Storia di Goito

In tempi antichissimi, prima ancora della fondazione di Roma, numerose torme di popoli, spinte dal bisogno di espansione o da discordie intestine, vennero dall'Oriente e dall'Occidente a porre stanza sotto il bel cielo d'Italia, importandovi i loro usi e costumi. Così ai Tirreni (Taurisci - Etruschi - Osci), venuti dalle ultime diramazioni del Tauro e della Lidia venti secoli prima di Cristo, si sovrapposero gli Iberici (Liguri - Itali - Siculi), provenienti essi pure dall'Asia attraverso le regioni occidentali. I Liguri, secondo l'affermazione di Tito Livio, occuparono l'Italia settentrionale.
Da una zona d'ombra, che è la preistorica, entriamo in una zona di penombra, che è preludio di quella storica. «Secondo ipotesi probabili, un millennio circa prima di Cristo e 300 anni prima di Roma, gli Etruschi fondarono Mantova. Nel territorio mantovano lasciarono tracce evidenti delle loro solide costruzioni e vi rimasero fino a quando giunsero i Galli verso il 587 a. C. a spingerli oltre l'Appennino, dove scesero a lottare con i Romani, lasciando il nome di Etruria all'odierna Toscana. I Galli Cenomani (da cen: sommità e marni: uomo) vennero dalla Gallia (l'attuale Francia) 500 anni circa prima di Cristo, fondando Brescia ai piedi della Rocca Cidnea, Verona e altre città dell'Italia settentrionale. Da Brescia, che Tito Livio chiama "caput cenomanorum", il loro dominio si estese fino all'Oglio, al Chiese e al Mincio, che divennero i confini naturali del loro regno. Siccome essi applicarono su vasta scala l'arte appresa dagli Etruschi, di costruire edifici murati, non è improbabile che lungo la linea strategica del Mincio costruissero qualche fortificazione. In realtà Mantova rimase loro dominio fino alla sconfitta romana di Canne. Allora, rotto il patto d'alleanza, essi si sollevarono contro Roma, ma rimasero sconfitti presso il Mincio (196 a. C), sotto il consolato di Lucio Furio e di Cornelio Cetego. In questa battaglia, al dire di Tito Livio, il Mincio tinse le sue acque con color di sangue. (Decd III, L. 3). E' presumibile che questo fatto d'arme sia accaduto nel nostro territorio. Comunque, mentre tramonta definitivamente la potenza cenomane, si levano trionfalmente le aquile romane a inaugurare la Galla Cisalpina.
Dalla zona d'ombra e di penombra della preistoria passiamo in una zona di luce. L'origine della nostra borgata incomincia ad essere rischiarata anche da validi elementi di archeologia. Sotto i Romani, Mantova divenne una fiorente colonia, come Brescia, Verona e Cremona. Con tutta certezza si può affermare che anche Goito, benché embrionalmente e ancora "innominato", già esistesse. E' tradizione che i Romani, avendo riconosciuto questa terra come un punto strategico, abbiano costruito, a poca distanza della via Postumia, proveniente da Cremona, un castello, nei pressi dell'attuale corte Castelvetro (Casteivetere). Vi si accedeva dalla valle del fiume (dove poi sorse il paese), mediante un cunicolo del quale sussiste ancora un avanzo, presso la Fornace che chiamasi Volto (vedi foto attigua a destra). Scavi importanti praticati sulla fine del secolo scorso e nel giugno del 1939, proprio nelle vicinanze di Castelvetro, portarono alla scoperta di varie tombe. I numerosi oggetti di costume pagano in esse contenuti, stanno a provare quanto sia fondata la tradizione che Goito già esistesse durante l'epoca romana.
Finalmente entriamo in una zona di luce dove la storia parla in termini alquanto più chiari. Il Donesmondi asserisce nella sua Historia eclesiastica :
"Nel qual tempo (anno 410) Mantova si trovava, quanto allo spirituale, stabile e ferma nella Cattolica Sede, governata sempre dai Vescovi di Milano et in sanie operazioni cercava sempre più d'avanzarsi; ma quanto al temporale s'andava ricoverando or sotto questo, or sotto quest'altro signore secondo che or l'Imperio, or i Goti nell'infelice Italia prevalevano, i quali nel 412, miseramente travagliando Mantova, la posero a sacco. E fu allora appunto che, in rammemoranza loro, fabbricarono il CASTELLO DI GOITO (vedi foto attigua a sinistra) perchè ivi intorno si trattenner con gli eserciti, venendo anc'eglino sì dai mantovani, come da altri cenomani non poco travagliati; laonde Mantova in particolare per molti anni avvenire non ebbe mai interamente pace".
