentina di gruppo latino ed ebbe rapporti con il Barbarossa e con il principe vescovo di Trento.
Il castello di Arco fu costruito intorno al 1000 come libero allodio della comunità valligiana.
Nel 1186 i fratelli Federico ed Odorico d’Arco ebbero l’investitura dal principe vescovo Alberto.
Durante il dominio del Trentino da parte di Ezzelino da Romano la famiglia (composta da 5 fratelli) cercò una difficile politica di equilibrio.
Ma nel 1255 Trento insorse, la parte guelfa ebbe la meglio e la famiglia ottenne nuove ricompense.
Negli anni seguenti il limitato sostegno alla Chiesa trentina determinò la perdita di alcuni possedimenti, poi recuperati grazie al vescovo Filippo Bonacolsi, zio di Guido, signore di Mantova.
I rapporti con la città virgiliana si moltiplicarono con i Gonzaga: Antonio d’Arco sposò Orsola da Correggio (nipote di Guido Gonzaga) aprendo le porte ai commerci e al vicendevole scambio di doni: cani da caccia da Mantova, falconi dai d’Arco. Dopo alterne vicende nel 1413 l’imperatore Sigismondo creò Vinciguerra d’Arco conte dell’Impero.




Nel 1433 venne creato conte anche il nipote Francesco, erede universale.
Francesco volle però dividere la sua eredità con il fratello, Galeazzo, che cercò però di usurparne il potere. Francesco allora lo fece imprigionare per 26 anni, cioè fino alla sua morte.
Felici furono i rapporti con la marchesa di Mantova, Barbara di Brandeburgo.
Per il concilio di Mantova (1459) i d’Arco invitarono nella città dei Gonzaga molti principi tedeschi. Marmi pregiati scendevano dal Trentino per le fabbriche mantovane, mentre i d’Arco si facevano curare solo da medici mantovani.
Nel 1475 si celebrò il matrimonio tra Odorico d’Arco e Cecilia Gonzaga, nipote di Ludovico II (che era suo zio). Giunsero così a Mantova molti esponenti della famiglia trentina, e in particolar modo Andrea (fratello di Odorico), dal quale nacque il ramo mantovano della famiglia.
Dal matrimonio di Odorico e Cecilia nacque Nicolò d’Arco (1479-1546), splendido uomo d’armi e cultura (alla sua penna si devono i Numeri) che ebbe per moglie Giulia Gonzaga di Novellara.
Dopo il sacco e la peste del 1630, i rapporti con Mantova andarono degradandosi.
Dal ramo antico di Andrea infatti derivava Gherardo, che prese parte al sacco di Mantova con l’esercito imperiale.
Gherardo riottenne la cittadinanza solo dopo il matrimonio con la nobile Camilla Ippoliti, nel 1642. La famiglia d’Arco prese a vivere stabilmente in Mantova, tra le mura del sontuoso edificio contiguo alla chiesa di San Francesco, solo dopo il 1740.
In quella data infatti Francesco Eugenio ereditò i beni della madre, la nobile Teresa Chieppio, moglie di Francesco Alberto, decidendo in seguito di stabilirsi a Mantova assieme alla moglie Teresa Ardizzoni di Pomà.
Tra l’altro Francesco Eugenio ebbe l’onore di accogliere Leopold e Wolfgang Amadeus Mozart in occasione della loro visita a Mantova del 1769, durante la quale inaugurarono il teatro Bibiena.
A Francesco Eugenio seguì Giambattista Gherardo, uomo del secolo dei lumi. Fu lui a volere la renovatio del palazzo di famiglia nella solenne veste neoclassica studiata da Antonio Colonna. 




Il figlio Francesco Alberto, politico ed economista, fu studioso e podestà di Mantova.
Tra i suoi figli ricordiamo Luigi, naturalista (diede origine al museo di famiglia), che sposò Giovanna de’ Capitani d’Arzago (dalla quale ebbe Francesco Antonio Gerolamo), e Carlo, artista, studioso d’arte e ricercatore, collezionista di opere d’arte e documenti (a lui si deve l’istituzione del Museo Civico).
Francesco Antonio, ultimo maschio della casata, ricevette in gioventù un’ottima educazione che lo condusse ad essere sottosegretario agli esteri con Rudinì (1891) e dal 1896 senatore del Regno,quale membro di Democrazia Costituzionale.
Ebbe da Maria Cantoni la figlia Giovanna (nata il 5 novembre 1880). Morì nel 1917.
La contessa Giovanna d’Arco Chieppio Ardizzoni, poi marchesa Guidi di Bagno, sposò nel 1905 il marchese Leopoldo di Bagno (Roma 1875-Rimini 1931) e fu l’ultima esponente dei d’Arco.
Ben presto, vedova e senza eredi, dedicò completamente la sua vita alla propria città e all’intento culturale della famiglia.
Dopo aver arricchito le collezioni del palazzo e dopo aver ricoperto numerosissime e prestigiose cariche la marchesa si spense il 30 settembre 1973, lasciando alla “sua” Mantova il palazzo di famiglia con tutte le sue collezioni come nuovo museo per la città.
La Marchesa Giovanna D’Arco è spirata alle cinque del mattino del 30 settembre 1973 in una stanza semplice del suo grande palazzo di famiglia all’età di novantatre anni.
Il nome Giovanna D’Arco è storicamente un classico miscuglio di spirito , carattere, sensibilità.
Ed è proprio questo che questa nobile gentildonna ha rappresentato nella sua esperienza terrena.
L’amore per il territorio mantovano fu totale.
Una visione acuta ed un’attenzione premurosa ai problemi sociali e del quotidiano.
Poetessa e pittrice gentile dal pensiero fervido, ma allo stesso tempo tenace e concreta nell’obiettivo di trasportare Mantova verso nuovi traguardi.
Il luogo di queste sue aspirazioni fu dal 1945 il suo salotto, dove la Marchesa era solita accogliere le forze più vive della città.
Giovanna è stata amatissima Presidente dell’ Associazione per la Difesa del Paesaggio, Amici di Palazzo Ducale, Amici di Mantova, Italia Nostra. Eppure la sua vita non fu così felice, particolarmente negli anni della giovinezza.
Il padre di Giovanna, Conte Francesco Antonio, uno degli uomini più ammirati d’Europa e uno degli ingegni più limpidi della politica italiana di fine ottocento, era stato colpito da una malattia nel 1898 che lo aveva progressivamente portato alla cecità e alla paralisi.
Egli riuscì comunque a propiziare il matrimonio con il Marchese Leopoldo Guidi di Bagno nel 1905.
L”unione non ebbe vita facile, visti i frequenti distacchi che portarono Giovanna ad assistere il padre fino alla morte, avvenuta nel maggio 1917. In quei momenti le furono accanto con devozione, il marito, la mamma Maria Cantoni, la suocera Marchesa Virginia Chigi, la donna di compagnia Jole Bellintani.
All’inizio degli anni trenta, in poco tempo le vennero a mancare prima la madre e poi il marito.
Iniziò così un altro periodo cupo che terminò con la fine della seconda guerra mondiale.
Una nuova linfa vitale pervase allora la vita della Contessa.
Assistita dai collaboratori, ed in particolare dalla fedele Jole e dall’ Amministratore Patrimoniale, geometra Mani, riuscì a far risplendere la grande casa patrizia, il meraviglioso Parco delle Bertone in Goito, e le varie collezioni, raccolte, biblioteca, archivio e mobili, accogliendo cittadini di ogni pensiero e ceto sociale per far rinascere il territorio virgiliano.
Parlamentari, amministratori, giornalisti , artisti, si trovavano regolarmente nel suo salotto per discutere delle idee più adatte ai nobili scopi.
Fu così fino alla sua scomparsa.
Dopo una malattia bronchiale Giovanna soleva dire in dialettto “Iè le röde kle và pü!” Traduzione : “ Sono le ruote che non girano più!” Nonostante questo la sua volontà si è concretizzata fino a poche settimane prima della morte, che l’ ha colta in pace, assistita ancora una volta dalla devota Jole e dalla nipote Bianca di Bagno.
La Marchesa Giovanna D’Arco era proprietaria di un’immensa fortuna costituita dal Palazzo del suo casato sito in Piazza D’Arco a Mantova,da alcune aziende agricole, tra cui le Bertone a Goito, con il famoso Parco, e tre castelli ad Arco di Trento.
Nel Palazzo D’Arco sono custoditi tesori artistici costituiti da un’inestimabile collezione di quadri di artisti quali: i migliori Bazzani del mondo, Rubens, Hayez, mobili d’epoca, una biblioteca ricchissima, incunaboli, reliquari, un museo di scienze naturali, una rara collezione di stampe ed incisioni del ’500, un archivio storico e mille altre ricchezze culturali. La Marchesa D’Arco non aveva eredi diretti; aveva due nipoti del ramo tedesco della famiglia D’Arco.
Le sue volontà sono state quelle di conservare tutto a beneficio della comunità mantovana.
Nacque così la Fondazione D’Arco, punto di riferimento per i cittadini, gli studiosi, con particolare attenzione alle facoltà di agraria, idraulica e medicina. Furono devolute somme anche a vari istituti di beneficenza e alle Parrocchie di Goito e Soave di Porto Mantovano.
Il suo testamento fu aperto il 30 settembre 1973 dal Notaio Dottor Cucchiari. Presenti il Prefetto Dottor Ferrante, l’Avvocato Carlo Magri, l’Amministratore Remo Mani e la signorina Jole Belladelli
Dalla Gazzetta di Mantova dell’ 1 Ottobre 1973 di Giuseppe Amadei:
Il ritorno della famiglia ad Arco a Trento nel 2012
I nobili che per mille anni hanno segnato la storia di Arco sono tornati per ristabilire un rapporto interrotto ormai da più di un secolo.
Ora sul libro d’oro degli ospiti illustri della città ci sono le firme di Riprand conte d’Arco – Zinneberg e della consorte, Sua Altezza Imperiale e Reale Maria Beatrice contessa d’Arco – Zinneberg; inoltre di Ludmilla contessa d’Arco – Valley e ancora, per il ramo d’Arco-Zinneberg, delle contesse Monika e Anna Teresa e dei conti Andreas, Ulrich e Clemens.
Ma erano ben 75 i partecipanti alla storica rimpatriata della famiglia nobiliare, oggi suddivisa nei due rami d’Arco – Zinneberg e d’Arco – Valley, che ieri si sono ritrovati ad Arco.
A riunirli in occasione del suo 75° compleanno è stata Ludmilla, che al difficile progetto ha dedicato un intero anno.
L’ha sostenuta con entusiasmo l’amministrazione comunale, in virtù del profondo legame che unisce ancora oggi la città alla famiglia che ne ha preso il nome. "Noi siamo di Arco – ha detto il conte Riprand in piazza Tre Novembre, durante il saluto delle autorità e al folto pubblico e non siamo tornati perché non siamo mai andati via.
Non abbiamo dimenticato".


IL CENTRO PARCO DELLE BERTONE
- Il Centro Parco delle Bertone è aperto al pubblico il sabato pomeriggio in Aprile, Maggio e Giugno dalle ore 15,00 alle ore 19,00 + ogni domenica e nelle festività da Marzo a fine Ottobre dalle ore 10,00 fino a un'ora prima del tramonto.
- Ingresso 2 euro e gratuito per i bambini e ragazzi fino a 13 anni e per gli over 70.
- Ingresso serale quando previsto 4 euro.
- Sono previsti sconti per le visite abbinate Parco Bertone e Palazzo D'Arco.

Il Centro Parco delle Bertone è nato da un residuo di foresta planiziale padana, poi forgiato a misura di giardino romantico dal Conte Luigi D'Arco. La varietà degli alberi secolari è ampia con specie poco comuni. La disposizione delle piante risponde a criteri architettonici che tendono a ricreare ambienti suggestivi, scorci panoramici, giochi di colori nei periodi di fioritura. Grazie ad un recente progetto, l'originario disegno è stato valorizzato con interventi per la ricostituzione del giardino romantico ottocentesco: la convallaria, le ortensie e le rose bordano sentieri e aiuole. Dal cancello principale alla radura antistante la villa, si percorre un sentiero che fiancheggia aree boscate composte da piante d'alto fusto, quali pini neri, magnolie e tassi. Sono visibili, perchè conservati appositamente, i resti di un eccezionale pioppo caduto che, con i suoi 350 anni di età, era sicuramente la pianta più imponente del Parco. Proseguendo la passeggiata si giunge alla radure erbose che circondano il complesso dei fabbricati: ai bordi s'innalzano farnie secolari alternate a cespugli di ortensie. Alle spalle della villa centrale, si stagliano un libocedro gigante e altre magnolie a foglia caduca. Intorno al laghetto il Parco gradualmente diventa bosco e vi crescono latifoglie, querce, carpini, bagolari e anche essenze rare. Un boschetto di magnolie si affaccia sul laghetto, dove si elevano come monumenti alcuni esemplari di Celtis Australis (bagolaro) con spettacolari radici esposte. Lungo il sentiero che circonda il laghetto, la vegetazione crea scenari mutevoli e incornicia suggestivi scorci, sottolineati dalla presenza di architetture romantiche come un piccolo colonnato al quale è abbracciato un glicine secolare. Al centro del romantico specchio d'acqua sorge un'isola, raggiungibile attraverso un ponticello ad arco.

Qui la vegetazione arborea si è sviluppata più liberamente con connotazioni presenti anche nella porzione di bosco ristretta tra lo scolo Colarina e il Naviglio di Goito. Proseguendo la passeggiata nel verde del sottobosco, si possono riconoscere il pungitopo, la pervinca e la convallaria. In alcune zone è molto diffuso il sambuco, assieme a cespugli di nocciolo e al bosso.

Molto interessante la presenza di bambù nano nelle vicinanze del lato est del laghetto, mentre a lato di una collinetta che aveva funzione di ghiacciaia si trova l'elleboro. Piantine di ippocastano nascono spontaneamente, inframmezzate al pungitopo. Passeggiando lungo i sentieri che attraversano il piccolo polmone verde, si incontrano i giganti secolari delle Bertone, contrassegnati da targhe e numeri per agevolarne l'individuazione. In tempi recenti è caduto il "grande vecchio", un noce nero americano piantato nel 1730, di cui ora si può ammirare il vasto apparato radicale. Le Bertone ospitano anche un maestoso esemplare di Ginkgo biloba, considerato l'albero monumentale più alto d'Italia: più che bicentenario, in autunno veste i suoi 40 metri d'altezza di un manto giallo-oro intenso. Sull'isola al centro del laghetto svetta una farnia che espande la sua folta chioma per oltre 300 metri quadri intorno al fusto. Definito l'albero della morte e dell'eternità perchè considerato tra gli alberi più longevi, le sue fronde sorreggono arilli spessi con semi velenosi: una contraddizione che convive nel tasso delle Bertone, un esemplare a lenta crescita che ha un diametro di 90 cm ed è alto 22 metri. Nel 1994 un tremendo fortunale ha abbattuto 250 alberi. L'area è stata messa in sicurezza con la posa di una fascia frangivento che ora sovrasta e protegge il bosco giardino nella parte est. I numerosi tronchi e le ceppaie disseminati nel parco sono relitti naturali nei quali anfibi e rettili trovano rifugio durante l'inverno, mentre insetti, ragni, funghi e batteri riportano al terreno le preziose sostanze ancora contenute nel legno, completando così il ciclo vitale del bosco giardino. Arredo architettonico del giardino informale dell'800, la vasca o "piscina delle rane" ha in passato ospitato ninfee ed anfibi, e in tempi più recenti un tentativo di reintroduzione della rana di lataste (Rana latastei), una specie rara, esclusiva della pianura padana. Poco distante, scavata in una collinetta e ricoperta da alberi ombrosi e da erbe tappezzanti si trova invece un'antica ghiacciaia, utilizzata fino al secolo scorso per la conservazione dei cibi durante la stagione estiva.

Nel cuore di Parco Bertone, la residenza di villeggiatura fu rinnovata dal conte Francesco Antonio che incaricò nel 1876 l'ingegnere Saverio Tamagnini di progettare la nuova dimora ispirandosi ai modelli di villa dell'alta borghesia. Il conte, abituato a frequentare nei suoi viaggi ambienti eleganti dotati di ogni comfort, desiderò ammodernare la villa con le soluzioni abitative proprie dei grandi hotel di lusso di ondra e Parigi. All'interno si possono ammirare dipinti murali reffiguranti puttini, stemma e fiori, stucchi e stipiti dei passaggi tra i diversi ambienti finiti a "marmorino" sui quali nel 1994 sono stati effettuati interventi di ripulitura, stuccatura e reintegrazione pittorica ad acquarello. Il piano rialzato viene saltuariamente utilizzato per esposizioni e mostre d'arte. Ai lati della villa si trovano altre due palazzine. Un edificio del '400 con tre ampie vetrate ad arco dove vi sono custodite tre carrozze originali che la famiglia D'Arco utilizzava, anche per raggungere da Mantova le Bertone.

Si tratta di una berlina di rappresentanza e di due calessi per la bella stagione, che sono state restaurate dal Parco del Mincio. L'altra palazzina, un tempo stalla, barchessa e rustico rurale è stata interamente recuperata e adibita a "Centro Visita" del Parco del Mincio, dove vi si svolge attività di educazione ambientale con le scuole e anche incontri pubblici. Al suo interno vi sono una sala audiovisivi, aule didattiche e le scuderie che sono state conservate come un tempo.   

 

