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bersagliereLo studio delle fonti tradizionali rivela che la Città di Goito venne fondata dapprincipio come insediamento difensivo all’inizio del II secolo a.C. dai Romani.  Situata in prossimità della via Postumia, in direzione di Cremona, la fortezza sorse sulle rive del fiume Mincio e in un secondo tempo, sulle sue rovine, si insediarono nel V secolo i Goti, sempre secondo le scarne fonti disponibili.

Di questa epoca restano le rovine di una fortezza rettangolare, all’interno della quale sorge attualmente il centro storico di Goito. La matrice d’impianto appare palesemente di origine romana, con una ramificazione ordinata di percorsi di impianto edilizio che si innestano sul percorso principale dell’insediamento, costituito dalla attuale via Roma.

Lungo la strada Mussolina di Sacca di Goito si trova una grande necropoli altomedievale, con numerose sepolture ascrivibili alla popolazione dei Longobardi. La necropoli presenta tutte le sepolture disposte in file parallele, orientate nord/sud, rispettando l’organizzazione e pianificazione delle aree cimiteriali secondo il costume già in uso fra i Longobardi prima del loro arrivo in Italia, sulla falsariga di un rituale di tradizione tipicamente germanica, con il capo defunto posto ad ovest. Di rilevante interesse , ma non ancora sufficientemente studiato, il ritrovamento di tracce di materiale organico conservato vicino agli oggetti di corredo.
La posizione strategica di Goito – punto di passaggio obbligato per l’attraversamento del Mincio – contribuì allo sviluppo del centro urbano lungo tutto il corso del Medioevo; di questo periodo, in cui ai Goti bizantini e longobardi si avvicendarono Franchi e Arimanni, rimane - ultima traccia - l’antica torre, poi inglobata in un palazzo rinascimentale.
In epoca quattrocentesca la storia di Goito si legò a quella dei Gonzaga. Si ebbero dapprima poche trasformazioni territoriali: il tentativo -fallito rovinosamente e con ingenti danni - di prosciugamento del Mincio, ad opera di Gian Galeazzo Visconti al fine di privare Mantova della naturale difesa che esso le offriva; la devastazione delle campagne mantovane ad opera delle truppe di Galeazzo, come ritorsione contro Francesco Gonzaga; la realizzazione ad opera dello stesso Francesco Gonzaga della strada che da Brescia conduce a Mantova, intersecando l’antica via Postumia presso Goito.
La città - entrata a far parte stabilmente della signoria dei Gonzaga, soprattutto di Ludovico Gonzaga, figlio di Francesco - conobbe un’epoca di rilancio urbanistico ed edilizio: avvalendosi dell’architetto idraulico Giovanni da Padova e di Vittorino da Feltre, Ludovico Gonzaga fece realizzare il cosiddetto Naviglio, un ponte in mattoni sul Mincio, e il restauro delle opere di fortificazione del castello e della torre.
Il periodo più florido e prospero per la città fu la seconda metà del 1500, col dominio di Guglielmo Gonzaga. Al suo insediamento, egli concesse la possibilità di edificare diversi palazzi nel centro della città, come pure a corona del palazzo dei Gonzaga che egli stesso aveva fatto costruire a Goito. Il suo successore Vincenzo, pur non amando Goito e il palazzo ivi ubicato, vi fondò un convento di Cappuccini, corrispondente all’attuale (pur rimaneggiata) Villa Giraffa.
Con la fine della dinastia dei Gonzaga iniziò la decadenza dei loro possedimenti e della villa, distrutta da guerre e, soprattutto, dal terremoto del 5 luglio 1693. Soltanto nel 1734, Carlo VI avviò dei lavori di risanamento dei baluardi della fortezza, che, tuttavia, rovinarono completamente qualche tempo dopo.
Le fonti cartografiche di questa epoca mostrano Goito circondata da mura, con bastioni e baluardi a difesa della città. All’interno del perimetro fortificato sorgevano la chiesa di Santa Maria Maddalena (poi San Martino e attualmente Sala Verde), la chiesa di Santa Maria (attualmente Basilica dei SS. Pietro e Paolo), la Piazza Cavallerizza, la Canonica, il Palazzo Pretorio e il palazzo dei Gonzaga, sulla sponda destra del Mincio, il cui parco si estendeva fino alla corte Bardellona.
Nella storia urbana di Goito, il terremoto del 1693 segnò un avvenimento fondamentale. Esso arrecò danni ingenti a tutte le case, in particolare all’intera borgata del Merlesco, fece crollare in parte la chiesa parrocchiale e distrusse le mura della rocca. L’opera di ricostruzione cominciò dalla chiesa, che venne sistemata in via provvisoria, con la contemporanea apertura dell'oratorio di San Martino. Il progetto del Borsotti per la realizzazione di una nuova chiesa, in sostituzione di quella distrutta dal terremoto, trovò piena attuazione solo nel 1735, insieme col restauro dei baluardi della fortezza.