Altrettanto afferma il Gionta :
"Stette Mantova tranquilla sotto l'ombra dei romani, e senza travaglio di guerra, sotto diversi Presidenti inviati dai romani e dagli Imperatori, fino alla venuta dei Goti in Italia, i quali, venendo per l'Ungheria, passarono per la Schiavonia l'anno 407 ed occuparono la maggior parte dell'Italia, massimamente Mantova. I predetti Goti edificarono sulle sponde del Mincio un forte castello, che dal loro nome prese poi la denominazione di Goito".
La nostra borgata, perciò trae il suo nome dai Goti i quali, fosse per ragioni strategiche, fosse per commemorare la loro vittoria, innalzarono la fortezza di cui parlano gli storici. Sussistono ancora le rovine di quell'antico castello di forma rettangolare, chiamato, come risulta dai documenti parrocchiali CASTRUM GODÌI (Castello - fortezza - rocca) nel cui ambito rimasero per 15 secoli le abitazioni civili del centro. Tuttavia, pur ereditando un nome di origine barbarica è probabile, come si è già detto, che Goito esistesse anche prima del secolo quinto. I Goti lo avrebbero solo fortificato, rinnovato e battezzato, inserendo nel vecchio tronco elementi giovani di fresca vitalità. Di fatto furono i meno funesti barbari che l'Italia ebbe a padroni. Più tardi, particolarmente sotto Teodorico, riuscirono a stabilire un regno che fu il più potente tra quelli sorti dalle rovine dell'Impero d'Occidente; in esso prosperarono le arti, la religione, gli studi, l'agricoltura; sorsero monumenti ed edifici grandiosi, per cui anche la nostra borgata ne dovette risentire un benefico influsso".
Già A. Bertolotti, direttore dell'archivio di Stato di Mantova aveva scritto in un suo volume intitolato : I Comuni e le Parrocchie della Provincia di Mantova (1893), "nel costrurre la strada Levata, che si ritiene il luogo ove passava una strada romana (La Postumia) furono trovate più monete d'oro, d'argento e di rame imperiali romane. Nel promontorio di Castelvetro furono scavati residui di forte rocca, statue marmoree, idoli, monete, oggetti in massima parte passati al Museo di Mantova".

L'unità e la grandezza di Roma erano indubbiamente legate alla fitta rete stradale che, collegando la metropoli con le vaste e numerose provincie, facilitava il trasporto di legioni, armi, ordini e notizie. Per volere di Augusto furono rimesse in buono stato le quarantotto strade d'Italia che, per tremila leghe, si snodavano da Roma a Brindisi, da Roma alle Alpi. Tra quelle che stanne ancora ad attestare l'antica rinomanza, merita particolare considerazione la Via Postumia, sul cui asse si trova tuttora il nostro paese.
fotoQuando e perchè fu tracciata? quale era il suo percorso? Qualificati studiosi hanno condotto approfondite indagini; tra gli altri, il Prof. Attilio Dal Zotto il quale tratta la questione del luogo natale di Virgilio e la risolve topograficamente e storicamente prendendo come spunti di riferimento la Via Postumia e la Via Vicinalis. Nel 18 a. C. infatti i Romani credettero necessario istituire una base strategica a difesa dei medio Po, sia contro Annibale e sia contro ogni altra eventuale irruzione di barbari. Lasciarono così da parte la vecchia Mantova e costruirono la nuova città di Cremona. In effetti, circuita da due rami del Mincio, che si aprivano verso Belfiore e si congiungevano sotto le alture di Pietole vecchia, Mantova capoluogo di un territorio dove troppe acque (vedi foto attigua) s'attardavano a formare paludi e pantani, non era luogo idoneo alla formazione e allo sviluppo di un nodo stradale, necessità prima di un esercito operante. Per giunta, quella che ora è una linea marginale, unificata dal corso del Po per il tratto che va da Viadana a Ostiglia, era allora un fascio di alvei fluviali, un labirinto di fosse naturali e artificiali, che avrebbero dilatato enormemente le estremità di un ponte di passaggio. Per la natura del suo luogo, Mantova fu pertanto subordinata a Cremona, che, sorta da principio come testa di ponte sulla sinistra del Po, doveva più tardi diventare un luogo di riferimento, il capolinea di nuove strade. Ed invero con la strada Cremona-Brescello-Modena (la LXXXIV dell'Intinerario di Antonino) Cremona ebbe il mezzo di proteggere la sinistra del Po fino a Viadana ed il passaggio da Viadana a Brescello.