PARCO DEL MINCIO
Il Parco del Mincio è stato istituito dalla Regione Lombardia nel 1984, nell’ambito della legislazione sulle aree protette che ha vincolato molta parte del territorio lombardo. La gestione è affidata ad un Consorzio comprendente i tredici Comuni rivieraschi e l’Amministrazione Provinciale di Mantova, ed è iniziata nel 1986.
Il Parco deve tutelare zone di grande pregio naturalistico e di valore paesaggistico inserite come minuscole perle in un territorio densamente abitato, dove l’agricoltura è molta intensiva, gli animali da allevamento sono cinque volte gli abitanti e dove fiorisce una economia di buon reddito che poggia su un artigianato diffuso e su piccole, medie e grosse imprese industriali. Un obiettivo difficile ma indispensabile da perseguire, per preservare e valorizzare un bene che è legato alla memoria storica della gente che ha abitato sulle rive del Mincio e dei laghi. La diffusione del fenomeno degli inquinamenti del suolo e delle acque, la manomissione del territorio, hanno in questi anni creato la paura che si vada verso l’irreparabile e hanno quindi stimolato una coscienza ed una cultura per cercare un equilibrio fra sviluppo della società moderna e conservazione dell’ambiente. L’istituzione di una ventina di Parchi nella Regione più industrializzata d’Italia, la Lombardia, ne è la prova. L’Amministrazione del Parco vuole contribuire a questo dovere civico, ma anche – conservando e valorizzando i pregi naturalistici del Parco – riproporre la rilettura della storia straordinaria di questo territorio, ricco di memorie storiche e di arrte, dagli Etruschi a Virgilio, dal Risorgimento a Andrea Mantegna e Giulio Romano e intriso delle tradizioni della civiltà contadina e padana, con i suoi antichi mestieri indissolubilmente legati alla terra e alle acque dei fiumi.
LA FLORA
II territorio attraversato dal fiume è in gran parte pianeggiante e costituito da terreni coltivati, in prevalenza prati irrigui che alimentano prosperosi allevamenti di bestiame. Lungo le sponde, laddove il paesaggio non è caratterizzato da ampi filari di pioppi – come nell’alto Mincio – le essenze forestali spontanee sono rappresentate prevalentemente da salici, pioppi, farnie, cerri, ontani. Sono in riduzione i filari di platani e gelsi lungo le rive dei fossati; il Parco sta perciò realizzando una politica incentivante le presenze arboree nelle campagne, rese sempre più “piatte” dallo sfruttamento intensivo e meccanizzato.
LA VEGETAZIONE PALUSTRE
Notevole importanza floristica rivestono le zone umide delle Valli del Mincio e dei laghi di Mantova, in particolare il Lago Superiore, in cui si hanno notevoli presenze di vegetazione palustre, con estesi canneti e cariceti. Questi formano una fascia vegetazionale destinata, nel tempo, a colonizzare i suoli umidi che, infatti, costituiscono uno stadio transitorio destinato ad evolversi. Per questo nelle Valli l’annuale operazione di sfalcio si pone come intervento di rimozione artificiale della biomassa prodotta per arrestare o quantomeno ritardare l’ineluttabile processo di bonifica. In questi ambienti sono poi presenti numerose piante acquatiche.
Le Ninfee (Nymphaea alba, Nuphar luteum) sono note a tutti per i bellissimi fiori bianchi e gialli, fatti apposta per attirare gli insetti che assicurano l’impollinazione; sono comuni nei tratti di acque lente e vivono ancorate ai fondali, portando in superficie, oltre ai fiori, le grandi foglie rotondeggianti. Altra specie comune nelle Valli del Mincio è la Castagna d’acqua (Trapa natans) che ha costituito nei secoli passati fonte di nutrimento per le popolazioni locali e che oggi è considerata una raffinatezza culinaria. I suoi caratteristici frutti galleggianti a tre punte (e ciò spiega il nome dialettale “trigoli”) hanno infatti un contenuto farinaceo molto elevato ed un sapore che ricorda le castagne. Sono inoltre presenti le inconfondibili Lenticchie d’acqua (Lemna) costituite da un minuscolo dischetto verde che galleggia e dal quale si dipartono verso il basso sottili filamenti radicali; i bianchi Ranuncoli (Ranunculus acquati-lis) e, verso i canneti e le sponde, emergono i pennacchi della Tipha ed i cespugli di Ibisco (Hibiscus palustris) con la loro esotica e rara fioritura. Da segnalare, infine, lo spettacolo che ogni anno si rinnova nei mesi di luglio ed agosto, della fioritura dei fiori di Loto (Nelumbo nucifera). Piantato nel 1921 da un’appassionata naturalista in pochi rizomi, costituisce oggi una vera e propria “isola” verde galleggiante punteggiata dall’incomparabile rosa di questi profumatissimi fiori. Va ricordato che lo sviluppo delle piante del loto è sorprendente e pare inarrestabile: il risultato è che la zona stagnale è sempre più invasa ed il loto mette a repentaglio la sopravvivenza di altre specie e la stessa ossigenazione delle acque. Per questo il Parco, nell’ambito dei programmati periodici lavori di pulizia dei laghi, ha predisposto ipotesi tese al contenimento dello sviluppo dei rizomi.
LA FAUNA
I protagonisti della vita animale nel territorio del Parco sono sicuramente gli uccelli, che sono presenti con molte specie legate soprattutto all’ambiente acquatico e palustre. Tra quelle stanziali si annoverano Gallinelle d’acqua, Folaghe e Germani reali, Svassi maggiori e Tuffetti nelle zone in cui si alternano canneti e spazi d’acqua aperti, Martin pescatori dalla splendida livrea. Basettini, Pendolini e Migliarini di palude. Da marzo le zone circostanti il fiume e in particolare le Valli del Mincio si popolano di numerose specie di uccelli che tornano nel Parco dopo aver trascorso l’inverno in luoghi caldi. Frequenti le candide Garzette che, insieme a Nitticore e Sgarze ciuffetto, nidificano in grandi colonie lungo il Basso corso del Mincio; anche l’Airone rosso forma importanti garzate nei canneti e la sua grande sagoma in volo rappresenta una nota caratteristica dei laghi di Mantova. Importante per la sua rarità è poi la presenza come nidificante del Mignattino. Non mancano i rapaci, rappresentati dal Falco dì palude e – di passaggio – il raro Falco pescatore. In estate è presente il Nibbio bruno, che costruisce i suoi nidi sulle grandi piante di Bosco della Fontana. Fra le altre specie nidificanti più conosciute vi sono: Tarabusino, Marzaiola, Porciglione, Pavoncella, Sterna comune, Cuculo, Cutrettola, Usignolo di fiume, Beccamoschino, Salciaiola, Forapaglie, Cannaiola, Cannareccione. Durante i passi autunnale e primaverile le aree umide si popolano di anatidi e limicoli in transito; migliaia di Folaghe, insieme a Cormorani, Gabbiani e altri uccelli acquatici, sostano nel Parco per tutto l’inverno. Nell’ambiente palustre in senso stretto vivono poche specie di mammiferi; tra queste ricordiamo il Ratto delle chiaviche e il Topolino delle risaie, mentre è divenuta ormai rarissima la Lontra. Nel Bosco della Fontana vi sono Tassi e Cinghiali. Discontinua è la presenza di Volpi e Faine. Frequenti sono poi Talpe, Ricci, Lepri e Donnole.
Le caratteristiche dei popolamenti ittici delle zone umide dipendono, in larga misura, dalla cronica carenza d’ossigeno che le contraddistingue, alla quale si somma il carico organico aggiuntivo di origine antropica che è spesso convogliato in palude. Così in quelle zone si è assistito ad un graduale declino delle specie più sensibili (Luccio, pesce Persico, Persico trota, Vairone) e ad un corrispondente incremento di specie tolleranti (Scardola). Altro elemento di disturbo è rappresentato dalle pratiche di ripopolamento con specie estranee alle nostre acque (pesci Gatto, Persico trota e sole). Le Anguille sono invece state seriamente ostacolate nei movimenti migratori (che sono collegati alla loro biologia riproduttiva) dalla presenza di chiuse lungo i corsi d’acqua. Intorno alle acque del fiume ruota inoltre la vita di molte specie di anfibi, come Rane, Raganelle e la grossa Rana bue nel basso corso del Mincio, e rettili come le Bisce dal collare e le Tartarughe d’acqua. Nelle zone meglio conservate la fauna acquatica è arricchita da Granchi, Gamberi di fiume e Gamberetti comuni, questi ultimi chiamati “saltarei” nel locale dialetto e prelibati in gastronomia.
L’AGRITURISMO E LO SPORT
Una sosta nel paesaggio agreste del Parco del Mincio può essere meglio apprezzata sostando presso i numerosi Bed & Breakfast presenti sul nostra territorio; offrendovi la prima colazione e indicazioni dove iniziare itinerari turistici e soste enogastronomiche. Tutto il territorio del parco si presta ad essere percorso in bicicletta e a piedi ed aanche a passeggiate equestri nelle campagne o lungo gli argini del fiume. Ideale poi per gli appassionati di canoa è il tratto di fiume che scorre da Pozzolo a Goito. Qui il Mincio scorre in alveo seminaturale, senza arginature e sbarramenti artificiali, immerso nel verde della campagna, tra isole di vegetazione lussureggiante e rive alberate. L’imbarco a Pozzolo è sulla sponda destra dopo il ponte; lo sbarco è poco prima dell’abitato di Goito, presso il lavatoio, sempre in sponda destra, di fronte all’ingresso di villa Moschini.
TERRITORIALITA' CARATTERISTICHE
Per poter circoscrivere in un quadro organico le diverse realtà naturalistiche e morfologico-paesaggistiche del territorio goitese è indispensabile fornire alcune notizie sulla interpretazione dei fenomeni geologici e climatici che ne hanno condizionato l’evoluzione naturale non potendo prescindere dal prendere in considerazione il restante territorio circostante. La formazione del suolo della pianura pedecollinare goitese è da ricondurre al periodo della grande glaciazione Wurmiana (del Wurm), la cui genesi risale tra i 115.000 e i 20.000 anni fa, quando durante l’ultima grande espansione glaciale il territorio montano della Lombardia era interamente sepolto sotto un’enorme coltre di ghiaccio. Il ghiacciaio del lago di Garda raggiungeva circa a metà lago gli 800-900 metri di spessore e si espandeva sulla pianura bresciana, mantovana e veronese a formare un ghiacciaio pedemontano largo una trentina di Km. dal cui fronte prendevano origine diversi fiumi. Ai lati di questo grande ghiacciaio si elevavano, di formazione molto più antica le grandi montagne che si vedono oggi quali il Montebaldo ad Est e le cime delle Giudicane ad Ovest. Il Ghiacciaio aveva la propria fonte di alimentazione nelle alpi Retiche e in esso confluivano i ghiacciai vallivi provenienti dalla valle dell’Adige e del Sarca. L’azione erosiva del ghiacciaio con le sue ampie colate trasportava a valle enormi quantità di materiali morenici. Questi stessi materiali andarono a formare l’anfiteatro morenico; l’incessante azione di sedimentazione dei materiali trasportati dalle acque di disgelo oltre le colline ricoprendo in continuità delle superfici piuttosto ampie di territorio, ha dato così luogo alla formazione della pianura pedecollinare. Successivamente la coltre glaciale si è progressivamente ritirata e da allora come unico grande immissario del bacino del lago di Garda è rimasto il fiume Sarca mentre il Mincio, il fiume che unisce il lago al Po, è l’unico corso d’acqua a fungere da emissario. Lo stesso fiume Mincio per effetto di eventi naturali geologicamente relativamente recenti e per l’opera degli interventi dell’uomo all’incirca dal 1500 d.C. ai giorni nostri, ha subito innumerevoli spostamenti del proprio alveo determinando così l’attuale assetto morfologico del territorio ad esso interessato. Nel nostro comune sono particolarmente evidenti le risultanze paesaggistiche del terrazzo morfologico della Costa della Signora faticosamente scavata dal fiume che dalla Bassa dei Bonomi tra Volta Mantovana e Pozzolo corre sino a Mantova caratterizzando l’orizzonte ovest della pianura fluviale del Mincio. I suoli del comune di Goito hanno quindi origini antiche nati per effetto dell’azione del ghiacciaio del Garda ma modificati e strutturati dal Mincio per effetto delle straordinarie esondazioni che sono succedute nei millenni, nonché dell’opera continua di bonifica operata dall’uomo nell’intento di adattare il suolo alle proprie esigenze di sostentamento qualificate nell’attività agricola. Bisogna premettere che la vera ricchezza dei suoli goitesi si deve all’abbondante presenza d’acqua; il comune di Goito presenta fondamentalmente due vaste aree diverse per caratteristiche pedologiche. Ad ovest del terrazzo morfologico formato dal Mincio, per intenderci le zone del comune che vanno in direzione dei comuni di Redigo, Gazoldo e Ceresara, sono caratterizzate da suoli ricchi di sedimenti fini, discretamente profondi, formati in prevalenza da componenti argillosi e da limi quindi notevolmente plastici, capaci di lunghe ritenzioni idriche, pertanto estremamente fertili. Qui il sistema irriguo adottato è del tipo ad aspersione con “sollevamento idraulico” poiché il livello dei piani di campagna risulta essere notevolmente superiore alle quote di pelo d’acqua sia del Mincio che del Canale Caldone. Le colture maggiormente presenti sono quelle della Soia, del Mais , dell’Orzo, della Bietola, del Girasole e dei prati artificiali da vicenda. Nella zona ricompresa ad Est-Sud del sopracitato terrazzo morfologico sono presenti i prati stabili polifiti per l’allevamento stabulato del bestiame da latte. Qui i suoli denotano scarsa profondità (dai 35 ai 70 cm. lo strato di terreno di interesse agronomico) e sono caratterizzati da una struttura sciolta con presenza di scheletro più o meno grossolano e negli orizzonti più bassi è rilevante la presenza delle ghiaie che in molti casi hanno determinato in passato discutibili interventi di escavazione selvaggia non certamente mirati allo sviluppo dell’attività agricola e della miglioria fondiaria. La presenza intensiva degli allevamenti bovini da latte ha permesso la disponibilità di ingenti quantità di letame che hanno migliorato sotto il profilo della fertilità questi terreni poco sostenuti dalla componente colloidale, indice di fertilità fisiologica.
I prati stabili polifìti sono presenti su queste superfici da ben oltre un secolo, facilitati dalla estrema permeabilità dei terreni e dalla notevole disponibilità di acqua di irrigazione sparsa sugli appezzamenti con il sistema a scorrimento, sistema caratterizzato dalla presenza di un insieme estremamente articolato di canali canalini e canalette che permettono dì irrigare i prati anche nei siti più lontani e disagiati. Il foraggio prodotto in questa zona trasformato in latte dì prima qualità dalle superselezionate vacche presenti nelle moderne stalle goitesi, concorre alla produzione del pregiatissimo Grana Padano, formaggio appetito sulle mense di tutto il mondo. Dalla campagna dei prati stabili polifiti emergono inoltre caratteristiche paesaggistiche che la distinguono nettamente in senso positivo da altri contesti. La presenza del verde perenne, di acque limpide dì risorgiva di concerto con il continuo intreccio di filari cedui costituiti dalle specie Platano, Ontano, Pioppo e in misura minore di Acero campestre e Gelso fanno del paesaggio agreste un ambiente ambito per quegli escursionisti che apprezzano sempre più numerosi, luoghi silenti e rilassanti proprio perché inseriti ai margini di aree ormai fortemente antropizzate.
LA CICOGNA BIANCA
La Cicogna bianca e un grande uccello inconfondibile per il più maggio bianco con le penne posteriori delle ali nere; becco e zampe sono di colore rosso vivo. Posata arriva ad un’altezza di 115 cm, mentre in volo l’apertura alare può raggiungere i 165 cm. Il peso varia dai 2,3 kg delle femmine più piccole ai 4,4 kg dei maschi più grandi. Il becco è lungo 14-19 cm. Maschi e femmine sono praticamente uguali, anche se i primi sono generalmente più grandi. I giovani si distinguono per il colore nerastro del becco. Il periodo di vita più lungo accertato è di 26 anni. La coppia collabora nella costruzione del nido, nella cova e nella cura della prole; le uova, da due a quattro, ma eccezionalmente fino a sette, schiudono dopo circa un mese e dopo altri due mesi i piccoli sono in grado di volare. Il voluminoso nido e spesso sistemato sulle costruzioni dell’uomo (tetti delle case, tralicci, ecc.). La Cicogna si nutre esclusivamente di animali, che caccia camminando. Raccoglie molte prede diverse, a seconda della disponibilità; insetti, lombrichi e molluschi costituiscono la parte più importante della dieta, in cui entrano anche anfibi, rettili, pesci e piccoli mammiferi. È praticamente priva di voce ma emette un particolarissimo e forte suono, ottenuto battendo velocemente tra loro le due metà del becco. Ciò si osserva generalmente durante la cerimonia di “saluto”, uno dei comportamenti più caratteristici della specie, in cui maschio e femmina si avvicinano, tendono il collo prima verso l’alto e poi lo rovesciano all’indietro, battendo contemporaneamente il becco. Sono diverse le cause che hanno allontanato la Cicogna bianca dall’Italia. Fattori determinanti sono comunque stati prima la caccia e poi il bracconaggio, che hanno impedito la costituzione e il mantenimento di popolazioni nidificanti fedeli al territorio. Tuttavia la Cicogna è diminuita moltissimo o si è addirittura estinta anche in ampie zone europee dove nessuno mai la ucciderebbe. Fino agli inizi del secolo scorso essa era abbondantissima in tutta l’Europa centrale, ma da allora si è praticamente estinta in Svezia Olanda, Svizzera, Belgio ed e assai diminuita numericamente in Germania, Francia e Danimarca; anche popolazioni importanti, come quelle spagnola, nord-africana e ungherese, si sono notevolmente ridotte. Per capire le cause del fenomeno, occorre ricordare che esistono due popolazioni di cicogne bianche nidificanti in Europa, identificabili rispettivamente come “occidentale” e “orientale”, Esse sono fra loro separate per quanto riguarda le aree di riproduzione ma soprattutto per le diverse vie migratorie seguite e le distinte zone di svernamento. La popolazione occidentale nidifica in Marocco, Algeria, Tunisia, Portogallo, Spagna, Francia (Alsazia), Germania ovest (Baden-Württemberg) e migra attraverso lo stretto di Gibilterra raggiungendo l’Africa occidentale a sud del Sahara, soffermandosi in particolare nella fascia del Sahel; una parte sverna nella penisola iberica e in Nord Africa. La popolazione orientale nidifica in Germania orientale, Russia, Cecoslovacchia, Polonia, Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria, penisola balcanica e migra attraverso lo stretto del Bosforo raggiungendo le savane e i laghi del Corno d’Africa, la grande Rift Valley ed arrivando in parte fino al l’Africa meridionale. In Danimarca, Olanda, Germania e Svizzera coesistono entrambe le popolazioni. La grave decimazione della specie si è verificata interamente a carico della popolazione occidentale le cui rotte migratorie attraversano regioni, come Francia e Spagna, dove la caccia è assai intensa. Una volta che queste cicogne arrivano nei territori di svernamento in Africa occidentale, oltre a cadere in gran numero vittime delle popolazioni locali, non trovano più come un tempo quale fonte di cibo i grandi sciami di Locuste vaganti nelle steppe e nelle savane, trasformate in coltivazioni e trattate con veleni. Al loro arrivo la stagione delle piogge è ancora lontana e quella riserva di cibo era fondamentale per la vita delle cicogne; gli animali sopravvissuti, al ritorno primaverile, subiscono di nuovo l’attacco dei cacciatori e, nella migliore delle ipotesi, giungono nelle zone di nidificazione in condizioni fisiche non ottimali per iniziare la fatica riproduttiva. La popolazione orientale, oltre a non subire un prelievo venatorio paragonabile all’altra, arriva nelle zone di svernamento all’inizio della stagione delle piogge; ciò permette alle cicogne di trovare un alimento abbondante e diversificato. Sembra quindi che la mortalità invernale e quella legata alla migrazione siano le maggiori responsabili della fortissima diminuzione della popolazione occidentale. Non mancano tuttavia problemi anche nelle aree di nidificazione, dove negli ultimi decenni larghe estensioni di zone umide sono state trasformate in monocolture cerealicole, in cui si fa ampio utilizzo di veleni. Altra grave causa di mortalità, alla quale in vari stati, compresa l’Italia, si sta cercando di porre rimedio con semplici accorgimenti, è la folgorazione con le linee ad alta tensione. Nonostante questi problemi, tentativi di nidificazione di cicogne selvatiche avvengono sempre più frequentemente anche in Italia, soprattutto nelle zone nord-occidentali, ma anche altrove. Il bracconaggio, che portanti anni è stato praticato sistematicamente, è diventato sempre meno frequente. Possiamo affermare che, anche grazie all’attività dei Centri Cicogna come il nostro operanti in Italia, c’è sicuramente un significativo ritorno della specie. Come conseguenza, sta diventando sempre più importante anche il terzo ponte di migrazione verso l’Africa, rappresentato dal lo stretto di Messina-Sicilia-Tunisia. Nel Parco naturale del Mincio, presso il Bosco delle Bertone, è in atto un progetto per la reintroduzione della Cicogna bianca. L’iniziativa, promossa, realizzata e finanziata dal Parco Naturale del Mincio, è stata affidata alla progettazione tecnica e direzione scientifica del biologo dr. Cesare Martignoni. La costruzione del centro e la sua conduzione sono stati affidati all’associazione “Per il Parco”. Il territorio circostante il centro è particolarmente idoneo per le esigenze della specie, come confermano le sempre più frequenti soste di cicogne in migrazione e un tentativo di nidificazione nel 1990. Nel marzo 1994 sono arrivate in aereo dalla Svizzera le prime dodici cicogne, fornite e trasportate gratuitamente dai colleghi elvetici. Gli uccelli erano accompagnati dal dott. Peter Enggist, direttore della Swiss White Stork Society (Svizzera). Riprese dalle televisioni e alla presenza di moltissimi giornalisti, le cicogne sono state sbarcate all’aeroporto di Verona e trasportate al Parco delle Bertone. Nel 1996, entro ampie voliere, sono nati i primi piccoli; dall’anno seguente è iniziato iI rilascio delle cicogne, che nei territori circostanti hanno trovato cibo in abbondanza; la prima coppia libera ha subito costruito il nido su un’alta piattaforma presso il centro, seguita da diverse altre negli anni seguenti. Talvolta si sono formate in libertà anche coppie miste, costituite da un individuo rilasciato e da uno selvatico fermatesi durante la migrazione primaverile. Da allora il volo delle cicogne attorno al Parco delle Bertone è uno spettacolo consueto e sono frequenti gli “incontri ravvicinati” con questi uccelli nei prati circostanti. L’iniziativa si propone di costituire, all’interno del Parco del Mincio, un nucleo stabile di cicogne bianche nidificanti, intervenendo artificialmente per indurre e facilitare lo stabilirsi di un “legame territoriale” negli animali. Successivamente, il centro dovrà funzionare come punto di diffusione della specie verso ampi territori. Speranza dei promotori è che, anno dopo anno, le cicogne vadano a costruire i loro nidi sempre più lontano dal centro vivendo sempre più libere e indipendenti nei nostri cicli. Insieme ad altri centri italiani si intende riportare la Cicogna bianca nei territori anticamente occupati e, in coordinamento con i numerosi centri funzionanti all’estero, contribuire al recupero della specie nell’Europa occidentale. Si vuole anche ricostituire quel rapporto uomo-Cicogna che da noi si è perduto ma che ancora è vivo ed attuale in tanti altri Paesi. Il progetto del Parco del Mincio ha preso avvio in stretta collaborazione con la Swiss White Stork Society (Altreu, Svizzera) e rientra nei programmi dell’International White Stork Working Group Western Population. I progetti in lavoro della Cicogna bianca hanno un’importante finalità zoologica, ma altre specie meriterebbero analoghi interventi. Perché allora proprio Ia Cicogna? Si tratta certamente di un uccello del tutto particolare, che da tempi lontanissimi ha legato la sua esistenza alla nostra, pur mantenendo la natura selvatica. Anche l’uomo ha imparato a condividere con la Cicogna le sue abitazioni; ovunque ne ha fatto un simbolo positivo di felicità e fertilità, ha costruito su di essa molte leggende e da sempre ha cercato di attirarla nei villaggi e nelle città, è un animale molto amato dalla gente e ovunque uomo e Cicogna convivono subito si avverte chiesto rapporto di simpatia. In quei luoghi le cicogne si fanno osservare da vicino, scendendo dall’alto come piccoli alianti, e allevano i piccoli sotto gli occhi della gente. In un “Centro Cicogna” l’approccio con il mondo animale, pur essendo molto facile, e fra i più positivi: si osservano uccelli che non hanno alcun timore dell’uomo ma nello stesso tempo vivono liberi in grandi spazi, volano altissimi nel cielo e mantengono il comportamento proprio della specie. La Cicogna bianca costituisce comunque un simbolo sotto il quale ci si propongono obiettivi più importanti della conservazione di una singola specie. I progetti finalizzati alla sua salvaguardia sono infatti gli stessi che consentono la protezione, e la ricostituzione delle zone umide, programma al quale negli ultimi decenni si sono indirizzati i principali sforzi conservazionisti internazionali. Alla Cicogna servono zone idonee di svernamento in Africa, le stesse che sono indispensabili per una grande massa di migratori europei, aventi l’assoluta necessita di trovarvi il cibo durante l’inverno. La Cicogna non deve incontrare fucili lungo la rotta migratoria, grave problema per molti altri uccelli, soprattutto quelli in maggior pericolo di estinzione. Per la Cicogna deve diminuire il rischio di folgorazione con le linee ad alta tensione, causa importante di mortalità per moltissime specie di uccelli e di rilevanti danni economici per le atti vita umane, facilmente rimediabile con semplici accorgimenti. La Cicogna ha bisogno di alimenti privi di pesticidi, necessità che hanno tutti gli altri viventi, uomo compreso. Ed e proprio grazie alla Cicogna bianca che, nell’aprile 1994, si è potuto organizzare a Basilea (Svizzera) un simposio internazionale, con più di 230 partecipanti provenienti da 23 Paesi dell’Europa e dell’Africa; il proposito era di sviluppare dei piani di azione comuni in favore della popolazione occidentale della specie, coordinando delle iniziative concrete per la conservazione e la ricostituzione dei suoi habitats sia nelle aree di nidificazione che lungo le rotte migratorie e nelle zone di svernamento africane, in collaborazione con i rappresentanti dei diversi governi e dei settori economici coinvolti. I risultati del simposio, con gli interventi che ne seguiranno, potranno avere effetti positivi che andranno ben oltre la conservazione della Cicogna Bianca. Perché abbiano successo, i progetti di reintroduzione devono riuscire a ridurre le principali cause della diminuzione della specie gli sforzi per migliorare gli ambienti di nidificazione sono mollo importanti ma, in assenza delle altre condizioni, gli effetti saranno poco evidenti. Se i maggiori problemi nascono dalla necessita di migrare, due sono le possibilità di intervento: ridurre i fattori di rischio dal momento della partenza a quello del ritorno oppure impedire la migrazione delle cicogne. È molto difficile intervenire nel primo modo, in quanto il problema della pressione le dell’uomo è su scala troppo vasta e la mancanza di cibo nelle zone di svernamento non appare di semplice risoluzione; è comunque indispensabile lavorare continuamente in questa direzione. Nell’immediato si può solo legare quanto più possibile le cicogne al territorio. Siamo facilitati in questo compito perché la specie, pur essendo migratrice, non soffre il freddo invernale, purché abbia a disposizione abbondante cibo come riserva di energia. Dalle ricerche dei primi sperimentatori europei in progetti di reintroduzione della cicogna bianca oggi sappiamo che, dopo tre anni di sosta continua forzata in un territorio, e con maggior sicurezza dopo la prima riproduzione, le cicogne perdono la tendenza ad abbandonarlo, divenendo in pratica uccelli sedentari; questo purché ci sia sufficiente alimento in tutte le stagioni. Nei primi anni, anche se il cibo è abbondante, l’istinto migratorio ha invece il sopravvento. Si può quindi costituire un nucleo di cicogne residenti e nidificanti, intervenendo artificialmente sui giovani per impedirne la migrazione. Una volta raggiunto un buon numero di animali, è possibile lasciar partire i giovani nati. Dopo almeno due anni di permanenza in Africa, i sopravvissuti ritorneranno in Europa occidentale, molto spesso nei territori dov’erano nati, e così continueranno a fare ad ogni primavera che seguirà. La presenza di cicogne ne invoglia altre, selvatiche, che già spontaneamente sostano nella zona durante la migrazione primaverile, a fermarsi per nidificare, unendosi alla popolazione presente o creando addirittura coppie miste con quelle nate nel centro. L’esistenza di un Parco, influendo su alcune attività antropiche che possono creare problemi (attività venatoria, uso di sostanze nocive, ecc.) aumenta le probabilità di successo di un progetto di reintroduzione.
INFORMAZIONI
Il Centro Cicogna è visitabile nei giorni di apertura del Centro Parco delle Bertone (ogni domenica e le altre festività da marzo a fine ottobre). Durante la settimana è possibile effettuare visite per gruppi scolastici o di adulti previa prenotazione.
Per informazioni: Parco naturale del Mincio – Via Marangoni, 36 – Mantova -Tel.0376/22831.
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IL MINCIO
Su ogni fiume d’Italia, tiene la palma il Mincio, stupenda “ rivera” mantovana che incantò per sempre l’anima di Virgilio fanciullo. Se il Mincio non passasse per Goito questa città perderebbe gran parte della sua attrattiva. Cosi scriveva Giovanni Guernelli nelle “memorie storiche di Goito”; come si può non essere d’accordo ? in questa ricerca su itinerari nella storia e nella natura goitese, uno dei pilastri portanti è costituito proprio dal nostro fiume. Esso nasce in Trentino dal massiccio del Adamello a 2500 m di altezza con il nome di Sarca, si butta quindi nel lago di Garda dopo un percorso di 72 km. Il magnifico lago e lo stupendo fiume furono fonte di ispirazione per i poeti latini ed italiani quali Catullo, Dante, Spagnoli,Virgilio e Carducci. Tornando a cose più pratiche, il Mincio esce a Peschiera del Garda per poi iniziare il suo percorso che lo porta a Salionze, Monzambano, Borghetto, Pozzolo e Goito. Qui esso si snoda nelle zone forse più tranquille, creando angoli di grande suggestione scendendo da Massimbona verso il centro della città e proseguendo poi verso Mantova. Senza porre troppa enfasi su questa bellezza naturale dobbiamo però essere consci del grande valore che essa rappresenta.In questi tempi di frenesia, una ricchezza qual è quella rappresentata dal Mincio, deve essere tutelata e valorizzata sempre più rendendola appetibile ad un turismo verde sempre più in ascesa. In uno studio filologico di Giuseppe Fregni del 1609 è spiegata l’etimologia del nome secondo cui il significato non sarebbe altro che la finale della parola “Incomincio” in seguito abbreviata dal popolo. Alcuni autori ritengono il nome Mincio un idronimo di origine preromana celtica. Dal Mincio prende nome il parco naturale regionale istituito nel 1984 che protegge un’area di 14708 attari suddivisi in tredici comuni tra cui Goito. Nel 1859 Antonio Pacinotti diciottenne studente pisano mentre era a fianco dei volontari che andavano a combattere gli Austriaci ebbe modo di escogitare il famoso “ anello” che da lui prese il nome e che puo essere considerato il prototipo dei generatori di corrente elettrica. Egli raccontò che la sera della battaglia di Goito mentre stava seduto sul ciglio del fiume ebbe l’idea che presentò in seguito all’esposizione di Vienna ricevendo la medaglia del progresso ma purtroppo ingenuamente trascurò di brevettarla. L’idea gli fu cosi sottratta e sfruttata industrialmente ma comunque egli diventò professore universitario e senatore nel 1906 avendo molti onori accademici. Morì nel 1912. Goito lo ricorda con due lapidi: una apposta nell’atrio del Municipio e una sulla facciata del fabbricato a lato del Ponte della Gloria.