Durante il periodo della dominazione francese, anche a Goito si assisté alla chiusura di molti centri religiosi: la corte di San Martino, monastero fondato dal duca Guglielmo Gonzaga venne messa all’asta e trasformata in luogo sconsacrato ed adibita ad altre funzioni; si soppresse il convento dei Cappuccini a villa Giraffa, e, infine, si spostò fuori dalla città, in località Volto, il cimitero, che sorgeva originariamente sulla destra della chiesa parrocchiale.
Nel corso del Settecento e dell'Ottocento, la città passò alternativamente dai francesi agli austriaci e fu luogo di battaglie per l’indipendenza d'Italia. Proprio a Goito, sulle sponde del Mincio, si tennero nella primavera del 1848 due importanti battaglie: la prima, che si combattè l'8 aprile, è passata alla storia  come battaglia del Ponte di Goito e costituì il battesimo del fuoco del corpo dei bersaglieri. In quell'occasione i fanti piumati, guidati dal loro fondatore colonnello Alessandro Larmarmora, che rimase ferito nel corso del combattimento, si ricoprirono di gloria conquistando con ardimento il ponte semidistrutto e scacciando le truppe austriache che presidavano il paese. Nel secondo scontro armato, consumatosi il 30 maggio 1848, l'esercito piemontese sconfisse gli Austriaci usciti in forze da Verona per soccorrere Mantova assediata. Questi due episodi figurano tra le pagine più eroiche dell'epopea risorgimentale, conclusa con la riunificazione e dichiarazione del Regno d’Italia. Proprio sulle sponde del Mincio, gli ideali di libertà, indipendenza e progresso si radicarono nelle nostre genti e si riversarono in tutto il Paese.
Negli ultimi due secoli, l’impianto morfologico del comune di Goito risulta sostanzialmente immutato: le stesse corti che prima ne rappresentavano il tipo edilizio ricorrente sono ancora riconoscibili nella loro configurazione originaria.
In evidenza, a tutt'oggi, un piccolo centro storico caratterizzato da una solida organizzazione d’impianto, sulla quale spicca un tessuto edilizio di qualità storico-ambientale architettonicamente qualificato (la torre civica, alcune corti, la chiesa dei SS Pietro e Paolo, i resti delle mura).
Predomina un paesaggio di media e bassa pianura disegnato nel tempo dal Mincio, con strade campestri, canali, rogge, filari e siepi che coronano il centro dell'abitato. E’ un paesaggio che richiama alla memoria quello, non lontano, che vide l’infanzia di Virgilio, fatto di colline dolcemente digradanti verso il Mincio (“se subducere colles/incipiunt mollique iugum demittere clivo”, come si legge nella nona bucolica).
Queste brevi note delineano il significativo ruolo storico svolto da Goito nel corso dei secoli ed il ricchissimo patrimonio artistico culturale e sociale accumulato di generazione in generazione: entrambi affondano le radici nel nostro più remoto passato.
Il recente conferimento del titolo di “Città”, con decreto firmato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dall’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, ha spinto l’Amministrazione Comunale a promuovere la creazione del Parco Storico di Goito, per valorizzare appieno tutte le potenzialità del territorio del Comune, che rischiano altrimenti di venire trascurate se non addirittura compromesse, con danni irreparabili per l'intera comunità locale e non solo.
L’obiettivo da perseguire implica un rinnovato approccio culturale da parte dell’Amministrazione ed una ridefinizione del concetto stesso di civiltà, in una società globale, nella quale è indispensabile mantenere la propria identità.
Il termine “cultura” abbraccia un campo semantico ampio e pertanto lo si deve individuare con chiarezza onde evitare equivoci o incomprensioni. In senso lato, con il termine “cultura” si intende la sintesi armonica delle cognizioni di una persona, con la sua sensibilità e le sue esperienze, per sfociare, quindi, nel complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o ai diversi periodi storici o alle condizioni ambientali. A questo punto ci si trova già calati nel concetto di “civiltà”: ovverosia, lo stato di equilibrio politico, economico e sociale, fondato sulle istituzioni e sul progresso tecnico, ma, ancora prima, sulla buona educazione, cortesia ed urbanità.
Alla stregua di tali premesse, si intuisce la esigenza di “fare cultura”, per creare anche un nuovo "civismo", per mezzo di un operato rivolto alla crescita del "buon cittadino", consapevole della propria ricchezza interiore ed esteriore, geloso custode di ciò che lo circonda, capace di creare l’utile e il bello con le proprie mani, apprezzando ciò che gli altri, con fiducia, hanno creato, con dedizione ed abnegazione.

 

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