Nel 42 a. C., in occasione della confisca del territorio, si costruirono le strade limitatone. Queste furono in direzione di Mantova, poiché l'operazione degli agrimensori, che doveva arrestarsi entro il territorio cremonese, fu continuata su quello mantovano..... In un primo tempo si tracciarono quindi le due strade : la Cremona-Bedriaco, nei pressi di Calvatone, considerata proseguimento della via Postumia e la Cremona-Rivarolo-Spineda, coi nome di Vicinalis Cremonensis. Subito dopo il decreto, che estese la confisca al territorio limitrofo, le due strade furono proseguite : la Postumia col decumano mantovano Calvatone-Goito e la Vicinalis con l'altro decumano Spineda-Campitello-Mantova. In un secondo tempo, forse durante l'Impero di Claudio, quando fu costruita la grande via Claudio Augusta (la LXXXII B dell'itinerario di Antonino) Trento-Verona-Ostiglia-Modena, si completò il raccordo delle due strade cremonesi con questa, conducendo allora la Postumia da Goito all'Adige presso Verona, e la Vicinalis da Mantova al Tartaro, sopra Ostiglia. La Vicinalis, al num. XIII della Tavola Peutingeriana, e la Postumia, il cui tratto da Verona a Bedriaco fu percorso dalle truppe di Antonio, luogotenente di Vespasiano, in marcia contro i Vitelliani, sono dunque strade storiche. Ambedue escono da Cremona come due raggi leggermente divergenti ed uguali in lunghezza. A Calvatone la Postumia e a Spineda la Vicinalis fanno ambedue un gomito simmetrico per poi riprendere il percorso rettilineo fino alle rive del Mincio, cioè a Goito la prima e fino a Mantova la seconda, conservando la leggera divergenza iniziale (vedi foto attigua).
Dopo Goito e dopo Mantova cessa il parallelismo. Da quanto si è detto precedentemente ci è consentito di affermare che i due segmenti, compresi fra l'Oglio e il Mincio, sono strade romane del territorio mantovano e continuazione di quelle del territorio cremonese..... L'Autore, poi, per dimostrare la sua tesi circa il luogo natale di Virgilio, spiega, in base a preciso computo metrico, il parallelismo parziale delle due strade come l'attuazione di un unico progetto connesso con la tecnica della "castramentatio" e, nel caso particolare, con la "limiiatio" dell'agro mantovano operata da Ottavio Musa nell'anno 41 circa a. C. La via Postumia dunque partiva da Genova, passava per Cremona e, toccando Calvatone (l'antico Bedriaco o Bebriaco) e Goito (l'antico Got o Godium), proseguiva per Verona.
Attualmente il percorso che riallaccia Cremona a Verona, sulla destra Mincio del nostro territorio, è dato dalla strada Gazoldo - S. Maria - Goito, che coincide ancora con l'antica via imperiale; sulla sinistra Mincio è dato dalla strada Goito-Marengo-Roverbella-Mozzecane-Villafranca-Verona, che è una deviazione avvenuta in secoli più recenti. In realtà, l'ultimo tratto dell'antica Via Postumia metteva in comunicazione Goito con Verona, seguendo il percorso Goito-Torre-Merlesco-Massimbona, Sei Vie-Villafranca Veronese. Tale è il rettilineo tracciato tanto sulle vecchie come sulle recenti carte militari e denominato espressamente Via Postumia.
L'avv. Luigi Carnevali ha formulato l'ipotesi che la Via Postumia passasse nei pressi di Goito, dove c'è ora la corte Guà. La via Postumia, che congiungeva Cremona con Verona, forse avrà avuto un ponte, certo un guado, il che ci è attestato ancora dal nome della corte Guà (Guadus, Vadus) che perciò doveva essere una stazione. Un guado nei pressi della corte Guà ci dovette certamente essere per il trasporto dei passeggeri e dei paesani; ma resta più attendibile l'ipotesi nostra che ammette un ponte di riallacciamento più diretto delle due arterie nelle località dette Torre-Merlesco.