CHIESA PARROCCHIALE DI GOITO (Piazza Giacomo Matteotti) (Foglio n. 29 Mappale n. "A" vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Fu progettata dall’architetto Giovanni Maria Borsotti che iniziò a dirigere i lavori il 14 luglio 1729. Venne terminata nel 1734, ma solo nel 1776 si iniziò la costruzione della sagrestia, all’altezza dell’abside sulla fiancata sinistra, conclusa nel 1791. La Chiesa è in stile barocco, ha una lunghezza di 41 metri, una larghezza di 18 m e un’altezza di 20 metri. La facciata raffinata ed elegante offre su una base marmorea, colonne e lesene su due ordini suddivise da un cornicione e terminante con un frontone triangolare. Si formano cosi 5 assi formanti otto riquadri. Nei due assi posti ai lati spiccano due riquadri con al centro una nicchia e sopra, ai lati, elementi di raccordo. Nei due assi intermedi, nella parte bassa, si elevano le due porte secondarie d’ingresso all’edificio, mentre nei due riquadri superiori si possono scorgere due nicchie con le Statue di San Pietro e San Paolo. Sopra il portale d’ingresso principale c’è un mosaico riproducente l’immagine della Madonna della Salute; nel riquadro centrale, sopra il cornicione si stagliano una serie di cornici che creano effetti di chiaroscuro. Sul lato sinistro della Chiesa, sono invece il Campanile e la Sagrestia. I tre portali, che nel 1941 vennero ricoperti da lastre di bronzo dallo scultore Giuseppe Menozzi, offrono su ogni battente delle due porti laterali quattro Maestri della Fede, ossia l’Abate Ottoni Luciano, Mattia Simone, Giacomo Alfeo, il Marchese Ludovico Gonzaga, Pietro, Giovanni, Filippo e a sinistra Bernardino da Clerici, Bartolomeo, Giuda di Giacomo, Matteo, Camello Ulivo, Giacomo, Tommaso e Andrea. Il portone centrale, dedicato alla Vergine, presenta undici fusioni, riferite ai momenti della vita di Maria. La Basilica la suo interno presenta solamente una navata, ai cui i lati si scorgono quattro cappelle a volta; la prima Cappella laterale è quella dedicata a Sant’Antonio Abate, la seconda è dedicata al Sacro Cuore che un tempo ospitava un’altare in stucco del 1746 di cui si conservano ora alcuni tratti, in quanto in seguito a ristrutturazioni e rimaneggiamenti l’altare è stata sostituito da un’altare in marmo bianco policromo lateralmente. La terza Cappella è invece dedicata alla Madonna della Salute; possiede una volta a semicerchio e arco di circonferenza fatto a cassettoni di stucco poggiante sulle due lesene prospicienti la navata. La Quarta ed ultima Cappella laterale è dedicata a Gesù Crocefisso con ai piedi un’angelo, sulla destra S. Vincenzo Ferrari e sulla sinistra S. Francesco Saverio in adorazione. Ritornando alla navata, prima del presbiterio si scorge un confessionale in legno di noce lavorato sovrastato sa un bel quadro raffigurante” il trionfo della Croce”, tela racchiusa in una cornice di legno, dipinta ad olio, proveniente dalla Cappella della Confraternita della Santa Croce di Goito. Sembra che il dipinto sia di Domenico Celesti pittore veneto del 1700. L’altare maggiore è invece da attribuirsi al tagliapietra veronese Carlo Sandri, su disegno dell’architetto Antonio Vergani. Il paliotto mostra un pannello fuso in bronzo, raffigurante l’Ultima Cena, opera del Menozzi, mentre nei riquadri laterali sono presenti due pannelli bronzei raffiguranti “il Battesimo di Cristo”e l’annunciazione. L’abside semicircolare accoglie un bellissimo coro in legno tutto intarsiato di avorio, formato da sedici stalli con inginocchiatoi e con al centro cattedra con baldacchino. Tutto questo è opera seicentesca, proveniente dal convento dei Camaldolesi di Bosco Fontana. Sopra il coro a dividere la parte absidale in tre settori sono quattro lesene doppie decorate: nei settori laterali si elevano delle finestre vetrate mentre quello centrale è interamente occupato dalla grande tela del Maestro mantovano Giuseppe Bazzani. Il dipinto, che rappresenta Cristo che consegna le chiavi a San Pietro, con Loghino a lato e le figure simboliche della Fede, della Speranza, della Carità, è stato realizzato nel 1739. La sagrestia, formata da un’unico vano, presenta un soffitto a volta. È presente un grande mobile in noce, con sportelli a specchio e cimose ad intaglio e proviene anch’esso dal Convento di Bosco Fontana. Nella navata si scorge anche, intagliato nella parete, un confessionale in legno sovrastato da un quadro di San Francesco in preghiera, opera del pittore Domenico Fetti. Infine, prima dell’uscita, nella parete sinistra si accorge il piccolo Battistero con il fonte battesimale opera in bronzo e marmo di Giuseppe Menozzi.

 

 

IL CAMPANILE DELLA CHIESA PARROCCHIALE DI GOITO (Piazza Giacomo Mattotti) (Foglio n. 29 Mappale n. A/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Fu distrutto a causa del terremoto del 1693 così il 26 Aprile 1806 il parroco del tempo Don Baldassarre Sartorio indisse una riunione di tutti i capi famiglia al fine di decidere le modalità della ricostruzione. L’opera di ricostruzione durò per oltre 3 anni. Quindi l’uso della torre scudata come campanile provvisorio che era durata per oltre 50 anni cessò nel 1810 quando il nuovo campanile fu ultimato. Esso adottava per la parte terminale la caratteristica forma a cipolla di chiara influenza alto-atesina, in ossequio con ogni probabilità alla cultura ed ai gusti dei dominanti austriaci. Nel 1833 si diede corso alla realizzazione di un concerto di 5 campane con il relativo castello in legno. Nel 1970 si effettuò l’elettrificazione delle campane.

CHIESA PARROCCHIALE DI CERLONGO (Via Chiesa) (Foglio n. 9 Mappali nn. 325 e 196 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Dedicata a San Giorgio Martire, venne iniziata il 23 Aprile del 1723 su progetto di un’architetto sconosciuto del primo settecento. L’aspetto della chiesa è modesto e lineare; all’esterno, sulla destra si eleva lo slanciato campanile in cemento armato. Costruito recentemente, esattamente nel 1952, in sostituzione dell’originale risalente al 1694. La facciata presenta quattro semicolonne poggianti su di un basamento, al centro del quale vi è la porta d’ingresso architravata. Le semicolonne che sostengono l’architrave terminante con il frontone triangolare, sono sormontate da un capitello ionico. All’interno la navata, che offre su entrambi i lati due cappelle della medesima altezza, termina con il presbiterio e l’abside semicircolare. La navata delinea cinque campate voltate a tutto sesto, i cui sottarchi poggiano su un cornicione sostenuto dalle innumerevoli lesene in stucco colorato. Sulla destra del portone d’ingresso, è posta la cantoria, costruita nel 1757 dove è conservato un piccolo organo a mantici dello stesso anno, la prima cappella dedicata a San Giuseppe che racchiude la pala raffigurante “la morte di San Giuseppe”attribuita con ogni probabilità al pittore di scuola veronese Gianbettino Cignaroli. La seconda cappella, dedicata a S. Antonio che tiene tra le braccia Gesù. Ritornando alla navata, appesa alla parete, prima della balaustra, si scorge una piccola tela raffigurante la Vergine con il bambino tra le braccia che dovrebbe risalire alla seconda metà del 1700. proseguendo, una balaustra di marmo bianco, rosso e nero, aperta al centro, conduce al presbiterio, dove spicca l’altare in marmo policromo di notevoli dimensioni con mensa e tabernacolo. Analizzando attentamente la Chiesa scorgiamo sulla parete di destra un quadretto raffigurante la fede, e altri due piccoli dipinti ad olio su tela raffiguranti gli evangelisti Matteo e Giovanni attribuibili alla scuola di Giuseppe Bazzani. Sulla parete sinistra è appesa una tela dipinta ad olio raffigurante S. Francesco in adorazione del Crocefisso dipinta da ignoto. Frontalmente è invece appesa una tela, dipinta ad olio dal pittore vicentino Bartolomeo Dall’Acqua prima del 1738, raffigurante “la samaritana al pozzo con Cristo”. Il coro in legno di noce, realizzato nel 1753 è situato nell’abside; formato da 14 stalli con sedili e inginocchiatoi è opera di un artigiano della zona. Al centro della parete racchiusa in una cornice dorata vi è la tela dipinta ad olio da Bartolomeo Dall’Acqua prima del 1738 raffigurante “S. Giorgio e il Drago”. La terza cappella dedicata alla Beata Vergine, offre un’altare in marmo policromo del 1753 e una statua in gesso della Madonna. Il tabernacolo è in legno dorato. La quarta ed ultima cappella è invece dedicata a San Luigi e conserva in una cornice in stucco, una tela che rappresenta la Vergine che schiaccia il capo al serpente, mentre in basso S. Luigi la invoca.

CHIESA PARROCCHIALE DI SOLAROLO (Strada Solarolo) (Foglio n. 57 Mappali nn. 100 e 107 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
La Chiesa parrocchiale, dedicata a S. Margherita Vergine e Martire, costruita in poco più di 6 mesi quando La Chiesa parrocchiale, dedicata a S. Margherita Vergine e Martire, costruita in poco più di 6 mesi quando era parroco don Giacomo Gasapini (deposizione della prima pietra il 13 aprile 1817, benedizione il l° novembre 1817 ), fu realizzata su progetto dell’architetto Giovanni Battista Marconi. Sorge al posto della Parrocchiale precedente, demolita nel 1815, e fu eretta sotto la guida del capomastro Giacomo Bovi, con il concorso attivo dei parrocchiani dell’epoca. La costruzione, in pietra cotta a vista, presenta la facciata ricoperta in marmo fino all’altezza del cornicione, mentre la parte alta ed il campanile, che é addossato sulla destra, sono intonacati. Il rivestimento in marmo travertino, avvenuto nel 1937, é opera degli artigiani locali Aldo e Romolo Venturini; questo forma cinque assi: in quello centrale si apre la porta d’ingresso architravata e sormontata da una lapide riportante il periodo di realizzazione della chiesa. Lateralmente il rivestimento forma quattro specchiature: le due centrali ospitano delle nicchie in corrispondenza di due finestre ora chiuse. Al di sopra del cornicione, tra le due svecchiature, abbiamo, centralmente, una finestra contornata da un semicerchio rilevato e poi un frontone triangolare, nel cui timpano é aperta una finestra circolare. Di gusto neoclassico, é formata da una sola navata con due cappelle laterali, dal presbiterio e dall’abside semircolare. La volta della navata evidenzia le strutture portanti del soffitto, dove le paraste e le lesene laterali, congiungendosi, lo dividono in cinque settori: due in corrispondenza delle quattro finestre laterali poste sopra il cornicione, uno in corrispondenza della cappella e due intermedi. Internamente la chiesa, di medie dimensioni (lung. m. 21 – larg. m. 16 – alt. m. 12) é, fatta eccezione per il coro, tutta rivestita in marmo rosso di Verona per un’altezza di m. 2,20. Il lavoro di rivestimento fu realizzato negli anni 1947-48-49 . Oltre il portone d’ingresso in legno, sulla destra, si trova un’acquasantiera in marmo bianco e subito oltre, nella parete laterale, si apre la porta d’accesso alla cantoria, inaugurata il 20 luglio 1946, opera in legno dell’artigiano locale Ulderico Mattioli su progetto dell’ing. Chino Zanini. Incassato nel muro, si trova un confessionale ottocentesco a tre stalli in noce, e, poco più avanti, separata dalla navata da una balaustra in marmo, si incontra la Cappella della Madonna del Rosario. L’altare della Madonna, modificato ed arricchito in marmi nel 1937 , presenta nel paliotto sotto la mensa una statua in gesso di Cristo morto, mentre al di sopra, tra due gradini in marmo, é posto, a forma di tempietto, il tabernacolo disegnato da Giovanni Battista Vergani nel 1831 per l’altare maggiore e qui trasferito nel 1955, allorché fu realizzato l’attuale tabernacolo dell’altare principale ). Al di sopra, tra le due lesene e l’architrave in legno colorato, in una nicchia che fa da fondale, é posta la statua in gesso della Madonna del Rosario. Proseguendo, si incontra la porta, da cui si accede alla Cappella di S. Antonio. Questa, coeva della Parrocchiale, originariamente, fungeva da sagrestia. Nel 1925 fu costruita, tra il campanile e la cappella, come sala delle riunioni, quella che é poi divenuta, dal 1941, l’odierna sagrestia. Ciò ha permesso, il 13 giugno 1941, di ultimare la Cappella di S. Antonio con l’altare opera di Romolo Venturini. Nella sagrestia, arredata con un grande armadio e due cassettoni dell’800 in noce lavorato, sono conservati l’ostensorio e due calici in oro ed argento del XIX secolo. Ritornati nella navata, sopra l’apertura, si trova un quadro, dipinto ad olio su tela di autore ignoto e donato alla chiesa dai Conti Solferini di Solarolo ). La tela, databile alla fine del 1700, rappresenta la Vergine col Bambino Gesù assisa su una nube ed in basso quattro Santi: sulla destra S. Luigi Gonzaga e S. Antonio da Padova, sulla sinistra S. Domenico e S. Margherita. Si accede poi al presbiterio, ai cui lati sono ubicate due Cappelline che vi si affacciano con grandi aperture, e al centro, al limitate del coro, è posto l’altare maggiore eretto nel 1831, come confermato dalla scritta incisa nel marmo. L’altare, realizzato in marmo bianco con specchiature di dimensioni variabili in marmo rosso, fu disegnato dall’architetto Giovanni Battista Vergani ed ha subito, nel tempo, notevoli trasformazioni che lo hanno ridotto ora ad un unico blocco di marmo bianco, con paliotto rosso, rialzato su tre gradini. Dapprima, nel 1955, fu sostituito il tabernacolo primitivo con uno in onice di più grandi dimensioni, a forma ottagonale, arricchito di bronzi raffiguranti momenti della vita di Cristo; poi, nel 1975 , furono tolti i tre gradini, che si alzavano dalla mensa, e lo stesso tabernacolo in onice, che ora é posto su un piedestallo al limitare sinistro della navata. Sulla parete sopra l’apertura che si affaccia alla Cappellina di destra, é collocato, all’interno di una semplice cornice, un quadro ad olio su tela del 1600 , di gusto popolare, proveniente dalla vecchia Chiesa parrocchiale. Il dipinto, di modesta fattura, il cui autore é ignoto, rappresenta, nella parte superiore, la Madonna del Rosario su una nube ed in basso, a destra, S. Margherita e, a sinistra, S. Domenico in atteggiamento orante. All’inizio del semicerchio absidale una porta conduce alla Cappella di S. Antonio e, subito dopo, inizia il coro, composto da 12 stalli e la cattedra con i relativi inginocchiatoi. Il coro, in noce lavorato, é un’opera del 1842 degli artigiani locali Carlo Rinaldi e Carlo Maregnani. Al di sopra, al centro della parete, é appesa una tela ottocentesca di grandi dimensioni, il cui autore é ignoto, raffigurante S. Margherita tentata dal drago, dove la Santa é in adorazione dell’Ostensorio. Prima del presbiterio, una porta laterale conduce all’esterno e poi si apre la grande apertura che collega con la Cappellina laterale, al cui interno c’é una delicata immagine della Madonna dipinta su tela, databile al secolo XVIII di buona fattura e di autore ignoto. Il dipinto, raffigurante la Mater Misericordiae, originariamente era posto nella Cappella del Sacro Cuore ed é stato collocato nell’apposita cornice, incastonata nel muro, nel novembre 1948. Al di sopra dell’apertura, fissata alla parete, all’interno di una cornice di legno lavorato, é posta una bella tela seicentesca della Madonna Assunta (18). Il dipinto ad olio, di autore ignoto, dimostra una certa maestria, specie nel movimento dei quattro Angeli che sostengono la Vergine, e proviene dalla Chiesa parrocchiale cinquecentesca. Ritornando nella navata, la parete sinistra presenta, dopo la porta che conduce al pulpito, costruito in legno a specchiature e sormontato dal baldacchino e coevo della Parrocchiale, la Cappella del Sacro Cuore di Gesù. Questa, separata dalla navata da una balaustra in marmo bianco, presenta centralmente l’altare, rinnovato nel 1937. Fino a tale periodo l’altare, costruito parte in legno e parte in cotto, era dedicato all’Immacolata Concezione. Ora il paliotto e la mensa sono in marmo, mentre i due gradini che vi stanno sopra, il tabernacolo, le lesene laterali e l’architrave del fondale sono in legno colorato. Nel fondale é posta la statua in gesso del Sacro Cuore acquistata dalla Ditta Gheduzzi di Verona nel 1937. Avviandosi all’uscita, si trovano il secondo confessionale in noce incavato nella parete e poi la porta del piccolo battistero. Il battistero presenta una statua un gesso, realizzata nel 1941, dal pittore Pittozzi, raffigurante San Giovanni Battista ed il fonte battesimale, in onice verde del Pakistan, con coperchio in rame sbalzato, opera completata nell’anno 1970, dallo scultore Gino Lanzaghi. Da ricordare, infine, la Via Crucis, in gesso, acquistata dalla Ditta Gheduzzi di Verona il 25 novembre 1941. 

CHIESA PARROCCHIALE DI VASTO (Strada Vasto) (Foglio n. 3 Mappali nn. 134 e 135 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
La chiesa è dedicata a San Bartolomeo Apostolo e venne iniziata nel 1720, quasi completamente terminata nel 1725 e conclusa con il coro nel 1729. Progettata dall’architetto Giovanni Maria Borsotti, ha struttura interamente in cotto, esternamente intonacata. Sulla sua sinistra abbiamo il campanile, mentre a destra la sagrestia. La facciata appare a quattro lesene a doppio ordine con una finestra bifora. La pianta definita mistilinea presenta una navata centrale, due cappelle laterali e termina con presbiterio e coro semicircolare. La Chiesa è piuttosto decorata con stucchi nel suo interno realizzati dal mantovano Giacomo Galli nel 1729. troviamo nel suo interno la statua in stucco di Sant’Agostino, il quadro ovale rappresentante Gesù nel Getsemani, le statue di S. Bruno e S. Antonio da Padova nella Cappella laterale, e una bellissima Pala cinquecentesca attribuibile con ogni probabilità alla scuola di Raffaello. Questa tela rappresenta la Madonna col bambino sulle ginocchia e due Angeli che le sostengono la Corona, mentre ai lati ci sono S. Giovanni Evangelista e S. Bruno. Separato dalla navata da una balaustra di marmo, troviamo il presbiterio nel quale è situato l’altare maggiore con il tabernacolo, e una cornice ovale in stucco in cui è racchiusa una Tela raffigurante S. Luca. Nella navata centrale è situata la statua in gesso di S. Gregorio e un ovale del 1730 raffigurante S. Marco dipinto da Giuseppe Bazzani. La seconda Cappella laterale, dedicata alla Beata Vergine del Carmine ospita la statua della Vergine attorniata da una cornice e da Angeli in stucco, la statua in gesso di S. Francesco di Sales e quella di S. Filippo Neri. Da non sottovalutare la presenza di 14 bellissime acqueforti raffiguranti la Via Crucis disegnate da Luigi Sabatelli e un preziosissimo ostensorio d’argento del 1700. Chiesa di S.Rita costruita nel 1950, fu inaugurata il 22 Maggio di quell’anno. L’area era stata donata alla Chiesa parrocchiale di Goito dai Sig.ri Moschini.[1] Al suo interno sono racchiusi due ovali del 1700 raffiguranti “ la Sacra Famiglia” e “la morte di S Giuseppe) risalente al XVIII sec.
[1] Fu progettata dall’architetto Campanari, la costruzione venne diretta dal Geom. Sergio Guidoni. Il rilievo in cotto di S.Rita opera dello scultore goitese Menozzi mentre l’affrescatura venne curata dal pittore roverbellese Passerini. 


ORATORIO DI SAN PIETRO IN VINCOLI DI MASSIMBONA
(Strada Massimbona)
(Foglio n. 18 Mappali nn. 45 e 43 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
La costruzione dell’oratorio, della quale non esiste una datazione precisa, risale probabilmente alla presenza dei monaci benedettini nel territorio, Nel 1007 infatti viene fondato a San Benedetto Po, nel basso mantovano, il convento di San Benedetto in Polirone ad opera di Tebaldo di Canossa, notevolmente arricchito in seguito dalle donazioni di Matilde di Canossa. È grazie ad essa infatti che, all’incirca negli stessi anni, passano sotto il controllo benedettino due importanti conventi: Santa Maria di Castiglione a Parma e San Genesio a Brescello. È proprio a quest’ultimo che, secondo un documento datato 12 novembre 1099, Matilde vende terreni situati a Pegognaga, Gonzaga, Scorzarolo e Goito. Quest’ultimo poi, insieme ai terreni di Massimbona, passa nei primi decenni del XII secolo direttamente sotto il controllo di San Benedetto in Polirone (a testimonianza di ciò esistono due documenti del 1105 e del 1111). La dedicazione stessa a San Pietro conferma un’ origine benedettina dell’edificio in quanto il culto di tale santo era largamente diffuso nel medioevo da questi monaci, che vedevano in lui il fondamento della chiesa di Cristo per l’autorità ricevutane e la qualità del martirio. La chiesa di impianto romanico presenta una semplice pianta rettangolare ad aula (cioè con una sola navata), con un unico altare centrale ed un presbiterio piuttosto ampio. La facciata è a capanna con un timpano al cui centro è inserita una finestra rettangolare. Le pareti interne, bisognose di un urgente restauro, presentano una complessa struttura a palinsesto caratterizzata cioè da dipinti di epoche diverse che si sovrappongono gli uni agli altri, mentre le decorazioni tarde della zona presbiteriale, già restaurate, mostrano una situazione più chiara e di più facile studio. Gli affreschi, in tutto tredici, rappresentano per lo più santi dalla valenza taumaturgica, cioè visti come protettori del luogo ( San Cristoforo evocato contro l’esondazione delle acquee del fiume, Sant’Antonio Abate evocato come protettore degli animali domestici, Santa Caterina come protettrice dei mugnai, San Giacomo come protettore dei pellegrini ). Molto sentito è anche il tema mariano ( come del resto in quasi tutte le chiese campestri del territorio) e forse uno dei dipinti migliori è proprio una Madonna in trono con Bambino, posta al centro della parete sinistra, databile alla prima metà del sedicesimo secolo e di probabile scuola veronese. Altrettanto valida è però anche una rovinatissima Crocifissione trecentesca posta in controfacciata e molto simile ad una presente nell’oratorio Bonacolsi a Mantova (probabile influsso dei giotteschi padovani). Concludendo va detto che la chiesa, confrontata con altri edifici campestri della zona, evidenzia elementi stilistici ed iconografici costanti che rientrano in un linguaggio pittorico caratteristico ed omogeneo del territorio mantovano nel Medioevo. 

CASTELLO DELL'INCORONATA DI CERLONGO (Piazza San Pio X°) (Foglio n. 9 Mappale n. 376 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Complesso architettonico dal gradevole affetto scenografico. La denominazione è recente ma la sua storia parte da lontano e se pur certo più frutto di deduzioni che documenti legati alle vicissitudini cerlonghine. Probabilmente nel sito esisteva già un’edificio nel XV sec. , ma un documento certo si rintraccia nel Catasto Teresiano del 1776 del Comune e dei suoi colonnelli (frazioni), dove a livello cartografico si può vedere una contrada ben delineata e simile all’attuale con le ripartitore dei comparti, corti, coltivi e destinazioni d’uso perfettamente coincidenti. Nel mappale 1913 si riparte la proprietà di Scaratti Vincenzo e Filippo di casa e corte in parte di villeggiatura e in parte casa e corte appunto ad uso masserizio. Seguendo le notizie storiche intorno al succedersi dei proprietari su può tratte qualche informazione anche e proprio in funzione della lettura dello stato e delle trasformazioni apportate nel tempo allo stabile. Negli inventari parrocchiali si parla della costituzione e benedizione dell’oratorio pubblico, edificato attiguamente nel luglio 1838 dalla nobile famiglia Cocastelli, dedicato alla presentazione al Tempio di Maria. Un documento dell’archivio parrocchiale cita il nome dei proprietari del palazzo nel 1858: la corte Cocastelli include i numeri civici dal 295 al 306, il numero 302 indica il Palazzo patronale di villeggiatura abitato dal Conte Reginfrido Cocastelli e famiglia, vi risiedono pure il cuoco, il cameriere, il carrozziere, la guardarobiera, la donzella e la balia. Il numero 305 è abitato dal curato Don Biagio Ribolla e gli altri dal contadino. Il conte divenne deputato dal regno Lombardo – Veneto e nel marzo 1860 sindaco del Comune di Goito nel Regno d’Italia. Il passaggio di proprietà ai nobili Conti Magnaguti non è documentato ma dovrebbe risalire agli ultimi decenni dell’800 probabilmente per matrimonio con una figlia del Conte Cocastelli. A tal proposito sul pavimento a mosaico è posto l’emblema araldico della famiglia Magnaguti: una cicogna tenente nel becco un serpentello verde. Nel 1866 Vittorio Emanuele Secondo soggiornò nel palazzo cosi come testimonia una lapide interna. A metà del 1950 circa il complesso fu deceduto alle Suore dell’Incoronata per poi essere recentemente acquistato dal Comune di Goito. L’impianto più antico del complesso sembra essere riconducibile a metodologie costruttive locali, ma già in uso nel periodo pre – rinascimentale. L’edificio a sviluppo gran parte orizzontale si erge di poco rispetto ai corpi di fabbrica che lo serrano ai lati. Strutturato su due piani sovrapposti, uno di servizio basso, uno rialzato nobile, di rappresentanza. È caratterizzato da segnatura in elevazione del corpo centrale con timpanatura nella facciata interna, e con tre bastioni e fronte merlato di tipo guelfo sulla strada. Gli elementi architettonici presenti potrebbero ricondurre a canoni stilistici seicenteschi ma alcuni elementi la rendono probabilmente un’opera tardo settecentesca o ottocentesca. L’innesto dei bastioni, uno maschio centrale e due laterali, potrebbero risalire alla seconda metà dell’800, forse già dai Conti Magnaguti sull’onda del fiorire dello stile neogotico in sintonia con la coincidente edificazione della chiesa parrocchiale di Sermide (1869/1874), da dove la nobile famiglia proveniva e manteneva poteri, possedimenti e nobile dimora. Nel portalino sono presenti elementi architettonici originali recuperati dai Cocastelli dalla chiesa demolita di S. Domenico a Mantova. 

IL PONTE DELLA GLORIA SUL FIUME MINCIO NEL CENTRO ABITATO DI GOITO (ex Strada Statale "Goitese" 236).
Il ponte probabilmente sorge nel periodo dei Canossa, anche se fin dall’arrivo dei Goti nel 489 diventa punto strategico di fondamentale importanza. Esso era levatoio e fu rifatto moltissime volte a causa dei transiti, delle piene del Mincio e dei furti di travi che venivano commessi dai poveri, anche a rischio della forca. Attorno ad esso sorsero strutture difensive per ospitare guarnigioni militari ed addetti alla riscossioni dei pedaggi. Con Matilde il diritto di passaggio viene concesso e controllato dai Monaci Benedettini di San Genesio da Brescello. Da Mantova verranno inviati gli appartenenti della “Consorteria della Clocheria” più tardi detti Signori di Goito, che spodestavano i Monaci sui diritti di passaggio, esercitando tutti i diritti sulla zona. Nel corso dei secoli il ponte fu più volte distrutto e ricostruito. Dopo varie vicissitudini nel gennaio 1777 venne concesso l’appalto per un nuovo ponte in pietra al mantovano Alessandro Vassanelli per una somma complessiva di 39000 lire austriache. Per i lavori di carpenteria fu utilizzato legname dei boschi goitesi, mentre per le costruzioni in muratura vennero utilizzate anche le antiche pietre della rocca gonzaghesca. Nel novembre 1778 Vassanelli comunicava al governo la conclusione dei lavori. 

 




PLATANI SECOLARI
(Piazza Sordello).
Situati nella Piazza Sordello, sono di proprietà del Comune di Goito. La Commissione Provinciale di Mantova per la Protezione delle Bellezze Naturali li incluse nell’elenco da sottoporre a tutela paesistica in base alla legge 29 giugno 1939, sulla Protezione delle Bellezze Naturali. Il Ministero con un decreto del 10 gennaio 1952 confermò questa disposizione e da allora i platani secolari sono da considerarsi un vero e proprio "Monumento Nazionale". Di platani secolari ne sono rimasti 6 rispetto ai 18 messi a dimora in origine nel 1836. 

 

 

 


LA QUERCIA DI SACCA
(Via Ferrante Amedeo Mori - proprietà privata Galtrucco)
(Foglio n. 70 Mappale n. 23/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Un bellissimo esemplare di quercia (quercus robur) con circonferenza m. 4. 83 ed un’altezza di m. 24. Questa farnia gigantesca è sicuramente uno degli alberi più belli del mantovano ed è forse un residuo delle antiche foreste dove andavano a caccia i Gonzaga. Secondo gli esperti non si sarebbe ancora sviluppata completamente. Il perfetto equilibrio della sua chioma, circa 36m. di diametro, la rende un perfetto elemento scenografico per una foto d’autore. 

 

 

 

 

IL MERCATO (centro storico di Goito).
IL Duca Guglielmo Gonzaga autorizza un mercato settimanale da tenersi il Venerdì nella Contrada Maggiore. Dal 1714 il giorno diventa il Sabato. Attualmente il giorno del mercato di Goito è la Domenica e si svolge lungo le vie principali del centro storico. Sempre affollato è uno dei più importanti e ricchi di tutto il territorio mantovano.

IL MULINO DI GOITO (Via Circonvallazione Est) (Foglio n. 29 Mappale n. 259 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
L’attenzione dei Gonzaga verso Goito, in particolare nella seconda metà del 1400 con Lodovico, si concretizza con la realizzazione di imponenti opere idrauliche che permettono di irrigare vaste estensioni agricole, non molto fertili, soprattutto nella parte settentrionale del Comune. Egli si avvale dell’aiuto dell’ingegner Giovanni da Padova che progetta il Naviglio di Goito. Sia lungo il fiume che lungo il Naviglio stesso, sorgono molti mulini, alcuni filatoi e una cartiera a Maglio, grazie alla particolare velocità di scorrimento delle acque del canale. I mulini erano quasi sempre di proprietà di importanti famiglie che li concedevano in affitto. Eran gestiti da vere e proprie stirpi di mugnai goitesi quali: Alboini, Angelini, Cavalieri, Cobelli, Facchini, Noventa, Pozzi. Il Mulino di Goito si trova in fondo a Via Vittorio Veneto, poi svoltando a destra lungo un breve tratto di Via Circonvallazione Est si entra in un cortile tramite un cancello sempre aperto d'ingress. Il Mulino posto ovviamente in fregio al Fiume Mincio risale all’inizio del XVII° secolo ed è di particolare rilevanza storica ed architettonica. Al suo interno sono ancora presenti numerose attrezzature e le pale che azionavano le macine tuttora esistenti. Il mulino cessò l’attività nel 1956 dopo che la famiglia Pozzi che lo aveva guidato per 50 anni, trasferì il proprio laboratorio in paese. Gli ultimi proprietari furono la famiglia Moschini, poi con l’Amministrazione Comunale ci fu un’accordo di vendita una decina d’anni fa circa. Dal Ponte della Gloria si può osservare una splendida visuale del mulino di Goito. 

IL MULINO DI MASSIMBONA (Strada Massimbona) (Foglio n. 18 Mappali nn. 39 - 42 - 36 - 38 e 37 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Appartenne ai Gonzaga e fu più volte modificato. Il mulino qui rappresenta il centro dell’insediamento rurale che sta intorno, formato dalle vicine corti, dalla chiesetta Patrizia dall’osteria e dalla strada che venne obbligata ad una stretta curva per arrivarvi direttamente. Il primo riferimento storico che lo riguarda risale al 22 Novembre 1231; su una delle travi dell’edificio è anche inciso il cognome della famiglia Bonetti che nel 1393 era proprietaria del molino. Qui sono conservati numerosi attrezzi originali costruiti nei secoli dai mugnai. Dal punto di vista tecnico il molino funzionava tramite il movimento di quattro ruote, sfruttando la notevole portata del fiume Mincio e poteva macinare da 800 a 1000 kg di cereali l’ora. È di proprietà privata. 

LUNGOMINCIO MARCONI (Goito lungo il Fiume Mincio dalla vecchia Rocca agli ex lavatoi pubblici).
Il sentiero, realizzato nel 1994 grazie al Corpo Forestale della Regione Lombardia, al Parco del Mincio e alla guardie ecologiche volontarie, costeggia il fiume Mincio ed offre uno scorcio di rara bellezza da gustare tra il verde e gli animali acquatici e l'isola situata frontalmente.


 

 

 

 



LUNGO MINCIO DEGLI ARIMANNI
(Goito lungo il Fiume Mincio dal Ponte della Gloria agli impianti sportivi Pedagno).
Diviso dal Lungomincio Marconi e dal Ponte della Gloria,costeggia il fiume per un lungo tratto fino a corte Guà. Qui nel silenzio e nel verde si possono osservare sull’altra sponda la villa Giraffa, la Rassega, fino ad arrivare appunto al Guà e proseguire. Dopo la piccola cascata del Mincio, i canoisti sono soliti attraccare, prima di ripartire verso Rivalta. Gli Arimanni (in germanico, uomini dell’esercito) presso i Longobardi erano la classe dei guerrieri,proprietari di terre ereditarie ed inalienabili, residenti in guarnigioni stabili poste in località di importanza politico-militare; le terre venivano concesse dallo stato come compenso a base economica per le prestazioni militari. Nella società longobarda erano considerati gli unici uomini legalmente liberi ed intervenivano nei giudizi sotto la direzione di un funzionario regio (sculdascio) per proporre la sentenza. Nel periodo comunale-1115-1274- gli Arimanni divennero signori di Goito e da nobili campagnoli fissarono la loro dimora presso il Castello. Una delle personalità più illustri fu Poma Visconti vissuta nel 11° sec.. Appartenne al nobile Casato Visconti, vedova in giovane età convertì un suo palazzo in Mantova in un monastero di suore benedettine ritirandosi a vita umile e penitente. Morì nel suo ritiro nell’anno 1105. 

 

BOSCO DEL VOLTO (Goito Via Giovanni Zambelli - Piazza Artiglieri d'Italia) (Foglio n. 29 Mappale n. 345 e 344 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Il Bosco del Volto è un’area verde di circa un’ettaro posta nella parte est di Goito, delimitata dalla S. S. Goitese ed adiacente a Via Zambelli. Abbandonato fin dai prima anni ’70 e duramente colpito da un fortunale estivo nel 1994 fu riprogettato dal goitese Remo Bertani mantenendo soggetti quali salice bianco, arbusti di sanguinello e rovi, pioppi ibridi, robinia gelso selvatico, alcuni rari biancospini e sambuchi creando al contempo alcuni ambienti naturali quasi scomparsi dalla Pianura Padana, quali prateria, bosco e zona umida. Al suo interno sono presenti due specchi d’acqua, aree di sosta con panchine, un sentiero in ghiaietto lungo 470 metri; nel 2000 sono state piantumate circa 1800 nuove piante. Il bosco è raggiungibile tramite passerelle pedonali dal parcheggio Piazza Artigliri d'Italia e anche dalla Via Giovanni Zambelli. 

EX LAVATOI PUBBLICI (Goito Strada Torre) (Foglio n. 31 Mappale n. 6 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Costruiti in epoca subito successiva alla seconda guerra mondiale, erano naturalmente meta delle lavandaie che trovavano una maggior comodità per sbrigare i lavori di lavaggio degli indumenti. Da qualche anno vengono utilizzati come punto di appoggio e di attracco per le frequenti competizioni canoistiche che si svolgono nel Mincio.




 

 

 


VILLA MOSCHINI
(Goito Strada Torre - Piazza Giacomo Matteotti)
(Foglio n. 28 Mappali nn. 32 - 34 - 84 - 85 - 33 - 35 - 27 - 28 e 26 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Fin dal 1460 il marchese Ludovico Gonzaga aveva fatto costruire in Goito un magnifico palazzo aggiungendovi un vasto parco. Il marchese Francesco continuò l’opera dell’avo abbellendolo di tale splendore tale da renderlo famoso al pari di quello di Marmirolo. Popolò il parco di animali selvaggi per gli esercizi di caccia ai quali era molto portato. Ma fu con il duca Guglielmo Gonzaga, amante della campagna e desideroso di un’aria pura per la sua salute incerta, che il palazzo arrivò al suo massimo splendore. Negli anni 1584-1585-1586-1587 vi creò una residenza che non aveva niente da invidiare alle più belle ville che i Gonzaga possedevano in quasi tutti i punti del loro dominio. In quel periodo il casato toccò l’apice del successo economico e Guglielmo profuse per la sua villa la somma di 300.000 scudi d’oro.
Architetti, pittori, vetrai, indoratori, nomi famosi quali il Viani, Bertani, Fancelli, furono attivi nel palazzo. Gli affreschi furono curati da Teodoro Ghisi, Ippolito Andreasi, Francesco Bargano, Camillo Mainardo. Arrivarono arazzi, specchi, damaschi da ogni luogo. Si cercavano nelle lontane regioni dell’Asia e dell’America, piante, fiori, animali, uccelli, pesci per i giardini, per il parco, per le fontane. Nel 1693 un terremoto la danneggiò facendo crollare alcune stanze ed il tetto. Con la discesa politica dei Gonzaga anche i tesori d’arte come la villa cominciarono a decadere. Nel 1735 essa era ancora in uno stato tollerabile quando il paese fu preda delle truppe del re di Sardegna Carlo Emanuele III; che si accamparono nella villa, la quale subì ogni genere di violenza e spoliazione. Tutto il vendibile fu asportato, gli animale del parco uccisi, devastati i giardini ed il parco distrutti gli affreschi e le statue, infrante le fontane. In seguito, la superba dimora si sfasciò completamente in pochissimi anni, e di essa si ricorda solo la leggendaria magnificenza non testimoniata purtroppo da disegni e progetti, ma comunque immaginabile dai documenti dell’Archivio Gonzaga. Alla fine del 700, nella stessa parte del paese fu edificata l’attuale Villa Parco; l’architetto Leopoldo Pollack fu il progettista iniziale del Parco, testimoniato da una lettera datata 17 dicembre 1793 in cui egli assicurava il proprietario Francesco d’Arco sul fatto che la tenuta sarebbe diventata una delizia forse unica nello Stato. Si deve poi al lavoro di Giuseppe Crevola e Gianbattista Marconi architetti neoclassici di Mantova l’edificazione e l’innalzamento della villa. Un grande giardino sale verso di lei dalla cancellata, arricchito da fontane. Mano a mano che ci si avvicina alla costruzione, si trasforma secondo il gusto paesaggistico di derivazione inglese. I tre imponenti viali che corrono paralleli verso la villa risultano tagliati dall’asse formata dalla villa stessa e dalle sue lunghe adiacenze e dall’altro asse che parte dalle portinerie neogotiche. Nel parco alberi, arbusti, cespugli, siepi, macchie, aiuole, oleandri, roseti e una serie di laghetti suggellarono l’atmosfera romantica. Il parco è cinto da mura in sasso, la grandiosa fronte del palazzo appare nella parte mediana con un portico a cinque fari cui corrisponde una grande loggia chiusa con vetrate. (la parte principale del palazzo era composta da abitazioni, sale, salotti, un piccolo teatro, rimesse, scuderie che nel tempo subirono vari danni). Al secondo piano una serie di lesene poggianti sul bugnato gentile del registro inferiore della facciata, inquadrarono le finestre sormontate da timpano triangolare. L’ambizioso coronamento scultoreo ed esaltazione dello scudo recante le cifre dei Moschini, è il risultato del lavori del 1888 quando la villa entrò nel patrimonio di questa famiglia. L’ingresso principale del parco è monumentale, con due corpi di fabbrica a torrione con merlature ghibelline, rosoni, finestre a sesto acuto. Di notevole rilievo sono la vaccheria elaborata in stile neogotico e la cappella funebre dei Moschini eretta alla fine degli anni anni 20, dallo scultore Giuseppe Menozzi insieme all’architetto Luigi Fossati. Nell’ambito dei lavori del mausoleo vengono realizzati tra gli altri il portale in bronzo, la statua di Giuseppe Moschini, S.Francesco, la Deposizione, il calice d’argento, oro e lapislazzuli. Per concludere si può dire che la villa costituisce uno dei maggiori complessi costruiti in età neoclassica nel mantovano. Il 12 Marzo 1954 il presidente della repubblica la rende soggiacente a vincoli di bellezza naturale. Dopo i D’Arco furono proprietari il barone Somensari i conti Cocastelli e dal 1879 all’ingegnere Moschini i cui discendenti sono tutt’ora proprietari.
IL PARCO DI VILLA MOSCHINI
La realizzazione del Parco documentata in varie lettere scritte da Giovanni da Padova tra il 1471 e il 1478 doveva rispondere alle esigenze del marchese e della corte di un legame più diretto con l’ambiente naturale non solo dal punto di vista economico ma anche ricreativo. Certamente la vastità della grande tenuta era molto superiore a quella attuale, coprendo tutta la sponda destra del Mincio fino alla Bardellona. Probabilmente alla originale struttura quattrocentesca appartengono le due fontane circolari e la partizioni dei viali.Il palazzo gonzaghesco sorgeva dentro le mura del Castello, mentre l’attuale Villa Parco fu edificata vicino ma fuori dalle suddette originarie costruzioni.Il parco venne cinto da una costruzione muraria progettata da Giovanni da Padova. Nel 1472 venne innalzato un tratto di muro dell’altezza di sei braccia e dei cornicioni che testimoniavano il fatto che non si trattasse di un semplice muro di recinzione ma di una struttura architettonicamente definita. Il perimetro delle mura misura circa sei chilometri. 