Anche i ruderi, che tuttora emergono, farebbero fede di una stazione militare esistente in quei pressi. Tale ipotesi è validamente suffragata, come abbiamo visto sopra, dal Prof. Dal Zotto, il quale afferma che "il proseguimento della via Postumia da Goito a Villafranca, a sinistra del Mincio, si andava progressivamente staccando dal territorio mantovano... Attualmente, tutto il percorso in parola, cioè Gazoldo-Goito-Torre-Merlesco, Sei Vie-Villafranca, è chiamato, secondo la tradizione popolare, con il nome di Via Levata.
Comunque, la Via Postumia, fu costruita dai Romani con fini militari per collegare le più dissite regioni dell'Impero. Lo dimostra chiaramente il fatto della duplice battaglia Bedriacense e del continuo passaggio di imperatori e generali romani a capo delle loro legioni.
In passato si poteva intavolare una discussione su l'ubicazione di Bedriaco e, tra le varie ipotesi, includervi anche quella di Goito; giocando sui seguenti dati : a) Bedriaco era una località posta sulla via Postumia; b) distava due giornate di marcia da Verona; c) era sita "Inter Veronam Cremonamque", tra Verona e Cremona, come afferma Tacito (Historiae Iib. II - III); d) era sulla sponda di un corso d'acqua che lo stesso Tacito, pur non nominandolo, classifica, con il termine di — rivus —, conveniente al Mincio; e) l'antico Castello Romano (Castelvetere-Castelvetro) e i recenti scavi archeologici, con la scoperta di sepolcreti, potrebbero fornire valide se non definitive testimonianze (si noti che i romani usavano porre i sepolcreti ai margini delle vie consolari). Nondimeno, la voglia di vendicarsi tale onore deve essere messa da parte perchè questa ipotesi, come quella di Canneto Sull'Oglio e di Seniga, manca del suffragio di maggiori elementi archeologici, di misure distanziali più precise e di notizie storiche più certe.
Le ragioni, invece, che identificano Bedriaco con l'odierna Calvatone (Cremona), sono così molteplici e palmari che noi riterremmo di cozzare inesorabilmente contro il giudizio di storici illustri quali Teodoro Monsem (Corp. Inscrip. I) e Mons. Parazzi di Viadana, se solo osassimo avanzare qualche pretesa.
Comunque, rimane vero che Goito situata su una di quelle strade romane, che rimarranno nei secoli a perpetua memoria della grandezza e potenza di Roma Imperiale, dovette assumere una notevole importanza strategica e partecipare poi lungo il corso dei secoli agli alti e bassi delle ricorrenti lotte militari.

L'eccellente posizione strategica fece di Goito un centro vitale di agganciamento tra la sinistra e la destra Mincio e un ponte obbligato di passaggio (vedi foto attigua).Dopo il governo de' Goti, Goito sentì l'impeto furioso di altre valanghe conquistatrici e subì orribili vessazioni. Nel 455 i Vandali, accompagnati da Alani e Svevi, entrarono nell'Italia mettendola a ferro e a fuoco; saccheggiarono Mantova e, per cacciare i Goti, si spinsero anche nel nostro territorio. Nel 458 Attila giunse con gli Unni fino al Mincio con il proposito di marciare su Roma e di conquistarla. Se non che, a Governolo, secondo la leggenda, Papa Leone 1°, gigante armato di santità e d'amore, piegò il "Flagellimi Dei", gigante armato di crudeltà e ferocia, risparmiando così a tutto il mantovano una seconda terribile devastazione.
Con la calata di Odoacre, l'Italia divenne, da provincia imperiale, provincia barbarica. Gli Bruii deposero l'ultimo imperatore Romolo Augusto, (476) iniziando quell'epoca che convenzionalmente si chiama Medio Evo.
Dopo il benefico regno di Teodorico piombarono in Italia i Longobardi, i quali si fermarono per quasi due secoli, dal 568 al 774 dell'era cristiana.
Nel 580 Agilulfo assediò Mantova e, in quell'occasione, fece pesare la sua mano rapinatrice anche sul nostro territorio; fu quella un'epoca triste in cui mali si aggiunsero a mali, poiché tra il 585 e il 589 si ebbe l'inondazione del Mincio, seguita dalla carestia e dalla peste.
Nell'anno 603 il territorio mantovano strappato ai bizantini dai Longobardi, entrò a far parte del loro regno, che costituiva una entità politica unitaria. Di fatti era diviso in 35 circoscrizioni o ducati, governati da Duchi residenti nelle città e rappresentati dai Gastaldi nei luoghi rurali. Probabilmente Goito era governato dal Conte longobardo bresciano per mezzo del gastaldo rurale di Sirmione.
Con la conquista del regno longobardo da parte dei Franchi, nel 774, le circoscrizioni o ducati si denominarono contee (Comi-tatus), governate dai conti (Comites).

Questi erano di due categorie : i conti urbani, che risiedevano nelle città, e i conti rurali, o porzionari, i quali, sempre dipendenti da quello urbano, estendevano la loro giurisdizione su una porzione del "comitato di campagna". A Brescia risiedeva il conte urbano. Uno di questi, il Conte Suppone, rimase famoso nella storia bresciana e in quella di buona parte del mantovano. I conti giuravano fedeltà al Re di cui essi erano vassalli o feudatari; la terra loro concessa si chiamava feudo.
Essi amministravano la giustizia, imponevano tributi, intimavano guerre e pagavano tributo di vassallaggio al loro sovrano. In ogni contea o comitato (da cui contado), vi erano luoghi di franchigia, obbligati al servizio dell'esercito o della corte del re detti appunto corti regie (curtes regiae). A queste presiedeva un cortigiano o un altro regio rappresentante. Le nostre attuali corti ricordano da vicino gli antichi costumi feudali franco - longobardi, come il vocabolo gastaldo è una traccia indubbia del sistema economico curtense.
E' certo che il Comitato (o Giudiziaria) di Sirmione, sede (Distretto o Residenza) di un giudice, aveva giurisdizione su un ampio territorio rurale ed era un centro politico importantissimo. Esso si stendeva anche lungo il fiume Mincio, come appare dai Decreti di Liutprando (712-736), di Rachis (744-748), e da un diploma di Lodovico (865).
Non si può definire fin dove si spingesse. Sembra che, in un primo tempo includesse anche Goito. Di fatto, il "cornitatus" o contea di Mantova si distese poco a poco sopra le possessioni di detta giudiziaria si impadroniva del feudo di quei di Sacca presso Goito, già possessione dei Conti di Lomello prima e de' Conti di S. Martino poi. Nel 1820 arrivava a Pozzolo dove Oddone, conte di Mantova, interveniva per competenza territoriale in una controversia tra i Monaci di Nonantola e il conte di Verona circa beni giacenti in Ostiglia. Durante il corso della lite, il tribunale teneva sedute a Pozzolo. "Odo, Comes Mantuae, posito placito in Curte Regis, quae dicitur Pociolo, ripa fluvio Mincio».
Nell'anno 861, Mantova aveva fatto qualche passo innanzi; aveva attraversato il Mincio spingendosi sin sotto Volta Mantovana e abbarbicandosi a Cereta : "in territorio Mantuano, ubi vocabolum est Cereto".
II Contado fu governato prima da un Vicario Imperiale, col titolo di Conte, e poi dal Vescovo, che, di tempo in tempo, fu investito dal Re d'Italia d'amplissima facoltà. Da un diploma del 1894, rilasciato ad Agilulfo dal re Berengario, ci vengono descritti i confini del mantovano nel modo seguente : "Da ambedue le rive del Mincio, incominciando da Valeggio sino al fiume Lario-ne...". Da questo e da altri documenti, si deve concludere che il Contado o territorio mantovano d'allora, ascendendo per il Mincio, dalla parte di Levante non andava oltre Marengo e Castiglione Mantovano e, a ponente, arrivava fino a Goito e Cavriana. Nel 976, allargandosi mano a mano, arrivava fino alle porte di Lonato e occupava Castel Venzago : "Villa Venzago, Comitato Mantuanense". A buon conto, anche stabilita l'appartenenza territoriale di Goito, per mutismo di documenti, resta sempre molto oscuro quale parte avesse la nostra borgata nel complesso sistema longobardo e franco.