VILLA GIRAFFA (Goito Strada Maglio - Piazzetta del Bersagliere) (Foglio n. 44 Mappali nn. 24 - 16 - 25 e 35 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
La sua storia prende inizio attorno al 1500. Infatti , nell’ agosto 1509 allorquando stava tentando la conquista di Isola della Scala, il Marchese di Mantova Francesco Gonzaga venne catturato nel sonno dalle truppe veneziane del capitano della Serenissima Lucio Malvezzi e trasportato a Venezia. La moglie Isabella D’Este spinta dalla disperazione si affidò a Papa Giulio II per ottenerne la liberazione e una volta riuscita nell’ intento si sdebitò con la Chiesa concedendo agli ordini religiosi l’ utilizzo dell’ edificio che venne trasformato nel Convento dei Cappuccini. La villa è posta sulle rive del Mincio, adiacente al ponte della gloria si presenta come un eccezionale insieme eclettico di tutti i gusti costruttivi che vanno dal 400 al 900 nella composizione di vari stili, con vaghe reminescenze fancelliane, è possibile che siano stati inseriti elementi della leggendaria villa Gonzaghesca ora scomparsa. Questo è probabilmente vero in misura maggiore nei due corpi d’ingresso. Nella parete frontale un grande graffito riproduce scena di caccia; sono presenti ampie finestre ad arco tondo, fumaioli in cotto e sasso vivo, poggioli, un pozzo con stemmi araldici, una fontana (ora scomparsa), un belvedere. Secondo lo studioso Moreno Tonini è quasi certa l’opera di Giulio Romano che in tutte le sue opere prediligeva giochi d’acqua e fontane. All’interno della villa erano presenti stupendi affreschi giulieschi che furono coperti all’arrivo dei Cappuccini. La Giraffa si presentava con tutta probabilità come un piccolo Palazzo Te goitese che fu rovinato nel tempo da continui ritocchi e spregiudicate aggiustature. L’aspetto migliore della villa è il rapporto con l’ambiente naturale, realizzato attraverso la struttura del grande parco ottocentesco. L’area recintata è di 27000 metri quadrati con abeti, magnolie, salici, tigli, roseti, faggi, bossi, platani secolari. In passato essa fu sede come detto del convento dei frati Cappuccini (1610) citato nel catasto Teresiano nel 1776. L’arrivo di Napoleone e la sua furia anticlericale portarono alla conseguente confisca dei beni religiosi e segnò la loro cacciata alla fine del ‘700. Qui l’esercito francese vi costituì un’ ospedale per il ricovero dei feriti di guerra. Secondo la leggenda i Cappuccini lanciarono una maledizione verso tutti i futuri proprietari della villa. Un documento archivistico testimonia la presenza dei Cappuccini nell’ anno1738. In questa occasione la loro famiglia era composta da: GUARDIANO,padre Paolo d’ Acquanegra. VICARIO, padre Filippo della Massa, padre Lodovico da Canneto, padre Cirillo da Verona. CHIERICO, frate Davide da Verona. LAICI frate Felice dalla Fratta , Norberto da Venezia, Giacomo d’ Acquanegra. Dopo Napoleone il chiostro rimane senza padrone fino al 1828 quando un possidente mantovano GIOVANNI FUMAGALLI lo compra e lo trasforma in villa dandole il nome di LA GIRAFFA. Anche se non è possibile affermarlo con certezza è probabile ghe il parco interno fosse popolato da vari animali, quasi un giardino zoologico, e che la giraffa ne fosse l’ emblema, così come si puo’ vedere sulla facciata anteriore dell’ ingresso: forse un tentativo di rievocare nell’ immaginario collettivo l’idea della leggendaria villa gonzaghesca perduta per sempre. La tenuta rimane di proprieta’ di questa famiglia per oltre un secolo; verso meta’ ottocento la tenuta è utilizzata parzialmente come locanda là dove poi fu convertita in piccola chiesetta , cosi’ come si puo’ vedere in una incisione in bianco e nero sulla battaglia sul ponte dell’aprile 1848. Alle spalle del luogo della contesa si puo’ vedere una parte dell’ edificio con la scritta “Albergo della Giraffa”. Da segnalare che nel 1863 una piccola parte dell’ edificio stesso è ceduta per breve tempo al Comune di Goito che la utilizza per uso scolastico. FAMIGLIA FUMAGALLI: il proprietario Giovanni nasce a Bergamo nel 1789 da Giovanni Battista e Rosa. Non è azzardato affermare un probabile legame di parentela tra questa famiglia e il famoso violinista settecentesco Pietro Antonio Locatelli anch’egli bergamasco, vista la ricorrenza onomastica tra i discendenti dei Fumagalli (Giovanni Battista era il nome del cognato della moglie Caterina). I figli di Giovanni, Augusto e Giuseppe, si distinsero insieme ad altri della famiglia come volontari garibaldini nelle varie campagne risorgimentali dal 1848 al 1867. gli ultimi discendenti Fumagalli a abitare la villa sono l’Avvocato Attilio Quirino Gozzi e la moglie Carolina Fumagalli detta Ninina.IL CENACOLO DEGLI ARTISTI- Alla fine degli anni ‘ 20 la villa diviene punto di riferimento degli artisti grazie alla protezione dei mecenati Attilio e Ninna. Un centro culturale e d’ arte aperto a pittori e scultori di ogni parte anche stranieri;esso è collegato alle istanze piu’ moderne della cultura fascista sotto la guida di Giuseppe Bottai.Il gruppo, piuttosto eterogeneo, vede la presenza di figure mantovane quali i pittori Arturo Cavicchini, Alessandro Dal Prato e gli scultori Aldo Bergonzoni e Clinio Lorenzo Lorenzetti.A questi bisogna aggiungere il pittore goitese Giuseppe Fierino Lucchini ,l’ amico Ermanno Pittigliani e lo scrittore Emilio Faccioli,che nei confronti di tale gruppo ebbero sempre un atteggiamento molto guardingo.Tra le tante opere dedicate a Goito ,al Mincio e a punti suggestivi del suo territorio, diverse riguardavano la Giraffa.Cavicchini dipinse un ritratto dell’ avvocato Gozzi, mentre Lucchini produsse vari dipinti, acquarelli, disegni ed incisioni della tenuta signorile. Dal 1935 i nuovi proprietari sono i Pontoglio di Salo’ che vi rimangono per breve tempo operando un restauro. Dal 1940 nella villa subentra la nobile famiglia dei PERDOMINI. Il conte CARLO appartiene a una nobile famiglia di Gazzuolo dove egli nasce nel 1905; è persona molto influente, legato a Galeazzo Ciano e parente dei nobili Nuvoletti di Mantova. La contessa LIVIA BIANCHI, è la moglie. Insieme avranno quattro figli e faranno la storia di questa abitazione per quasi quarant’ anni. Questa famiglia ebbe parte importante nelle modifiche apportate agli edifici. Il salone delle feste è l’ ambiente piu’ ricco con il camino marmoreo sormontato dall’ emblema araldico dei Perdomini:troncato,nel primo d’ azzurro al monte naturale, sormontato da un albero in verde; nel secondo d’ oro a due sbarre d’ azzurro ciascuna caricata da tre stelle d’ oro. Un altro ambiente notevole al piano terreno è la sala dedicata a Mantova con pianta della città affrescata e gli stemmi delle principali casate: Gonzaga, Casali, Castiglioni, Cavriani ecc. ecc. La tenuta si presentava con : villa, chiesetta, sacrestia, appartamento ospiti, armeria, dependance, stalla. Cinquanta stanze totali per complessivi 3500 metri quadrati. Essa è sottoposta al vincolo dei Beni Culturali e Ambientali dal 1989. Negli anni ’90 è stata sede di un’ importante casa d’aste.

LA TORRE GONZAGHESCA DI SOLAROLO (Via Santa Margherita) (Foglio n. 58 Mappale n. 185/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
L’edificio risale probabilmente al XV secolo e faceva parte di un più ampio complesso, una corte di epoca gonzaghesca, probabilmente utilizzata come stazione di sosta per i cavalli. L’esistenza di tale complesso era testimoniata fino a pochi anni or sono dalla presenza di un tratto di porticato dell’epoca, ora purtroppo completamente snaturato.Comunque all’epoca lo stabile era utilizzato come piccionaia.
L’esterno è in cotto a vista, mentre l’interno è diviso in tre piani ancora sostenuti dalle travi originarie, i primi due sono intonacati, mentre al terzo si possono ancora osservare le nicchie con pietre a vista utilizzate appunto per la nidificazione dei volatili.
Dopo un lungo restauro concluso una decina di anni fa, l’edificio riportato allo stato attuale è utilizzato quale sede del Circolo Culturale Solarolese.

 




PALAZZO SAGRAMOSO DI SOLAROLO
(Strada Solarolo)
(Foglio n. 59 Mappali nn. 58 e 56 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).
Di rilievo la presenza in paese di Palazzo Sagramoso elevato a questo rango da questa nobile famiglia di conti che lo abitarono dagli anni ‘30. 

IL NAVIGLIO (Goito).
Iniziano nel 1455 i lavori di un’altra opera fondamentale per Goito, dopo la Via Postumia. Le ingenti spese del Canale che legherà il nostro lago alla città di Mantova vengono sostenute dal Marchese Ludovico di Gonzaga mentre il progetto è dell’ingegnere Bertola da Novate. La responsabilità dei lavori venne affidata all’ingegnere Giovanni da Padova che si avvale del lavoro di muratori, manovali e braccianti provenienti dalle più disperate località. Le acque del Naviglio servivano, oltre che ad annacquare i prati, a far funzionare le numerose attività sorte in quel tempo: cartiere, mulini, folli e concerie. Con la fine della dinastia dei Gonzaga finì pure il pieno funzionamento della via d’acqua che alimenta tutt’oggi qualche piccolo opificio e soddisfa molte necessità agricole. 

MUNICIPIO GOITO (Piazza Antonio Gramsci):
Venne costruito nel 1924 nella località dove venne abbattuta la Caserma dei Carabinieri. E' posto tra Piazza Antonio Gramsci e Via XXVI Aprile. E' utilizzato come bene patrimoniale disponibile. Il Municipio al piano terra è composto dagli uffici dei vigili, servizi sociali, anagrafe e da un ampio atrio dal quale parte uno scalone che porta ai piani superiori. Il 1° piano è formato dagli uffici della Segreteria, Messi, Sindaco, Ragioneria, Segretario, Assessori e dalla Sala Consiliare. Il 2° piano è composto dall'Ufficio Tecnico, dall'archivio e dall'alloggio custode. E' provvisto di un ascensore. Il Municipio è provvisto inoltre di locali ripostiglio nel sotterraneo. Questa sistemazione è in atto dal 1985. Valore capitale approssimativo netto Lire 1.000.000.000.= (Foglio n. 29 Mappale n. 307/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

CINEMA TEATRO COMUNALE GOITO (Piazza Antonio Gramsci):
E' posto in capoluogo Piazza Antonio Gramsci. E' un antico fabbricato sistemato definitivamente nel 1948 a Cinema. Nel 1960 è stato rinnovato nell'ingresso e nella platea. Ha 3 uscite. Dalla Via S. Martino si accede alla cabina e all'anticabina. Nel 1978 è stato completamente ristrutturato con la costruzione del palco, di un nuovo ingrsso con servizi e di una nuova platea a gradoni. Valore capitale approssimativo netto Lire 450.000.000.= (Foglio n. 29 Mappali nn. 303 - 304 e 305 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

STABILE SEDE U.S.L. POSTO IN PIAZZA GRAMSCI GOITO (Piazza Antonio Gramsci):
Fabbricato completamente sistemato e riattato nel 1969 a Sezione I.N.A.M. con ambulatori, uffici e servizi vari. Prima della sistemazione a Sezione I.N.A.M. il fabbricato era adibito a Scuole Elementari del capoluogo. La spesa sostenuta dal Comune per la sistemazione dell'edificio è stata di Lire 31.000.000. L'intero fabbricato di tre piani funziona oggi come Sede U.S.L.. Valore capitale approssimativo netto Lire 300.000.000 Il fabbricato ai suoi inizi: la costruzione del Monastero Benedettino dedicato a San Martino avvenne nel 1597 per volere del Duca Guglielmo Gonzaga. Due secoli dopo anche questo monastero sarà soggetto alla "soppressione" nel 1797 per diventare sede dei Pubblici Uffici e anche della Scuola Pubblica che vi occupava un'aula. L'ex monastero benedettino venne utilizzato anche come magazzino e anche come teatro e, soprattutto nei periodi bellici del Risorgimanto, come ospedale militare. Nel 1923 con un progetto di ristrutturazione edilizia, si separò la parte che doveva ospitare la scuola elementare e l'asilo dall'ala dove furono collocati gli uffici dell'Amministrazione pubblica. La prima scuola pubblica di Goito (Elementare) fin dai primi dell'800 era collocata inizialmente, nell'ex Monastero dei Benedettini, in un solo locale al piano terra, poichè le altre 4 stanze erano occupate da : archivio, saletta per l'unione del Consiglio, stanza pel Deputato Politico, altra per l'Agente Comunale e per tre Deputati. Dal 1923 e fino all'anno scolastico 1964-1965 vennero separate le stanze destinate alla Scuola Elementare (piano terra e piano primo) dagli altri locali destinati agli uffici comunali. (Foglio n. 29 Mappali nn. 307/parte e 306 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

STABILE POSTO IN VIA STRADA STATALE GOITESE GOITO (Strada Statale "Goitese"):
Edificio costruito nel 1905 dalla Famiglia Teni. E' composto da 2 piani con diversi locali adibiti dapprima a ricovero per anziani. Nel 1958 è stato ristrutturato ad aule per la Scuola Media. Dopo la costruzione della nuove scuole è diventato Sede al piano terra del Consultorio e dell'ambulatorio medico, al piano primo dell'ufficio di collocamento e della banda Musicale Città di Goito. Valore capitale approssimativo netto Lire 150.000.000 (Foglio n. 43 Mappali nn. 4 - 42 e 43 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCUOLE MEDIE GOITO (Viale Dante Alighieri):
Costruito nel 1970-1971 su un'area di mq. 5.880. E' stato occupato ed inaugurato nell'ottobre del 1972. Edificio denominato "Scuola Media Sordello" è composto di 3 piani con 18 aule ordinarie, 4 aule speciali, Presidenza, Segreteria, biblioteca, sala insegnanti, magazzino, palestra, servizi igienici. E' annesso all'edificio l'alloggio del custode che comprende 5 locali più servizi. Delibera consiliare n. 27 del 25/07/1968. Valore capitale approssimativo netto Lire 500.000.000 (Foglio n. 28 Mappali nn. 90 e 101 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCOLASTICO ELEMENTARI GOITO (Viale Dante Alighieri):
Dai primi dell'800 e fino al 1964-1965 la Scuola pubblica era collocata nei locali dell'ex Monastero dei Benedettini, poi nel 1966 su un'area di 6.000 mq. è stata costruita quella attuale. L'edificio occupato ed inaugurato nell'ottobre del 1966 è stato denominato "Vittorino Da Feltre". E' composto da 3 piani con palestra oltre ad altri locali accessori e di servizio. Al 1° piano vi sono 5 aule, 1 sala per attività collettive e l'alloggio del bidello. Al 2° piano trovasi 6 aule, la Direzione Didattica con 2 uffici, sala biblioteca e sala attività collettive. L'edificio è dotato di servizi igienici per ogni piano. (Foglio n. 29 Mappale n. 110). Nel 1971 con atto Notaio "Marocchi" in data 29 ottobre venne acquistato un appezzamento di terreno di mq. 1640 ad ampliamento del cortile. Valore capitale approssimativo netto Lire 450.000.000 (Foglio n. 28 Mappale n. 110 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCOLASTICO MATERNA GOITO (Via Cesare Battisti):
Edificio costruito nel 1980 è composto da 7 aule, 1 salone, 1 spogliatotio, 1 cucina, 1 refettorio, dispense, servizi igienici e un ambulatorio tutti al piano terra. Annesso all'edificio è ubicato l'alloggio del bidello costituito da 4 locali abitati più servizi. L'impianto di riscaldamento centrale è alimentato a nafta. Valore capitale approssimativo netto Lire 200.000.000 (Foglio n. 29 Mappali nn. 808 - 558 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCOLASTICO ELEMENTARI MAIOLI (Strada Cà Diciotto):
La prima costruzione risale al 1910. Nel 1946 è stato ricostruito dallo Stato (telegramma di Stato inviato dal Comune di Goito alla Prefettura di Mantova in data 6 Aprile 1946 che quantificava i danni in Lire 1.500.000), perchè distrutto da eventi bellici e in tale periodo venne eseguito con 2 aule e 1 piccolo alloggio al 1° piano. Nel 1961 venne ampliato e riattato con la costruzione di altre 4 aule nuove, 1 sala di attività collettiva e nuovi servizi igienici. Al 1° piano è stato definitivamente sistemato l'alloggio per il bidello. Attualmente l'edificio comprende 5 aule. La prima scuola di Maioli: nella delibera di Consiglio Comunale del 18 Aprile 1910 viene riportata la necessità di provvedere la istituzione di una Scuola alla borgata Maioli per evitare lo sdoppiamento di quella esistente a Villabona e della prima femminile del capoluogo. Il Consiglio riconosciuto il bisogno di integrare la pianta organica degli insegnanti elementari del Comune per corrispondere alle odierne necessità della popolazione in rapporto alle esigenze didattiche con vantaggio della pubblica istruzione, delibera di istituire una scuola mista di grado inferiore nella borgata Maioli. Considerato che la spesa relativa all'acquisto delle aree ascende complesivamente a Lire 3455 di cui Lire 500 al sig. Gallina Giuseppe fu Luigi per la pezza diterra alla borgata Maioli, delibera di acquistare per la Scuola di Maioli pezza di terra arativa gelsita di forma rettangolare a monte e in aderenza alla strada provinciale Mantova Brescia e di approvare il progetto tecnico 31 Marzo 1910 del sig. ing. Cantoni. Valore capitale approssimativo netto Lire 120.000.000 (Foglio n. 48 Mappale n. 3 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCUOLA MATERNA MAIOLI (Strada Cà Diciotto):
Edificio costruito nel 1979, comprende 6 aule con relativi servizi, locali spogliatoio, 1 cucina, 1 refettorio distribuiti tutti a piano terra. Nel seminterrato ci sono 3 locali, magazzino, lavanderia e stenditoio. Valore capitale approssimativo netto Lire 200.000.000 (Foglio n. 48 Mappale n. 3/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCOLASTICO ELEMENTARE SOLAROLO (Strada Solarolo):
Venne costruito nel 1915 e riattato nel 1950. Comprende un piano terra e un primo piano. Al piano terra si trova l'alloggio della bidella e 1 aula. Al 1° piano 4 aule. Ha servizi igienici. La Scuola i suoi inizi: La Giunta (delibera di Consiglio Comunale in data 18 Aprile 1910) ha considerato che il contratto d'affittanza per le attuali scuole di Solarolo, purtroppo inadatte perchè anguste e deficienti di luce e di aria, scade con l'11 Novembre 1911 e pertanto, cogliendo il momento propizio della cessazione dell'affittanza del fondo "Ospitale" nel cuore della borgata e prospiciente la strada maestra, ha pensato di ottenere dalla onorevole Amministrazione dell'Ospitale di Mantova l'adesione a cedere e vendere al Comune di Goito un appezzamento di terreno, mezza biolca mantovana circa, per l'erigendo fabbricato scolastico che in quella frazione dovrà pur sorgere fra breve. In seduta di Consiglio Comunale in data 27 Agosto 1914, presieduto dal sindaco G. Berti, il presidente ricorda che con deliberazione del 6 di Settembre 1911 venne approvato il progetto tecnico predisposto dal Sig. Ing. Camillo Cantoni relativo alla costruzione di un fabbricato scolastico nella Frazione di Solarolo di questo Comune e osserva agli adunati che è intenzione della giunta municipale di por mano con sollecitudine ai lavori di costruzione della Scuola di Solarolo onde provvedere all'occupazione degli operai dovuto all'attuale disagio economico conseguente alla grave situazione politica internazionale che si ripercuote anche in questo Comune specialmente sulla classe operaia costringendola alla disoccupazione in causa del ristagno che si verifica nelle industrie per diminuzione di lavoro. Il Certificato di collaudo del 1° Dicembre 1922 emesso dal "Corpo Reale del Genio Civile" per i lavori di costruzione del nuovo fabbricato scolastico di Solarolo, esprime che il progetto dell'Ing. Camillo Cantoni in data 1° Novembre 1910 riportò la debita approvazione da questo Ufficio del Genio Civile. I lavori vennero assunti dall'impresa Mattioli Vinaco per contratto 5 Dicembre 1914. I lavori stessi vennero dati in consegna con verbale 15 Gennaio 1915 ed ultimati addì 1° Ottobre 1915 eccezione fatta per la cancellata in ferro che successivamente fu costruita e definitivamente posta in opera come emerge dal verbale 18 Luglio 1922. Il conto finale fu redatto in data 20 Dicembre 1916 dal Sig. Ing. Camillo Cantoni per l'importo netto di Lire 37.000,10. Ora è sede della Scuola dell'Infanzia e dell'Ambulatorio medico. Valore capitale approssimativo netto Lire 180.000.000 (Foglio n. 58 Mappale n. 1 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCOLASTICO ELEMENTARE CERLONGO (Via Cerri):
Il progetto iniziale redatto dall'Ing. Franceschi Anselmo nel 1914 non fu realizzato e venne modificato, come tutt'ora si presenta, dall'Ing. Fossati Luigi nel 1924. E' stato costruito nel 1925-1926. E' a 2 piani oltre il seminterrato. Nel 1948 è stato ampliato e comprende 2 aule al piano terra, 4 aule al primo piano e un alloggio sito al piano terra, di 3 vani con ingresso indipendente. Nel 1978 è stato ampliato con nuove aule, palestra e alloggio custode. Valore capitale approssimativo netto Lire 200.000.000 (Foglio n. 9 Mappale n. 329 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCOLASTICO ELEMENTARE SACCA (Via Ferrante Amedeo Mori):
Venne costruito nel 1956. E' un edificio comprendente 1 cantinato dov'e collocata la caldaia. Al piano terra vi sono 2 aule, 1 refettorio e 1 cucina. Al 1° piano con ingresso indipendente c'è un alloggio per la bidella di 3 vani più servizi. Adibito dapprima a Scuola Materna è stato nel 1982 strutturato e adibito a Scuola Elementare. La prima scuola di Sacca: fin da quando fu istituita la Scuola in quella Frazione (delibera di Consiglio Comunale di Goito del 13 Maggio 1923), si affittò un conveniente locale di proprietà del Sig. Teni Cav. Carlo. Nel 1923 detto locale, attiguo ad un mulino riattivato fu abbandonato perchè necessario al conduttore del mulino stesso. Il sig. Teni offrì un'altra sua stanza ove venne aperta la Scuola. Detto locale però è angusto e non risponde affatto alle esigenze igieniche didattiche. Non essendo possibile affittare aula migliore in quella Frazione, si impone le erezione d'un fabbricato scolastico di modeste dimensioni. La Giunta è d'avviso di far fronte alla spesa per la costruenda Scuola con le forti economie che si realizzeranno nella gestione dell'anno in corso senza ricorrere a prestiti. Ora l'edificio è Casa Alloggio dell'Associazione ANFFAS. Valore capitale approssimativo netto Lire 100.000.000 (Foglio n. 68 Mappale n. 89 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCUOLA MATERNA SACCA (Via Ferrante Amedeo Mori):
Costruito nel 1924 venne nel 1934 ampliato con l'aggiunta di una seconda aula, servizi e magazzino. Adibito a Scuola Elementare nel 1982 è stato ristrutturato e adibito a Scuola Materna. Il riscaldamento è dato da stufe a kerosene poste in ogni aula. Valore capitale approssimativo netto Lire 60.000.000 (Foglio n. 68 Mappale n. 79 vedi voce Sistema Informativo Territoriale). 

 

 



EDIFICIO SCUOLA MATERNA VASTO
(Strada Vasto):

Venne costruito nel 1924 e nel 1934 ampliato a complessive 2 aule, ingresso e servizi. Nel 1952 venne riattato e le 2 aule grandi ridotte a 4 con la costruzione di tramezze interne divisorie, inoltre al primo piano venne costruito l'alloggio del bidello composto da 4 locali più servizi. L'alloggio ha l'ingresso indipendente. Attualmente l'alloggio è sfitto, mentre il primo piano è adibito a Scuola Materna. Il riscaldamento è dato da stufe a kerosene. La Scuola Elementare di Vasto, i suoi inizi: nella relazione della Giunta municipale del 26 Ottobre 1894 ci si impone assoluta una nuova necessità, quella del locale per la Scuola mista in frazione Vasto. Il locale ad ora ci viene concesso anno per anno dalla paziente condiscendenza d'uno di quei proprietari il cui sacrificio dovevamo pure attenuare concedendogli l'uso del locale nel tempo dell'allevamento dei bachi (era un inconveniente che si subiva per evitare incinvenienti maggiori nella fiducia di ottenere da qualche altro proprietario un collocamento più stabile ed opportuno). Il locale di cui si parla nel documento si trovava nella casa della famiglia Negri. Il Comune acquistò poi a Vasto la casa del sig. Giusppe Mafizzoni che adattò a scuola. La relazione dell'ing. Camillo Cantoni in data 10 Aprile 1895 descrive che la casa di che trattasi ha conformazione tale da prestarsi facilmente per essere ridotta ad uso di fabbricato scolastico. La sua ubicazione si presta al convegno degli scolari dalle varie parti della frazione medesima. Il fatto di avere a disposizione un'area cortiva all'ingiro permette di poter offrire modo agli scolari di solazzarsi nelle ore di ricreazione. Volendo al piano superiore ricavare dei locali ad uso abitazione della maestra, ciò è possibile. Sempre l'ing. Camillo Cantoni in data 31 Gennaio 1897 relaziona che le opere per adattare la casa a scuola furono eseguite dal capo muratore Badini Giovanni. In data 13 Aprile 1924 il consiglio comunale di Goito delibera di alienare la casa di proprietà del Comune di Goito sita in frazione Vasto al civico n. E/16 attualmente adibita ad uso scuola e di destinare con altro provvedimento la somma ricavata per coprire in parte la spesa per la nuova progettenda scuola in detta frazione. Nell'aggiudicazione d'asta del 23 Giugno 1925 il sindaco di Goito assegnava definitivamente al sig. Consadori Francesco fu Domenico la casa di proprietà del Comune situata in frazione di Vasto al civico n. E/16 già adibito a scuole comunali. La scuoa di nuova edificazione fu costruita nel 1926 su terreno venduto al Comune dalla Prebenda della Parrocchia di Vasto. La scuola, che aveva una sola aula, fu ampliata a seguito di delibera comunale datata 20 Febbraio 1934 dove si decise per l'erezione di un'altra aula scolastica. Nell'Ottobre del 1951 la maestra Vittorina Gementi (1931-1989 tra l'altro fondatrice della "Casa del Sole" a Mantova) dopo aver conseguito il diploma, inizia a insegnare nella Scuola Elementare di Vasto, dove conosce la realtà del mondo contadino e si attiva subito affinchè i bambini possano frequentare volentieri la scuola. Dipinge le pareti delle aule per creare un ambiente accogliente e svolge il suo insegnamento con spirito di servizio. E' per sua iniziativa che nel 1954 viene istituita la Scuola materna a Vasto. Valore capitale approssimativo netto Lire 30.000.000 (Foglio n. 3 Mappale n. 128 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SCUOLA DI SAN LORENZO (Strada San Lorenzo):
Si esprime la necessità assoluta (delibera di Consiglio Comunale in data 18 Aprile 1910) e imprescindibile di provvedere alla istituzione di una Scuola, alla borgata di S. Lorenzo per sfollare la scuola di Calliera. Considerando il fatto che la spesa relativa all'acquisto delle aree ascende complessivamente a Lire 3455 di cui Lire 375 al sig. Ernesto Cortellazzi fu Angelo, per il terreno della borgata di S. Lorenzo, pezza di terra arativa gelsita in vicinanza alla frazione di S. Lorenzo, a levante in aderenza della strada comunale omonima (Foglio n. 38 Mappale n. 20 vedi voce Sistema Informativo Territoriale). 

 

 

EDIFICIO SCUOLA DI TORRE (Strada Torre):
Nell'anno scolastico 1899-1900 a Torre esisteva una pluriclasse mista con 60 scolari iscritti. Il progetto edilizio iniziale a firma dell'ing. Camillo Cantoni datato 16 Marzo 1901 è per la costruzione di un edificio scolastico della frazione Torre delle case poste in detta frazione ai civici n. 18-19. In seguito, sempre l'ing. Camillo Cantoni relaziona in data 11 Febbraio 1905 all'On. Amministrazione Comunale di Goito, che a seguito della deliberazione consigliare del 28 Gennaio 1905, nel senso di modificare il fabbricato scolastico in frazione Torre, secondo la richiesta dell'Ufficio del Genio Civile di Mantova, conciliando l'allacciamento delle latrine all'edificio scolastico mediante tettoia, mi onoro di riferire che nel lato di fronte all'ingresso verranno aperti due vani d'uscio che immetteranno a passetto o piccola galleria divisa in due da tramezza in muratura coperta da tetto e difesa ai lati da ringhiera di ferro (Foglio n. 30 Mappale n. 28 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).






AULE POLIFUNZIONALI GOITO
(Viale Dante Alighieri):

Edificio costruito nel 1984 su 2 piani. Il piano terra è sede di biblioteca comunale, 1 aula audiovisiva e servizi igienici. Al 1° piano si accede per mezzo di una scala interna ed è costituito da un salone ampio destinato a sala riunioni, da un locale finalizzato a laboratorio fotografico. Valore capitale approssimativo netto Lire 350.000.000 (Foglio n. 28 Mappali nn. 101 e 110 vedi voce Sistema Informativo Territoriale). 

EX MACELLO - SEDE PROVVISORIA MUNICIPALE - CENTRO AUSER "ARCOBALENO" - ASSOCIAZIONE "TANDEM" GOITO (Via Circonvallazione Est):
Venne costruito nel 1914. Adibito dapprima a macello pubblico fu ristrutturato nel 1982 e adattato a uffici municipali. Edificio di 2 piani con 4 ampi locali al primo piano e 4 locali al piano terra, con 2 servizi e 1 archivio. Valore capitale approssimativo netto Lire 120.000.000 (Foglio n. 29 Mappale n. 153 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

CASERMA CARABINIERI GOITO (Strada Statale "Goitese"):
Edificio costruito nel 1958 su 2 piani. Il piano terra è composto dall'ingresso, Ufficio Comandante, 2 camere, archivio, corridoio, sala pranzo, cucina, lavanderia, magazzino, garage, servizi igienici e 2 camere di sicurezza. Al 1° piano vi sono 3 camere da letto, servizi igienici e una terrazza. Sempre al 1° piano ma con ingresso separato c'è l'alloggio del Comandante composto da 4 vani con servizi igienici. Nel 1982 l'edificio è stato ampliato per ricavare un alloggio per il Vice Comandante. Nel 1968 è stato costruito un garage annesso all'alloggio del Comandante. Valore capitale approssimativo netto Lire 150.000.000 (Foglio n. 29 Mappale n. 347 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO EX ASILO GOITO (Piazza Giacomo Matteotti):
Venne costruito nel 1935 su area donata dalla Sig.ra Moschini. E' costituito da un seminterrato e da un piano rialzato. Nel seminterrato sono collocati 2 locali adibiti a refettorio, 1 cucina, 1 magazzino, 1 locale per i servizi. Al piano rialzato vi sono 4 aule, 1 corridoio e i servizi igienici. L'edificio è munito di impianto di riscaldamento con caldaia a metano. L'approvvigionamento idrico è dato da un pozzo tubolare di ml. 25, da elettropompa e da autoclave. Attualmente è in fase di ristrutturazione per essere adibito a varie disposizioni. Il primo Asilo di Goito: il 5 Febbraio 1936, a un anno dalla costruzione, il Presidente del Comitato di Patronato O.N.M.I. di Goito scrisse al Ministero dell'Educazione Nazionale di Roma: il sottoscritto Amministratore in via provvisoria dell'Asilo infantile - Consultorio "Dott. G. Moschini", sorto in questo Capoluogo in virtù di spontanee offerte di Enti e privati per onorare la memoria del compianto illustre cittadino defunto dott. Giuseppe Moschini, asilo che verrà donato al Comune non appena terminate le pretiche in corso, si onora fare istanza a questo On.le Ministero perchè all'Asilo stesso venga concesso un congruo sussidio per il suo normale funzionamento. Allo scopo si onora comunicare che l'Asilo è in perfetto funzionamento dal 1° Dicembre 1935, con n. 120 bambini inscritti e frequentanti. Il metodo di insegnamento è quello Agazziano impartito da un'insegnante regolarmente abilitata e da una assistente tirocinante con diploma di infermiera. Nell'Asilo viene concessa la refezione gratuita per circa cinque mesi a 70 bambini poveri. il 29 Ottobre 1938 il Comune di Goito prosegue l'affidamento dell'Asilo "G. Moschini" alle suore Orsoline di Verona: il Podestà, considerato che da alcuni anni l'asilo è diretto in maniera encomiabile da una suora Maestra Giardiniera (gli asili erano definiti "giardini d'infanzia") e da una suora assistente della Casa Madre delle Orsoline di Verona (Istituto Agostini) mediante conferimento dell'incarico anno per anno, delibera tramite il proprio Consiglio Comunale, di stipulare con la suddetta Casa Madre, convenzione alle revv. Suore Orsoline della Casa Madre di Verona, la direzione e l'insegnamento presso l'Asilo Infantile Comunale "Dott. G. Moschini" sito nel capoluogo di Goito. Valore capitale approssimativo netto Lire 80.000.000 (Foglio n. 29 Mappale n. 36 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).


CAMPO SPORTIVO COMUNALE GOITO
(Strada Pedagno):

E' posto su un'area di mq. 17.000 acquistata dalla "Società Immobiliare Sacca" con atto Notaio "Marocchi" in data 12/09/1969 n. 205/102 di Rep.. Costo dell'area Lire 111.900.000. Costruito nel 1974 completo di gradinata e sottostanti spogliatoi e servizi accessori. Sia il campo che l'area circostante sono recintati con rete metallica plastificata su pali in ferro. Il campo di calcio è completo di porte e reti. Delibera Consiliare del 28/10/1969. Valore capitale approssimativo netto Lire 110.000.000 (Foglio n. 44 Mappale n. 95 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SPOGLIATOIO CAMPI CALCIO ALLENAMENTO E TAMBURELLO GOITO (Via San Giovanni Bosco):
Fabbricato adibito a spogliatoio per i campi di calcio e tamburello. Comprende 3 locali con servizi e docce, 1 caldaia, locale servizi per il pubblico. Valore capitale approssimativo netto Lire 30.000.000 (Foglio n. 44 Mappale n. 205 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SPOGLIATOIO CAMPO TAMBURELLO SACCA (Via Ferrante Amedeo Mori):
Costruito nel 1982, è costituito da 2 locali con servizi e doccie, 1 locale per l'arbitro e 1 ufficio, tutti a piano terra. Valore capitale approssimativo netto Lire 8.000.000 (Foglio n. 68 Mappale n. 99/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO SPOGLIATOIO CAMPO TENNIS GOITO (Strada Pedagno):
Costruito nel 1981 è costituito da 2 locali con servizi e doccie, 1 ufficio e 1 magazzino, tutti al piano terra. Valore capitale approssimativo netto Lire 12.000.000 (Foglio n. 44 Mappale n. 97/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

MONUMENTO AI CADUTI GOITO (prima in Piazza Antonio Gramsci, poi in Piazza Giacomo Matteotti):
E' stato inaugurato il 4 Novembre 1923 ed era posto in Piazza Antonio Gramsci. Oltre il basamento e il pilastro in marmo aveva una statua e decorazioni in bronzo ed era circondata da cancellata. Con la guerra del 1940-1945 la statua, le decorazioni e la cancellata sono stati "donati alla Patria". Nel 1955 è stato trasportato nella Piazza Giacomo Matteotti, in mezzo ai giardini con l'aggiunta di tutti i nomi del Caduti di tutte le guerre.

 

 

 

 

MONUMENTO AL BERSAGLIERE GOITO (Piazza Bersagliere):
E' stato inaugurato il 20 Settembre 1926 e sorge nel piazzale antistante la "Villa Giraffa" nell'omonimo piazzale, i cui precedenti proprietari Sigg. Fumagalli cedettero gratuitamente l'area da esso occupata. Il monumento è stato innalzato a cura del "Comitato Provinciale di Mantova delle Fiamme Rosse". Ha un basamento in marmo sormontato da un bel bronzo raffigurante il "Bersagliere". E' circondato da una cancellata in ferro. (Foglio n. 44 Mappale n. "A" vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

MONUMENTO A VITTORIO EMANUELE II° GOITO (Strada Vasto):
Venne inaugurato il 20 Ottobre 1910 ed è posto in fregio la Strada Provinciale Goito-Vasto a circa 1 Km. da Goito capoluogo. E' stato costruito su terreno ceduto dal Sig. Trentin Antonio ed è costituito da un basamento e colonna di marmo sovrastato da un'aquila di bronzo ed è delimitato da catene. (Foglio n. 27 Mappale n. "A" vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

 

 

 

 


MONUMENTO AI CADUTI CERLONGO
(prima Piazza San Pio X° poi Via Chiesa - a lato sagrato chiesa):

Venne inaugurato e consegnato al Comune dal Presidente del Comitato Dr. Antonio Rabitti il 18 Giugno 1922. E' di marmo ed eretto originariamente nella Piazza Pio X° di Cerlongo. Nel 1959, per volontà della cittadinanza di Cerlongo il Comune lo fece trasportare nel Piazzale della Chiesa e in tale data venne sovrastato di una statua della Madonna offerta dalla popolazione di Cerlongo. (Foglio n. 9 Mappale n. "A"/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

 

 

 

 

MONUMENTO AI CADUTI SOLAROLO
(Strada Solarolo - Cimitero):

E' stato inaugurato il 4 Novembre 1964 e costruito dal Comune di Goito nel Cimitero di Solarolo su un lato, all'interno, di fronte l'ingresso principale. E' costituito di una lapide in marmo con iscritti i nomi del Caduti di Solarolo, attorniata da pareti in pietrame e delineata da una catena in ferro. (Foglio n. 60 Mappale n. 69/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

LAPIDE AL GENERALE LAMARMORA GOITO (Strada Statale "Goitese"):
E' posta sulla facciata della casa di proprietà dei F.lli Ferrari, al Ponte sul Mincio di Goito ed è in marmo con fregio in bronzo raffigurante il Generale. Ha l'epigrafe incisa. (Foglio n. 29 Mappale n. 419/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

LAVATOIO PUBBLICO GOITO (Strada Torre):
E' stato costruito nel 1950 ed è posto in riva al Mincio sulla Strada Comunale Torre a circa 500 mt. dal centro di Goito. Ha una tettoia in laterizio e cemento armato, curva, sostenuta da pilastri in cemento armato e una gradinata che dal ciglio della strada scende nel Mincio. (Foglio n. 31 Mappale n. 6 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

PIAZZA ALESSANDRO MANZONI GOITO:
E' una piazza sita in Goito capoluogo in zona "Borgo" e compresa tra il Viale Don Minzoni e Via Salvo D'Acquisto. Ha una superficie di mq. 6.000 (ml: 150 x 40). Il terreno è stato acquistato (Delibera di Consiglio Comunale n. 103 del 20/10/1972) dalla Sig.ra Bondi Giuseppina con atto Notaio "Marocchi" in data 15/12/1972 n. 4430 Rep.. Prezzo corrisposto Lire 6.000.000. Nel 1975 il piazzale è stato sistemato e asfaltato in parte per adibirlo a sferisterio e ad altre manifestazioni sportive. (Foglio n. 29 Mappale n. 508/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

PIAZZA MATTEOTTI GOITO (Piazza Giacomo Matteotti - detta Piazza Cavallerizza):
E' una piazza a monte del capoluogo di fronte alla chiesa e all'oratorio parrocchiale. Nel 1950 venne autorizzato il Priore protempore a pavimentare in porfido una striscia larga 8 metri dalla via principale al sagrato della chiesa. Nel 1955 venne sistemato al centro della piazza il monumento ai Caduti e nel 1961 parte della piazza venne sistemata a giardini con siepi e aiuole, intorno a 6 platani.

 




PIAZZA SORDELLO GOITO
:

E' una piazza posta all'ingresso del centro di Goito, tutta pavimentata in porfido con 8 platani secolari sui quali è posto il vincolo paesaggistico dalla Soprintendenza ai Monumenti di Verona. Nel 1978 due platani dopo il nulla osta della Soprintendenza ai Monumenti sono stati tolti perchè disseccati, quindi pericolosi, essendo morti, in caso di forti perturbazioni atmosferiche.

PIAZZA ANTONIO GRAMSCI GOITO:
E' in centro al capoluogo sulla quale dà il Municipio, il Cinema-Teatro comunale e il fabbricato dell'ex Scuola Elementare del capoluogo. E' tutta pavimentata in porfido.

PIAZZA PIO X CERLONGO (Piazza S. Pio X°):
E' posta nella frazione di Cerlongo con un lato sulla Strada Statale "Goitese". E' pavimentata con manto bituminoso.

 

 

 

 




PIAZZA  MAGLIO (Piazza Franco Marenghi) MAGLIO di Goito
:

E' una piazza posta all'ingresso della frazione Maglio di Goito, tutta asfaltata e con la bella chiesa dedicata a "S. Rita" sullo sfondo, con sagrato pavimentato in porfido contornato da gentile separazione fisica in pilastrini e catene. (Foglio n. 79 Mappale n. 9 vedi voce Sistema Informativo Territoriale). 

 

 

 




TORRE DELL'OROLOGIO GOITO
(Via XXVI Aprile - Piazza Antonio Gramsci):

E' posta in via 26 Aprile. Di pianta quadrata, questa torre è iscritta fra i monumenti nazionali. La costruzione risale al '400 (periodo alto medioevale) con modifiche e rialzamento nel '600. Crollata una prima volta sul finire del XII secolo, venne riedificata dai Bonacolsi che la utilizzazrono come carcere e avamposto di segnalazione. Nel 1464 fu installato il "segnaore" pubblico, realizzato da Bartolomeo Manfredi. E' dotata ora di 2 campane e di orologio a doppio quadrante moderni. (Foglio n. 29 Mappale n. 295 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

CIMITERO GOITO (Strada Passeggiata):
E' posto a ponente del centro abitato tra la Strada Statale "Goitese" e la Strada Provinciale "Bresciana". Il cimitero è dotato di aree cimiteriali per le inumazioni comuni, di loculi e di tombe di famiglia. E' provvisto inoltre di una camera mortuaria e di un magazzino. Nel 1967 è stato costruito un locale adibito a servizi igienici. Nel 1986 è stato ampliato con costruzioni di tombe e loculi. (Foglio n. 29 Mappale n. "B" e 358/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

CIMITERO SOLAROLO (Strada Solarolo - Strada Cavecchia/Solarolo):
E' posto a mezzodì della frazione di Solarolo, all'incrocio tra la Strada Provinciale Solarolo-Postumia e la Strada comunale Càvecchia Solarolo. Oltre alle aree per inumazoni comuni, vi sono loculi e tombe di famiglia, queste ultime tutte costruite da privati. (Foglio n. 60 Mappale n. "A" e 20/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

CIMITERO CERLONGO (Via San Giorgio):
E' posto a levante del centro abitato, lungo la via comunale S. Giorgio. Oltre alle aree comuni per le inumazioni vi sono loculi e tombe di famiglia queste ultime tutte costruite da privati. Nel 1980-1981 sono stati costruiti loculi e tombe di famiglia già ceduti ai privati. (Foglio n. 10 Mappale n. "A" vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

CIMITERO VASTO (Strada Vasto):
E' posto a monte del centro abitato lungo la Strada comunale Vasto-Birbesi. Oltre alle aree comuni per le inumazioni vi sono loculi e tombe di famiglia. (Foglio n. 2 Mappale n. "A" vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

LARGO ALCIDE DE GASPERI GOITO (Strada Statale "Goitese" in fregio al Fiume Mincio nei pressi del Ponte della Gloria):
Nel 1969 il Comune di Goito (Delibera Consiglio Comunale n. 35 del 25/07/1968) ebbe dagli eredi Perdomini mq. 2.360 di terreno in Goito capoluogo in fregio la Strada Statale "Goitese" e il Fiume Mincio. In cambio il Comune ha ceduto agli eredi Perdomini mq. 730 di terreno avuto dall'Amministrazione Provinciale di Mantova da destinare a zona di rispetto del Monumento del Bersagliere. L'area che il Comune ha avuto è stata nel 1972 adibita a giardini pubblici con la posa di aiuole e piantagioni varie. L'Associazione Bersaglieri ha eretto poi nei giardini un piccolo monumento (Campana ai Caduti) a ricordo dei Bersaglieri in Goito e successivamente anche l'Associazione Granatieri di Sardegna (che aveva partecipato gloriosamente e vittoriosamente alla famosa battaglia sul ponte sul Fiume Mincio, poi denominato "Ponte della Gloria") ha fatte erigere un bellissimo monumento a ricordo. (Foglio n. 44 Mappali nn. 15 e 81 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

IMPIANTO DI DEPURAZIONE FOGNATURE GOITO (Strada Pedagno):
Costruito nel 1971, trattasi di impianto di depurazione con trattamento biologico a fanghi attivi senza decantazione primaria. Il funzionamento avviene mediante le seguenti fasi: sollevamento, dissabiatura, ossidazione, sedimentazione, riciclo fanghi, ispessimento, essicamento. L'impianto è stato dimensionato per una potenzialità massima di 7.000 abitanti serviti. (Foglio n. 45 Mappale n. 102 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

IMPIANTO DI ATTINGIMENTO DALL'ACQUEDOTTO CIVICO GOITO (Strada Segrada):
Costruito nel 1986-1987 è costituito da: pozzo tubolare infisso nel 1984 alla profondità di mt. 167 e dotato di circa 10 mt. di filtro; pompa ed autoclave per il sollevamento e la distribuzione nella rete idrica dell'acqua potabile; torrino piezometrico alto circa 35 mt. e costituito da strutture in cemento armato, della capacità complessiva di mc. 500, collegato alle pompe e alla rete idrica del Capoluogo in destra Fiume Mincio e Frazioni Sacca e Calliera. (Foglio n. 13 Mappale n. 39 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

NEGOZIO DI BARBIERE NEL FABBRICATO DEL MUNICIPIO GOITO (Via XXVI Aprile):
E' costituito da un locale con accesso da Via 26 Aprile. Valore capitale approssimativo netto Lire 20.000.000 (Foglio n. 29 Mappale n. 307/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

NEGOZIO DI GIOCATTOLI NEL FABBRICATO DEL MUNICIPIO GOITO (Via XXVI Aprile):
E' costituto da un unico locale con accesso da Via 26 Aprile. Valore capitale approssimativo netto Lire 20.000.000 (Foglio n. 29 Mappale n. 307/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

NEGOZIO DI MATERIALI ELETTRICI NEL FABBRICATO DEL MUNICIPIO GOITO (Via XXVI Aprile):
E' costituito da un unico locale con accesso da Via 26 Aprile. Valore capitale approssimativo netto Lire 20.000.000 (Foglio n. 29 Mappale n. 307/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

NEGOZIO DI SALUMERIA NEL FABBRICATO DEL MUNICIPIO GOITO (Via XXVI Aprile):
E' costituito da un unico locale con accesso da Via 26 Aprile. Valore capitale approssimativo netto Lire 20.000.000 (Foglio n. 29 Mappale n. 307/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

CASA ABITAZIONE ATTIGUA ALLA SEDE PROVVISORIA MUNICIPALE GOITO (Via Circonvallazione Est):
E' un'abitazione posta in Via Circonvallazione di Levante. E' costituita da un ingresso con servizi al piano terra e da 4 locali al piano primo. Ha subito nei vari anni sensibili miglioramenti. Valore capitale approssimativo netto Lire 50.000.000 (Foglio n. 29 Mappale n. 435 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

CASA ABITAZIONE VIA 24 MAGGIO GOITO (Via XXIV Maggio 1915):
E' un fabbricato a 2 piani posto in capoluogo. Nel 1953 venne ampliato e riattato ed attualmente è composto da: al piano terra da un ingresso, sala da pranzo, studio, cucina, garage; al piano primo da 3 camere da letto con bagno. L'impainto idrico comprende un pozzo tubolare profondo ml. 23, un'elettropompa ed un'autoclave. L'impianto di riscaldamento è dato da una rete di distribuzione a gas metano con 5 stufe a gas "Fargas" fornite dal Comune. E' stato ristrutturato con nuovi pavimenti e impiano di riscaldamento centralizzato. Attualmente locato al Sig. Pollini. Valore capitale approssimativo netto Lire 80.000.000 (Foglio n. 29 Mappale n. 286 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

CASA DEL MEDICO DI SOLAROLO VIA NUOVA (Via Papa Giovanni XXIII°):
E' stata costruita nel 1961 in Solarolo su appezzamento di terreno di mq. 700. Comprende: al piano terra uno studio, due vani, un garage, una lavanderia e staccato un magazzino; al primo piano 4 vani oltre alla cucina e il bagno. Il fabbricato è munito di un impianto di riscaldamento centrale a termosifoni con caldaia a nafta. L'approvvigionamento idrico è dato da un pozzo tubolare, da elettropompa ed autoclave. L'area è tutta cintata. Valore capitale approssimativo netto Lire 80.000.000 (Foglio n. 58 Mappale n. 86 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

TERRENO POSTO TRA LA STRADA COMUNALE TORRE E IL MINCIO A 500 MT. DA GOITO (Strada Torre):
E' una piccola area di terreno di mq. 260 nel quale nel 1948 sono stati piantati 6 platani. Valore capitale approssimativo netto Lire 1.800.000 (Foglio n. 31 Mappale n. 1 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

TERRENO POSTO IN FREGIO AL CIMITERO DEL CAPOLUOGO GOITO (area cimiteriale tra Strada Passeggiata e Via Ippolito Nievo):
E' un appezzamento di terreno di complessivi mq. 6.120 adibito in parte a parcheggio in parte con alcuni piopp, il rimanente è incolto perchè una scarpata stradale. Valore capitale approssimativo netto Lire 15.000.000 (Foglio n. 29 Mappali nn. 358 - 359 e 363 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

TERRENO POSTO ALL'INCROCIO DELLA STRADA STATALE "GOITESE" E LA STRADA PROVINCIALE "DEI COLLI" GOITO (incrocio tra la Strada Statale "Goitese" e la Strada Segrada):
Ha una superficie di mq. 690 ed è incolto. Si trova in scarpata tra le due strade. Valore capitale approssimativo netto Lire 3.500.000 (Foglio n. 27 Mappale n. 18 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

TERRENO FABBRICABILE POSTO IN ZONA ROCCOLO GOITO (Piazza degli Alpini):
E' un'area di mq. 2.500 acquistata dal Comune di Goito dalla "Società Immobiliare Sacca" e da cedere nel futuro all'I.N.A.M. per la costruzione della sede territoriale in Goito. L'area ha accesso dalla Provinciale Bresciana e quindi dalla strada di arroccamento e di lottizzazione che viene fatta in parallelo alla Provinciale. Valore capitale approssimativo netto Lire 50.000.000 (Foglio n. 43 Mappale n. 470 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

MINI ALLOGGI PER ANZIANI VIA CIRCONVALLAZIONE GOITO (Via Circonvallazione Est):
Edificio costruito nel 1983-1984. E' provvisto di 16 bilocali con servizi e lavanderie distribuite in due piani. E' munito inoltre di ascensore e di impianto riscldamento centrale ed è circondato da un'area incolta. Valore capitale approssimativo netto Lire 350.000.000 (Foglio n. 31 Mappali nn. 3 e 4 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO ALLOGGIO VILLABONA (Strada Marengo):
Costruito nel 1902 è stato ampliato e riattato nel 1953. Adibito a Scuole Elementari comprende 3 locali, 1 ingresso corridoio, 2 gruppi di latrine. Nel 1967 è stato ampliato il cortile con l'acquisto di altri 800 mt. di terreno. Oggi è utilizzato per metà come alloggio, per l'altra come Centro Sociale Croce del Gallo. L'approvvigionamento idrico è dato da un pozzo tubolare profondo ml. 22, da un'elettropompa e da un'autoclave. La prima Scuola Elementare di Massimbona: nella sessione ordinaria di primavera del 1900 del Consiglio Comunale sul riordinamento didattico della Scuole comunali, la Scuola di Massimbona era posta ad un estremo del territorio comunale, a sinistra del Mincio, e frequentata da soli 14 alunni sopra 28 iscritti, mentre è più che certo che se detta scuola dovesse essere trasportata nelle vicinanze di Villabona il numero degli iscritti sarebbe almeno del doppio, potendo accedervi i bambini della stessa borgata di Massimbona per la distanza inferiore ai due km. voluti dalla Legge, e ad un tempo usufruire quelli dei cascinali in vicinanza sparsi, come Pasqua, Pasquetta, Isolo, Isoletto, Ronziolo, Quaresima nuova e vecchia, Colombarola, Ortaglia, Cà Vagliani, Pioppette, Fenil nuovo, Canova e Fabbrica Cavriani, Bertone ed altri. Il riferimento è alla Scuola "Vittorio Locchi" comunemente detta "Balocchi". Dalla relazione del dott. Ing. Gino Negri del 17 Febbraio 1934 l'edificio scolastico di Massimbona è una Scuola rurale quindi ad una sola aula avente le dimensioni di mt. 7 x 9 con un'altezza di mt. 4,50. Può contenere sino a 60 alunni, numero massimo consentito dal R.D. 11 Gennaio 1912 relativo agli edifici scolastici. In servizio dell'aula vi sono il corridoio d'ingresso che serve da spogliatoio, tre antilatrine, tre latrine con servizio d'acqua (una per i maschi, una per le femmine, una per l'insegnante), un locale ove è installata sia la caldaia dell'impianto di riscaldamento a termosifone, sia il gruppo autoclave-elettropompa. L'area sulla quale sorge la costruzione ha una superficie di mq. 1000, così da consentire la formazione di un campicello per le esercitazioni agricole previsto per le cuole rurali da già citato Regio Decreto. Questo edificio è attualmente casa privata all'ingresso della Frazione. La scuola di Villabona gli inizi: l'appalto delle opere e provviste occorrevoli è avvenuto a seguito di Capitolato d'appalto datato 16 Marzo 1901 redatto dall'ing. Camillo Cantoni per la costruzione di un nuovo edificio ad uso scolastico per uso della frazione Villabona. L'anno dopo la scuola è già costruita  e il certificato di collaudo è datato 23 Ottobre 1902 indirizzato al Regno d'Italia - Prov. di Mantova - Comune di Goito. Nel processo verbale allegato risulta avere l'appaltatore sig. Isaia Scardeoni bene e lodevolmente adempiuto tutte le prescrizioni del suo contratto e pertanto si dichiara collaudabili come collauda le opere di nuova costruzione del fabbricato scolastico ad uso della frazione Villabona. Valore capitale approssimativo netto Lire 50.000.000 (Foglio n. 18 Mappale n. 72 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).



EDIFICIO ALLOGGIO MAGLIO
(Strada Maglio):
Costruito nel 1910 è stato ampliato e riattato nel 1955. Adibito a Scuole Elementari comprende 2 locali, 1 ingresso corridoio, 2 gruppi di latrine. L'approvvigionamento idrico è dato da un pozzo tubolare profondo ml. 25, da un'elettropompa e da un'autoclave. La prima scuola del Maglio: il 21 Gennaio 1901 il Sindaco A. Tonolli scrisse in risposta al Sig. Marchese Giuseppe Fochessati: facendo tesoro della gentile di Lei lettera 19 Dicembre a.sc. mi sono recato la scorsa settimana alla Frazione Maglio, dove, al concorso cortese del Lei affittuale Sig. Facchini, sarebbe stata scelta l'area per l'erigendo fabbricato scolastico. A identificare la porzione di terreno basterà che io Le significhi che essa è quella tracciata dalla S.V. in vicinanza alla Cartiera Finzi e più precisamente nel punto dove attualmente sorge un corpo di fabbricato destinato per porcile e pollaio. Con animo riconoscente accetterebbe la proposta di far demolire l'accennato corpo di fabbrica ad uso porcile e pollaio per costruirlo col reimpiego del materiale medesimo, sul lato di mezzogiorno della casa che sta di fianco e che è pure di proprietà della S.V.. Allo scopo di isolare poi la Scuola da ogni altra proprietà, circoscriverebbe l'area ch'Ella cede, con una siepe metalica. Queste sarebbereo le condizioni che si proporrebbereo alla S.V. Illustrissima e che corrispoderebbereo, per quanto al Comune, alle condizioni del prossimo preventivo. Fidente nella di Lei adesione, ho il piacere e l'onore di porgerLe l'attestato della mia particolare considerazione ed i miei rispettosi saluti. La scuola di cui si parla era collocata nel centro abitato di Maglio dove esisteva "l'osteria" e il "negozio della Mora". Il Consiglio Comunale in data 18 Aprile 1910: è risaputo che non soltanto incombe ad una Amministrazione Comunale il dovere di svolgere la propria attenzione alla Scuola, ma eziandio di dedicarvi le maggiori cure perchè da una completa istruzione sia dato ritrarre i migliori frutti a vantaggio e decoro del proprio paese. Tenuto conto della topografia del Comune delle scuole attualmente esistenti e del contingente di alunni iscritti e frequentanti ogni scuola, si verifica la necessità assoluta e imprescindibile di provvedere alla istituzione anche di una Scuola al Maglio in sussidio della attuale. Visto il progetto del 1° Ottobre 1904 del sig. ing. Cantoni, le modificazioni successive e la nuova perizia 31 Marzo 1910, riguardanti l'erezione di un secondo edificio scolastico, delibera di approvare il progetto tecnico 1° Ottobre 1904 con le successive modificazioni. Valore capitale approssimativo netto Lire 60.000.000 (Foglio n. 73 Mappale n. 33 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

EDIFICIO ALLOGGIO CALLIERA (Strada Calliera-Levata):
Costruito nel 1902 e ampliato nel 1957. In detto anno venne costruito un secondo locale, ingresso-corridoio, magazzino o locale caldaia e nuovi servizi igienici. Adibito a Scuole Elementari nel 1984 è stato ristrutturato e trasformato in sala ricreativa e in alloggio custode. L'impanto idrico funziona con elettropompa ed autoclave, l'acqua proviene da un pozzo profondo ml. 25. Riscaldamento centrale a termosifoni (Foglio n. 41 Mappale n. 126). La scuola di Calliera gli inizi: a Calliera nell'anno0 scolastico 1899-1900 la Scuola elemnetare era una pluriclasse mista (1^,2^,3^) con 33 maschi e 29 fenmmine. L'appalto delle opere e provviste occorrevoli redatto dall'ing. Camillo Cantoni è datato 16 Marzo 1901 per la costruzione di un nuovo edificio ad uso scolastico della frazione Calliera. Il certificato di collaudo ad opera conclusa è datato 23 Ottobre 1902 dall'ing. Camillo Cantoni nel cui processo verbale indirizzato al Regno d'Italia - Prov. di Mantova - Comune di Goito risulta avere l'appaltatore sig. Isaia Scardeoni bene e lodevolmente adempiuto tutte le prescrizioni del suo contratto e per questo si dichiara collaudabili come collauda le opere di nuova costruzione del fabbricato scolastico ad uso della frazione Calliera. Valore capitale approssimativo netto Lire 70.000.000 (Foglio n. 41 Mappale n. 126 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

AMBULATORIO MEDICO SOLAROLO VIA STRADA PROVINCIALE (Strada Solarolo):
Costruito nel 1960 è stato ristrutturato completamente nel 1984. Consta di una sala attesa, ambulatorio, laboratorio e servizi igienici tutti situati al piano terra. E' dotato di impianto di riscaldamento centrale. L'impianto idrico è alimentato da un pozzo tubolare. Valore capitale approssimativo netto Lire 25.000.000 (Foglio n. 58 Mappale n. 86 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

MINI ALLOGGI SOLAROLO VIA STRADA PROVINCIALE (Strada Solarolo):
Edificio costruito nel 1960 come Centro Cure Fisiche. Ristrutturato e trasformato nel 1982 in 2 mini alloggi. Ogni alloggio comprende 1 locale notte, 1 locale giorno, cucinotto e servizi igienici tutti situati a piano terra. Riscaldamento centrale. L'impianto idrico è collegato al pozzo tubolare. Valore capitale approssimativo netto Lire 60.000.000 (Foglio n. 58 Mappale n. 9/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

MAGAZZINO DEPOSITO ATTREZZI E AUTOMEZZI GOITO (Via San Giovanni Bosco - Pedagno):
Costruito nel 1984 trattasi di un capannone di mq. 270 circa comprendente un locale grande, un ripostiglio, servizi igienici. Annesso al capannone vi è un alloggio per il custode del campo sportivo che consta di 4 locali, bagno e ripostiglio. Tale alloggio ha l'ingresso indipendente. Riscaldamneto centrale a gas. L'impianto idrico è alimentato dall'acquedotto. Valore capitale approssimativo netto Lire 150.000.000 (Foglio n. 44 Mappale n. 446 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

POZZO TUBOLARE IN GOITO (Piazza Antonio Gramsci):
E' stato costruito nel 1951 e dà acqua potabile per uso pubblico. E' profondo ml. 65 e ha una diramazione nel paese con 2 fontanelle: una in Piazza Giacomo Matteotti e una in Via Roma. Dopo la costruzione dell'acquedotto è stato disattivato.

POZZO TUBOLARE IN SOLAROLO (Strada Solarolo):
E' stato costruito nel 1938 ed è profondo ml. 148. Ha acqua saliente continua molto apprezzata per brillantezza e composizione. Attualmente il getto è continuo con l'ausilio di elettropompa. (Foglio n. 58 Mappale n. 1 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

POZZO TUBOLARE IN CERLONGO (Via Chiesa):
E' stato costruito nel 1947 sulla piazza di proprietà della Prebenda parrocchiale davanti la chiesa. E' profondo ml. 127. L'acqua viene estratta con elettropompa e distribuita in 2 fontanelle poste: una sul piazzale della Chiesa e una in una piccola piazzetta di proprietà comunale in fregio la Via Chiesa e la via Strada Statale "Goitese". Nel 1983 è stato rifatto con nuovi filtri.

POZZO TUBOLARE IN SACCA (Via Ferrante Amedeo Mori):
E' stoto costruito nel cortile delle Scuole Elementari di Sacca nel 1957 ed è profondo ml. 170. L'acqua viene estratta con elettropompa (posta nell'Asilo di Sacca) e distribuita in 2 fontanelle installate in due piazzette di Sacca di proprietà "Società Immobiliare Sacca". (Foglio n. 68 Mappale n. 89 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

POZZO TUBOLARE IN FRAZIONE VASTO (Strada Vasto):
E' stato costruito nel 1936 ed è profondo ml. 30. E' stato riattivato nel 1964 ed è posto nel centro abitato in fregio la Strada Vasto all'incrocio principale.

POZZO TUBOLARE IN FRAZIONE DI MAGLIO (Piazza Franco Marenghi):
E' stato costruito nel 1965 ed è profondo ml. 21. E' posto nella piazzetta di Maglio, piazza di proprietà della Sig.ra Marenghi Dina. (Foglio n. 79 Mappale n. 9/parte vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

ISOLA DELLE FRANGOLE (Fiume Mincio nei pressi della Corte Merlesco e sull'altro lato Massimbona)
La Frangola è un albereto delle Ramnacee con foglie ellittiche e piccoli fiori giallo verdastri e drupe nere (frutti carnosi). La corteccia ha proprietà medicinali. Il suo nome scientifico è Rhamnus Frangula, è originaria del Medio Oriente.  È sinonimo di Alno nero, Ontano.  Il nome deriva da frangere, perché si spezza facilmente. L’isola fu acquistata nel 1984 dal Comune di Goito con l’intento di adibirla a parco pubblico da mettere a disposizione della collettività sia pure con rispetto dell’ambiente naturale. Classificata come bosco misto, quest’area possiede i caratteri naturali paesaggistici peculiari dell’ambiente. Sull’isola, che è in zona di rispetto fluviale, esiste anche un pioppeto. Essa è accessibile da stradella rurale attraverso il fondo Merlesco. Esiste una pubblicazione, disponibile nella biblioteca comunale, scritta a cura di Andrea Orlandi e Laura Allegretti Bellagamba che studia la miriade degli invertebrati e di animali piccolissimi che vivono su quest'isola sul Fiume Mincio. Ovviamente è nel Parco del Mincio (Foglio n. 18 Mappale n. 32 vedi voce Sistema Informativo Territoriale).

 

LE CORTI

Organizzazione tipica dell’età feudale autosufficiente sul piano economico, sociale, giurisdizionale formata dall’insieme degli edifici e terreni del signore feudale. Dal punto di vista tecnico si tratta di uno spazio scoperto circondato totalmente da un’edificio.
I Gonzaga fin da prima del 1400 e i loro beneficiari nobili formarono la “corte” potenziando i precedenti insediamenti. Essa si qualificava più come centro gerarchico che come centro di raccolta sul modello gonzaghesco del far confluire tutto, grazie alla viabilità fluviale, verso Mantova e i porti. Con la caduta della dinastia ed il rafforzamento dei patrimoni delle migliori famiglie (Cavriani, D’Arco, ecc. ecc.) comparvero nella corte tra il ‘600 e il ‘700, i rustici, le grandi stalle, le lunghe barchesse, tipicità del mantovano. Tra il 1700 ed il 1800 vennero potenziate anche le corti medio – piccole a somiglianza delle grandi. In questo periodo le parti produttive della corte prenderanno il sopravvento su quelle emblematiche che passeranno a residenza dell’affittuale o addirittura a deposito. L’abitazione contadina vera e propria risulta separata.


IL LOGHINO
Tra il XVIII ed il XIX sec. si diffonde il Loghino, simile a corti a quadrilatero o con rustici e casa giustapposti, sul modello emiliano, veniva costruito spesso a ridosso degli argini. Nel 1800 e nel 1900 si assiste ad un progressivo e inesorabile  abbandono delle campagne che porta al degradodi molte corti, anche se la meccanizzazione e la produzione intensiva ha portato ad un aumento della produttività dei fondi. Nel goitese si ha una prevalenza della corte chiusa, ma complessa ed articolata.

CORTE DOGANA
La dogana vecchia e nuova come suggerisce il nome stesso erano abitazioni in prossimità del ponte che servivano a riscuotere il pedaggio dai passeggeri o il dazio per le merci. Con l’ascesa al potere dei Bonacolsi venne acquistata da loro e gestita dai loro esattori. La venuta dei Gonzaga a Goito portò ad una edificazione progettata da Giovanni da Padova su commissione del marchese Ludovico. Nel 1776 risulta essere proprietà della Ducal Camera di Mantova.
CORTE GAZZO
Corte secolare di proprietà gonzaghesca. È visibile praticando il sentiero che porta a corte Isolo; essendo sull’altra sponda del fiume non è raggiungibile direttamente da questo tratto. Nel 1587 il Duca Guglielmo Gonzaga fabbrico’il monastero di S. Martino e lo donò ai monaci benedettini aggiungendo un podere di circa 60 biolche con una casa, posta sempre in Goito, nella contrada denominata “il Gazo”. Il nome deriva probabilmente dal Longobardo “gahagi”, ovvero terreno coltivato, boschivo e cintato. Corrisponde al “gazo” degli arimanni o al “gaiu” dei siciliani.

 

CORTE ISOLO
Antica corte ristrutturata parzialmente poco tempo fa, è posta su un isolotto del fiume Mincio nei pressi della frazione di Torre. Nei secoli scorsi appartenne ai Padri Benedettini che coltivavano il terreno circostante e dopo la riforma anche ai marchesi Cavriani.
MULINO di TORRE
La corte al molino è citata nel Catasto Lombardo Veneto redatto tra il 1855 ed il 1864. Il Mulino, come tanti altri del circondario sorge nel periodo di Lodovico e Guglielmo Gonzaga (1500 circa).
CORTE SERENO
Secondo varie biografie di trovatori provenzali e non, e vari documenti storici tra i quali soprattutto i registri ufficiali di età angioina conservati nel Archivio di Stato di Napoli, il poeta Sordel de Goi ovvero Sordello da Goito nacque inequivocabilmente nel paese del Mincio all’incirca nel 1199 e morì nel 1269. non è mai stata trovata una carta ufficiale che attesti con certezza assoluta la casa dove egli nacque, ma vari studiosi sono arrivati alla conclusione che con ogni probabilità, questo luogo è da ritenersi Corte Sereno. Sordello può essere considerato senza ombra di dubbio, il più noto e forse il maggior poeta in lingua provenzale. Il nome della corte è mutuato dai proprietari del 600 che si chiamavano Serinni. Per quanto riguarda Sordello, egli fu buon cantore e musico, uomo di aspetto avvenente e incline alle avventure d’amore, come lo descrive una “vidas”, biografia del tempo. Giosuè Carducci dichiarò secoli dopo che fra gli italiani che poetarono in provenzale il più insigne è Sordello da Goito, uno di quei poeti che fanno risplendere come il sole tutto ciò che toccano, uno di quelli il cui canto”vince di mille secoli il silenzio”. Viene ricordato anche da Dante nella Divina Commedia, dove nel sesto canto del Purgatorio si legge dell’incontro con il sommo poeta Virgilio. Dell’opera sordelliana poco è giunto a noi: una quindicina di liriche, diverse canzoni ed il poemetto “Ensenhamenses d’onor” ed un “Compianto” in onore di Ser Blacatz nobile signore provenzale tradotto in varie lingue a quel tempo diffusissimo. Moltissimi scrissero di Sordello ma furono solo tre le persone che lasciarono cose complete e di valore: Cesare de Lollis nel 1896, Giulio Bertoni nel 1938 ed il nostro concittadino Emilio Faccioli la cui opera davvero pregevole ha visto la luce nel 1994 ed è stata il fulcro dei festeggiamenti con i quali Goito ha onorato Sordello con le cosi dette Manifestazioni Sordelliane. Altro valente poeta goitese fu Andrea da Goito che fu in stretti rapporti di amicizia con Petrarca ospite sovente nelle tenute gonzaghesche. Fu inoltre segretario di Luigi Gonzaga avendo parte di rilievo nei negoziati del periodo.
CORTE FABBRICA I- II – III – IV – V – VI – VII
Serie di corti situate nella parte nord-ovest del territorio goitese. Alcune di esse sono poste ai limiti del confine con il Comune di Volta Mantovana. Le Fabbriche sorte nel periodo ottocentesco erano proprietàdel conte Antonio Grimani e della figlia contessa Marianna. Il nome Fabbrica venne probabilmente scelto per simboleggiare la costruzione e l ‘ultimazione dell’edificio. Le prime cinque sono citate all’interno del Catasto Lombardo Veneto del 1855-1864. 
CORTE TOMBELLA
Corte posta nell’omonima località.
 
CORTE MERLESCO
Il suo nome deriva da una torre merlata presente all’interno di questa corte che apparteneva alla famiglia Gonzaga, e di cui si ha traccia fin dal 1400. Come molti altri beni della famiglia, nel seicento fu ceduta a nobili, quali i Conti Grimani; per più di due secoli i terreni vennero coltivati a riso. Attualmente è sede di un’allevamento di bufale per la produzione della mozzarella. È citata nel catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo – Veneto del 1855-1864. 

 

 

VILLA BARDELLONA
Il suo nome deriva dalla località in cui sorge, retaggio degli antichi proprietari i signori Bardelloni. La villa è affiancata sulla sinistra da un corpo più basso, l’oratorio nato nel 1700 dedicato a San Carlo Borromeo, e da un altro che si connetteva ad un porticato a colonne doriche poi sulla destra sono presenti edifici in forme neogotiche. La Villa è caratterizzata da un prospetto della metà del 19° secolo.  È citata nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo-Veneto del 1855 1864. La villa, recentemente restaurata, fu di proprietà dei conti Marioni, dei marchesi Grimani e della famiglia Moschini. Attualmente è di proprietà della famiglia Nuvolari.

 

 

CORTE DOSSI
Il nome deriva da “dorsus”, sporgenza, sopraelevata del terreno. Viene citata nel Catasto Lombardo Veneto del 1855-1864.
CORTE LORENZINA I e II
Situate sulla costa della Signora, risalgono a parecchio tempo orsono. Lorenzina I è presente nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto de 1855-64.
COSTA DELLA SIGNORA (o Costa dei Moschini)
Terrazzo fluviale a ridosso di una scarpata dell’anfiteatro morenico del Garda che segnala il confine del Parco del Mincio. Evidenzia caratteri naturalistici particolari con ricchezza di risorgive che alimentano fossi e canali del Mincio. Di grande rilievo paesaggistico.
CORTE BRESSANELLO
Appartenne tra gli altri al Monastero delle Monache di San Giovanni.
 
CORTE SEGRADELLA
Corte posta in zona Segrada dove nel 1630 a causa di una epidemia di peste furono sepolte le 651 vittime della comunità conferendo a questi posti un’alone di sacralità. Nel 1825 apparteneva al Marchese Guerrieri. Citata sia nel Catasto Teresiano del 1776 che nel Catasto Lombardo Veneto del 1855-1864.
VALLE BURATTO
Luogo dove anticamente si praticava il baratto delle merci ed infatti il nome originario era valle dei Baratti. Nella corte è presente una torre colombara. Citata nel Catasto Teresiano nel 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto del 1855-1864.
CORTE RESENASCO
Presente nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto del 1855-1864. Appartenne tra gli altri alla prebenda parrocchiale di S. pietro di Goito, dell’ospitale di Mantova del collegio dei Padri Crociferi di S. Tommaso e del conte Cocastelli. Attualmente al suo interno è presente un bed and breakfast.
CATAPANE
Presente nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto del 1855-1864.

 

 

 

CORTE BARDELLETTA
Il nome deriva dal Mantovano ”bardella”, cioè rozza imbottitura che si fa sotto la sella senza arcioni. Nella zona è presente qualche toponimo derivato dal nome suddetto quali ad esempio Bardellino, Bardellotto. Corte Bardellazza e Corte Bardelletta sono citate sia nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto del 1855-1864.
CORTE LOZZETTA
Presente nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto del 1855-1864.

MOTELLA
Presente nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto del 1855-1864.

CÀ VECCHIA GOBBI
Nome usato frequentemente nell’Italia centro settentrionale per indicare una casa colonica (abitaculum agreste) e l’eventuale proprietario. 
CA' VECCHIA CERLONGO - CA' I - CA' II
Il conte Federico Cocastelli era proprietario di molti terreni in particolare nella zona di Cerlongo e Vasto. Queste corti furono tutte di proprietà di questa famiglia nobile.
PAIOLETTA BONDI
Presente nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Lombardo – Veneto del 1855/1864.
 
CORTE DEL VASTO
Corte che rappresenta al meglio la tradizione edilizia della zona che è quella della grande corte con la casa quadrata o rettangolare, con torre colombara centrale alta circa il doppio (con funzione di vedetta e avvistamento). Questo tipo di struttura con la struttura che può fungere in parte anche da deposito, è influenzata dal modello toscano. Alcuni elementi araldici testimoniano la presenza storica dei Gonzaga. Viene citata nel Catasto Teresiano del 1776: in questo, molte proprietà erano di pertinenza di ordini religiosi,famiglie nobili e con minore entità di ordini civili. Nelle zone di Vasto, S. Lorenzo,Cerlongo,Solarolo i nomi piu’ ricorrenti sono: Monaci e Monastero della Certosa di Mantova.
IL MULINO DEL VASTO
Posto in zona quasi adiacente alla corte, fu gestito fin dai secoli scorsi da famiglie di tradizione mugnaia goitese, quali gli Alboini, i Facchini, gli Angelini. Attualmente è in disuso e fatiscente.
CORTE LE CASSE
Citata nel Catasto Lombardo – Veneto del 1855/64.

CORTE PALAZZETTO VASTO - CORTE CASELLE - CORTE LEVADELLO
Corti presenti nel Catasto Teresiano nel 1776 e nel Catasto Lombardo – Veneto del 1855/64.

CORTE SANTA MARIA - CORTE SANTA MARIA MAGGIORE E MINORE
Il nome è risalente all’anno 1000, quando esisteva una chiesa detta S. Maria in Caldone donata dalla Contessa Matilde di Canossa ai Monaci Benedettini di S. Genesio da Brescello. In questa zona sono stati trovati resti di una chiesa effettivamente molto antica. Le corti sono citate del Catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto del 1855. fino al 1805 era in uso alle Monache di S. Barnaba. In documenti antichi nel 1044 si attesta una donazione, fatta da Gimexa de Beato, moglie di Manfredo di origine Longobarda a beneficio della suddetta chiesa relativa a terreni situati sul sentiero Paradiso, poi più noto come Caldone.
CORTE MUSSOLINA
La corte presenta al suo interno un’oratorio costruito nel secolo XVIII dedicato a S. Carlo Borromeo. È presente un’unica tela che funge da pala d’altare raffigurante nella parte superiore la S. S. Trinità e nella parte inferiore San Carlo insieme a diverse suore in preghiera. Attualmente dell’oratorio è proprietaria la famiglia Galtrucco. La corte è presente sia nel Catasto Teresiano del 1776 sia nel Catasto Lombardo Veneto del 1855/64. recentemente due studentesse della facoltà di architettura di Mantova hanno presentato un’ipotesi di lavoro per il suo recupero e la riqualificazione. Nei pressi della corte è situato un pozzo geotermico la cui acqua si è scoperto avere proprietà curative tanto da far diventare il luogo centro di cura termale.

 


LODOLA E MALPENSA
Sono entrambe corti appartenenti al territorio di Rodigo, il percorso ciclopedonale le attraversa,in uno scorcio tranquillo e bucolico, per poi rientrare in ambito goitese.  verso la frazione di Sacca. Appartennero alla chiesa di Rodigo e a S. Pietro di Mantova. 
CORTE TENI - Galtrucco
Situata nel centro storico della borgata, appartenne tra gli altri al marchese Girolamo Arrigoni.

CORTE BELL'ACQUA DI SOPRA
Fu proprietà dei Gonzaga, vide la propria derivazione da modelli feudali, oltre ad un riferimento rinascimentale. Infatti il palazzo padronale fu edificato probabilmente nella seconda metà dell’ 1500,e più precisamente verso il 1580, nel quadro del rinnovamento dell’attività agricola del tempo e nel quadro culturale del Rinascimento mantovano ispirato dal suo caposcuola Giulio Romano.  Dalla sua posizione si può vedere di fronte Corte Brolazzo. Oltre alle consuete attività rurali, si praticavano la pesca il pascolo ed era presente il Mulino, risalente anch’esso ad epoca gonzaghesca, al servizio del quale si deviò un’ apposito cavo delle acque del vicinissimo fiume. Corte Bell’acqua di sopra si può inserire nell’ambito delle ville minori, residenze padronali delle corti agricole situate nella campagna in condizioni di rapporto diretto con l’ambiente naturale. Suoi proprietari, tra gli altri furono Pirro Gonzaga, Alfonso Felice di Avalos d’Acquino, marchese del Vasto, poi Vincenzo Gonzaga la donò ad Agnese Argotta marchesa di Grama e anche ai marchesi Capilupi. Stemmi araldici interni testimoniano la presenza di famiglie nobili quali appunto Capilupi, Strozzi, Todeschini. Citata nel Catasto Teresiano del 1776.

CORTE BROLAZZO

 

 

 

 

MULINO DI BELL'ACQUA
La sua edificazione risale, come la corte, ad epoca gonzaghesca. L’anno di riferimento È il 1602. Si deviò un cavo per suo servizio, dalle acque del vicinissimo fiume Mincio.
CORTE BELL'ACQUA DI SOTTO
Il suo nome. Così come quello della sorella Bell’Acqua di Sopra, deriva dall’incantevole posizione lungo il Mincio. La Chiesa di S. Pio V costruita nel 17°sec. , ridotta a porticato, venne costruita sul territorio dell’antica corte agricola. Fu proprietà del conte Paolo Todeschini di Mantova. Viene citata nel Catasto Teresiano del 1776, attualmente è di proprietà della famiglia Galtrucco.  
Appartenne al marchese Giuseppe Bianchi.
CORTE CALDERINA o CORTE MULINO
Citata nel Catasto Lombardo Veneto del 1855/1864.

CAMIGNANA
Il Mulino di Camignana, oggi assai arretrato rispetto all’originario corso del Mincio, è rappresentato nella mappa di Rodigo del 1598.

CORTE CASELLA
Il nome deriva dal latino, ovvero piccolo casolare. È citata nel catasto Teresiano del 1776

CA' DELL'ORSO
Una leggenda vuole che da queste parti ci fosse un bosco e al suo interno vivesse appunto un orso, quindi per questo motivo il sito venne chiamato Casa dell’Orso.
GALELLA
Pare essere appartenuta alla famiglia Calella nel 1614 appariva un Signor Galella, il cui discendente Giacomo ricevette un’investitura dai Padri del Convento di S. Pietro in Goito.
CA' FRANCHINI (FRANCHINO)
Il territorio goitese fu abitato fin dal 12°sec. A. C. , come dimostrato da un’ insediamento del Bronzo finale, apparso durante lo scorticamento del terreno nei pressi di Cà Franchini. Qui sono state trovate spille, perle, resti di ceramica, vasi biconici, olle, ecc. ecc. ed inoltre alcune tombe romane dotate di modesto corredo. Il nome Franchini proviene dagli antichi proprietari del 1775.
CASTELVETRO
A Castelvetro e nei dintorni del cimitero di Goito si sono trovate diverse ricchezze, tra le quali una catenella d’oro con un grande cameo in lapislazzuli raffigurante Minerva. Qui sono state trovate opere murarie di grande dimensione. La maggior parte delle tombe era posta ai lati della Via Levata (nome della Postumia) in epoca medievale. Probabilmente lungo questa via sorgeva un accampamento nei pressi del guado del Fiume Mincio sostituito poi dal Castrum Goddi. Il nome deriva dalla denominazione romana, cioè Castelvetro, Castel Vecchio. Da qui dovrebbero partire alcuni cunicoli sotterranei che portano fino alla zona dell’attuale cimitero.
CORTE GUA'
Il Guà, era l’antico guado (dal latino vadus) esistente in tempi antichissimi, ancora prima che nascesse il ponte. Da qui si traghettavano i passeggeri.

CORTE CASALE
Il nome deriva da “casalis”, cioè case abitate d servi o coloni, oppure gruppo di case coloniche.

CORTE SACCHETTA
Costruita negli anni ’80 del 16°secolo da Guglielmo Gonzaga come residenza per sé e per la sua famiglia, l’impostazione è quella del Palazzo Rinascimentale come residenza, senza velleità difensive pur mantenendo, per la presenza di torri agli spigoli, un’impostazione ed un’impronta castellana. Fu edificata su vecchie fondamenta romane, testimonianza insieme ad altri ruderi e reperti del periodo Romano (soprattutto vicino alla Postumia). Le sale erano ornate con dipinti del Sanvito, Borganti,Ghisi eAndreasino (quadro della vittoria di Fornovo ) tutti distrutti dal tempo. Nella sala d’ ingresso sono presenti affreschi che riecheggiano Thomas More (castello prospiciente il mare e l’arrivo di una galea). Nell’ ovale sono presenti: un idillio campestre, tre affreschi che descrivono il cortile basso e le arcate del castello medioevale, una raffigurazione di selve tenebrose con influenze fiammingo-venete. Al primo piano è presente un affresco sulla Sacra Famiglia; in un’ altra sala un angelo al centro del soffitto con altri due di fianco ascrivibili al realismo rinascimentale. Tutta la corte e gli affreschi sono stati oggetto di una recente restaurazione. Sacchetta citata sia nel Catasto Teresiano del 1776, sia nel Catasto Lombardo- Veneto 1855-1864.
CORTE ROMANINO e BELVEDERE
Citate entrambe nel catasto Lombardo-Veneto del 1855/1864.

CORTE ROMANELLO
All’epoca di Lodovico Gonzaga tra le varie cose, sorsero alcuni fornaci per la cottura dei mattoni e della calce. Queste erano situate in prossimità del Mincio e del Naviglio; una delle più importanti era posta in Romanello, dove l’ingegner Giovanni da Padova aveva ricevuto parecchi appezzamenti donati dal marchese. Citate nel catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto del 1855/1864.
CORTE POLESINE
In questa corte nei secoli scorsi erano presenti coltivazioni di riso che coprivano il fondo per tutte le sue 25 biolche. Nel 1883 a Goito le risaie avevano un’estensione di 100 ettari, un valore sempre più decrescente fino ad arrivare al 1902 quando non esistevano più. Nel 1835 la corte apparteneva alla famiglia Boselli, proprietaria di vari fondi nella zona. Citata nel Catasto Teresiano del 1776 e in quello Lombardo Veneto del 1855/1864.
CORTE PALAZZETTO
Corte antica di proprietà gonzaghesca. All’interno del fabbricato era esistente una piccola conceria di pelli che i nobili aiutavano a incrementare aprendo una bocca dal naviglio nell’ anno 1603. Citato nel catasto Teresiano e nel Lombardo Veneto del 1855/1864.
CORTE BUONMERCATO
In una lettera datata 2/12/1466 inviata da Andrea Mantegna al Marchese Ludovico Gonzaga, il grande artista accenna alla possibilità di costruirsi una “Chasetina suso quel mio logeto”, potendo avere un prestito di cento ducati dal nobile. Questa casetta da costruire sul suo loghino (logeto),cioè piccolo podere, corrisponde alla Corte Buonmercato. Il paese di Goito e il suo territorio dovevano essere ben conosciuti da Mantegna che aveva lavorato nella Rocca dei Gonzaga dove egli godeva di buoni favori concretizzati da varie donazioni di terreni. Un punto dove trovare riposo , questa era la volonta’ del pittore che il lavoro del famoso ingegnere Giovanni da Padova, molto probabilmente su preciso ordine di Lodovico,tese a migliorare e a rendere più dignitoso. La casa venne finita presumibilmente nella seconda metà della decade successiva grazie a un prestito di cento ducati d'oro che il celebre pittore ottenne dal marchese Ludovico III Gonzaga; il fondo, come si evince dalle varie lettere scritte da Giovanni al Marchese, era ricco di vigneti che producevano un’ottima qualità di vino. L’importante presenza di Andrea Mantegna in territorio mantovano fu dovuta all’opera di persuasione del suo concittadino Giovanni da Padova a cui era legato da salda amicizia. È in atto la sua totale ristrutturazione in modo simile a Villa Giraffa e Rassega , così da formare un gruppo residenziale che possa accogliere allo stesso tempo turisti e nuovi concittadini/residenti.
RASSEGA
Chiamata così per una sega azionata un tempo dall’acqua del Mincio. Prima di questa nel 1515 era presente come in molti altri punti del Mincio e del Naviglio, un Mulino e prima ancora un macero per la lana. Tra i vari proprietari nel 1774 figura l’università dei Mercanti da Lana di Mantova, che testimoniano appunto questa continuità nel tempo con la lavorazione del prodotto. I mercanti dell’ arte della lana furono proprietari dai primi anni del 1500, in seguito i berrettai la detenerono fino alla soppressione di tutte le arti gonzaghesche nella seconda meta’ del ‘700.Subentro’ quindi la Ducal Camera. Citata nel Catasto Lombardo-Veneto del 1855-1864. I mercanti da lana, ovvero i berrettai costruirono nel 1502 un follo in riva al Naviglio. A meta’ secolo esso fu ristrutturato ed arricchito dell’ aggiunta di una “ rassega” per tagliare la legna e da un follo da carta per la sua produzione, molto in auge nel periodo. Nacque cosi’ la corte.E’ stata ristrutturata nell’ ambito della creazione di un sito residenziale che possa accogliere utenti turistici.
PILA DEL RISO FINZI
Edificio convertito in Mulino da grano e Pila da Risi nel 1676. La struttura è quella di un’identità a sÈstante che assume l’aspetto di una capace casa per salariati, simile a un palazzotto rurale a due piani o una aggregazione in serie di locali predisposti per accogliere davanti al Mulino vero e proprio l’abitazione del Mugnaio e dei suoi abitanti. Viene citata nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Catasto Lombardo Veneto del 1855/1864. 
Nel 1727 è citato come Mulino Camerale.
CORTE BROLAZZO
Antica dimora gonzaghesca. Al suo interno troviamo una torre medievale che si allarga sulla cima dei suoi torrioni, atti alla difesa militare, merli a coda di rondine, murate solide con strette feritoie e basi di sostegno per le catapulte. La scala stretta difesa da un solo uomo è prova dell’uso militare. Le abitazione della borgata sono disposte a ferro di cavallo, al centro il castello cioe il palazzo Signorile con a lato l’antica Cappella. Residenza ducale estiva e per il periodo della caccia, fu abbellita dai Gonzaga per trascorrervi parecchi mesi l’anno. Le stanze del palazzo sono ariose, con ampie finestre e un camino con la scritta “Federicus II Dux Mamt.P.” (Federico II Gonzaga) Duca protettore delle Arti. Nel settecento è da considerarsi il prototipo della corte poli funzionale dato il suo complesso di edifici adibiti a maglio, mulino, barchesse, stalle, e fienili. Purtroppo una ristrutturazione infelice ne ha modificato le caratteristiche di edificio domenicale. Citata nel catasto Teresiano del 1776. intorno al Brolazzo correva un largo fossato che convogliava le acque di spurgo e di irrigazione. Erano presenti oratorio e sagrestia .Nel 1587-1590 furono costruiti due magli, uno per lavorare il rame euno per il ferro.L’ arrivo di operai esperti in queste lavorazioni, prevalentemente provenienti dal bresciano, favori’ lo sviluppo demografico della frazione di Maglio.Come Campoperso fu proprieta’ del conte Lorenzo Cristiani.
CORTE COLARINA
Situata a fianco della strada omonima, essa si trova già in territorio marmirolese. La corte fu di proprietà gonzaghesca; risulta particolarmente interessante per la sua complessità strutturale. Nell’archivio Gonzaga si trova un disegno risalente al 1583 in cui si tracciano le coltivazioni a riso del fondo. Qui era presente anche una fornace. Citata nel Catasto Teresiano del 1776 e nel Lombardo Veneto del 1855/1864.Appartenne anche alla Ducal Camera di Mantova. E come altre proprieta’ della zona alla duchessa di Massa e Carrara.

 

 

TRIFOGLIO
Fondo dov’è presente una delle conche del Naviglio, citato in documenti archivistici gia’ nel 1528 Luca Fancelli , famoso architetto e scultore collaboratore di Mantegna la ebbe come abitazione di villeggiatura cosi’ come le Bertone.
CORTE GHISOLA
Il suo nome originale dovrebbe essere Chiesola vista la presenza nelle vicinanze di una piccola chiesa dedicata a S. Maria del Carmine esistente verso il 1600. anche qui come nella vicina colarina era presente una fornace che produceva derrate, calcina, ciottoli.
CORTE BARATTERE
Significato analogo a Valle Buratto, cioè zona dove avvenivano scambi e baratti. La vocazione ai commerci particolarmente fertile al tempo seconda guerra d’indipendenza, quando il Mincio era confine tra stato Austriaco e Piemontese. La corte è coronata da una torre colombara .
CROCE DEL GALLO
La croce in legno posta all’imbocco della strada che porta a Massimbona in località Croce del Gallo, fu eretta secondo una versione popolare per onorare un gallo che con il suo canto svegliò appena in tempo una sentinella francese assopita che così riusci ad avvertire in tempo la guarnigione dell’imminente attacco austriaco.secondo un’altra versione, la croce fu eretta per ricordare il valore del soldato Gallo, cioe francese che combatté contro gli austriaci dopo essere partito da Villa Schiarino.
CORTE RONZIOLO

 

 

 

CORTE PONTE

 

 

 

 

CORTE GRANDE

 

 

 

 

CORTE CAMPAGNINA

 

 

 

CORTE BERTOI

 

 

 

CORTE VIGNETO VECCHIO e NUOVO
Il nome deriva da un ampio vigneto che esisteva anticamente su questi fondi. Queste corti insieme a Corti Canova, Cavriani, Ca Cavriani (Canova Palazzina), Corte Bosco, Corte Fabbrica Cavriani, appartennero come suggerisce il toponimo stesso, alla nobile famiglia dei Marchesi Cavriani. Questa era proprietaria fin dai secoli precedenti di fondi a Goito. Dal Catasto Teresiano del 1776 risulta avere altre 10000 pertiche milanesi di terreno, anche se in realtà i loro beni erano molto superiori. Con la riforma del 19 Giugno 1798 ai loro beni si aggiunsero parecchie proprietà appartenenti alle congregazioni religiose. Fin dal 1400 Cavriani erano possessori di vasti terreni (coltivati anche a riso) a Sustinente, Governolo, Libiola, Quistello ecc.ecc.
CORTE PASQUA - PASQUETTA NUOVA e VECCHIA - QUARESIMA
Sono nomi derivati dalla Liturgia e dal calendario religioso. Citate nel catasto Teresiano del 1776 e nel Lombardo Veneto del 1855/1864.

 

 

CORTE VILLABONA
Corte gonzaghesca costruita dall’ingegner Giovanni da Padova nel 1460 su incarico di Ludovico Gonzaga. I terreni circostanti erano di proprietà della famiglia fin dal 1355 e nel tempo furono coltivati anche a riso.Veniva utilizzata per l’ allevamento dei cavalli. La struttura architettonica della casa padronale può essere indicata come prototipo del palazzetto rurale mantovano. Al suo interno sono stati rinvenuti affreschi quattrocenteschi. Nel 1519 fu ceduta a Ferrante Gonzaga di Guastalla che la utilizzò come tenuta di caccia. Fu sempre frequentata da personaggi di alto rango della nobiltà cittadina; nel 1651 fu acquistata dalla famiglia nobile dei Custoza. La proprietà passo quindi alla famiglia dei Cavriani. Notevole risulta essere la sistemazione agraria del fondo compiuta nell’arco di un tempo lunghissimo. Il territorio di Massimbona e Villabona fu teatro di numerosi fatti d’arme. Per esempio il 29 Maggio 1630 era in atto una lotta per la successione al Ducato di Mantova tra i Gonzaga di Guastalla sostenuti dalla Spagna e i Nevers sostenuti dai francesi. Venezia si alleò al re di Francia Luigi III, mentre i Gonzaga di Guastalla ebbero in aiuto dal re FerdinandoII d’ Austria i feroci alemanni che lo storico Botta definisce “un’orda di mostri” più che uomini. Il generale Galasso al comando di 10.000 uomini tra fanti e cavalli e con molti pezzi d’artiglieria marciò all’attacco di Villabona dove da due giorni i Veneziani del Colonnello Vimercato si erano posizionati. I primi ad entrare in azione furono i Croati contro i Capelletti in aiuto dei quali vennero mandati dal Cavaliere della Valletta, da Marengo, dei venturieri Mantovani e un distaccamento di lancie spezzate. In aiuto dei Veneziani giunsero rinforzi anche da Valeggio, ma inutili perché Galasso sbaragliò il campo imprigionando il Cav. Della Valletta a Goito. Più di mille soldati veneti rimasero uccisi.

 

I CADUTI DI TUTTE LE GUERRE

- ELENCO CADUTI GUERRA 1915/1918 DI GOITO
- MORTI PER LA GUERRA 1915/1918 DI GOITO
- DISPERSI GUERRA 1915/1918 DI GOITO
- CADUTI GUERRA 1940/1945 DI GOITO
- DISPERSI GUERRA 1940/1945 DI GOITO
- MORTI CIVILI E DEPORTATI GUERRA 1940/1945 DI GOITO
- ELENCO CADUTI GUERRA 1915/1918 DELLA FRAZIONE DI CERLONGO
- ELENCO CADUTI GUERRA 1940/1945 DELLA FRAZIONE DI CERLONGO
- ELENCO CADUTI GUERRA 1915/1918 DELLA FRAZIONE DI VASTO
- ELENCO CADUTI GUERRA 1940/1945 DELLA FRAZIONE DI VASTO
- CADUTI DELLA GUERRA 1915/1918 DELLA FRAZIONE DI SOLAROLO (con foto)
- CADUTI DELLA GUERRA 1940/1945 DELLA FRAZIONE DI SOLAROLO (con foto)     CLICCA QUI  

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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