Il periodo che corre dalla caduta dell'impero carolingio (883) alla elezione di Ottone 1° di Germania (962), è intessuto da una tragica serie di avvenimenti, di tradimenti e di macchinazioni raccapriccianti e sanguinose. Nell'oscurità di questi tempi, Goito appena si intravvede. Con la vittoria di Ottone 1° su Berengario e con la sua elevazione al regno d'Italia (961) e all'impero (962) la casa Canossa incomincia ad affermarsi per raggiungere l'apice della potenza politica attorno al 1027. Nel periodo comitale, che va dall'inizio dell'età Franca alla morte di Matilde (1115), Goito, tranne alcune eccezioni, fece parte della contea mantovana che era una circoscrizione puramente amministrativa del regno Italico. Come tale, rimase governato dai Canossa per quattro generazioni, dal 977 circa alla morte della stessa Matilde (1115), quando i poteri di governo da Lei esercitati sulle contee lombarde ritornarono, de iure, all'impero.
Durante questo secolo e mezzo di governo canossiano gli imperatori avevano largito a persone e ad Enti del mantovano numerose concessioni di carattere economico, non politico, in quanto non intaccavano le prerogative della sovranità imperiale, nè quelle del governo comitale sulla città e sul territorio.
Quest'ultimo si estendeva sulla sinistra Mincio fino verso Valeggio e sulla destra fino a Goito, Cereta e Cavriana. Dette concessioni furono fatte alla chiesa mantovana ancora prima dei Canossa (894) ai cives (cittadini) di Mantova (945) e agli arimanni della contea di Mantova (1014).
Gli imperatori largivano anzitutto privilegi alla chiesa mantovana per mezzo dell'episcopato. Tali concessioni già cominciate fin dall'epoca di Berengario I (894) continueranno durante i Canossa e fino al secolo XIV. Gli imperatori e i re italici donavano ex novo o confermavano all'episcopato mantovano:
(A) la proprietà di vastissimi territori nell'ambito della contea (canossiana) e fuori di essa, dichiarando tale proprietà esente da ogni pubblico gravame reale e personale;
(B) il provento di svariatissimi cespiti fiscali (diritti di ripatica, diritti sui mercati della contea, pedaggi, redditi derivati dalla zecca, dalla navigazione fluviale, dai mulini alimentati da corsi d'acqua, ecc.).
Si spiega quindi come Goito in tutto questo periodo non solo avesse molte concessioni appartenenti all'episcopato di Mantova, ma facesse anche parte diretta del governo episcopale quando l'imperatore nominava il Vescovo come suo Vicario.
Nel 1014 l'imperatore Enrico II concesse agli arimanni della contea di Mantova residenti in città e dintorni il pacifico possesso dei loro beni e di altri privilegi. Nel 1055 Enrico III garantì ai "Mantuani cives", ossia (videlicet) agli arimanni abitanti nella città di Mantova, la libertà da ogni molestia sulle pertinenze site sull'una e sull'altra riva del Mincio. Detto privilegio fu riconfermato da Enrico IV nel 1091 come premio per l'aiuto che Mantova gli aveva dato contro Guelfo e la stessa Matilde.
In realtà, e lo ripetiamo, tutti questi privilegi non erano concessi per sottrarre il governo della città ai Canossa, nè per riportarlo nelle mani dell'imperatore e, neppure per attribuirlo agli stessi cives, ma solo per concedere talune immunità ai cittadini e richiamare i conti all'osservanza delle leggi.
D'altra parte, se i Canossa non potevano disporre della contea che apparteneva all'impero, potevano disporre delle loro numerosissime proprietà feudali, allodiali e personali. Si spiega quindi come la contessa Matilde donasse, tra l'altro, ai monaci benedettini di San Genesio di Brescello non solo un priorato, un convento, una chiesa (Santa Maria in Caldone), ma anche beni stabili, nonché diritti feudali, tra i quali quello del pedaggio sul ponte.
Si è già detto che i Canossa ebbero dall'impero soltanto il governo e non la Signoria delle provincie loro affidate. Sicché alla morte di Matilde i poteri di governo esercitati sulle contee, compresa la mantovana, ritornarono de fure all'imperatore, il quale, di fronte alla crescente forza economica, politica e sociale dell'organismo civico, non nomina più i conti. L'eredità dei poteri dei vecchi conti (Comites) provinciali passa così a poco a poco al comune cittadino, che assume il governo politico del capoluogo e i nuovi conti rurali o del comitato rimangono titolari di proprietà allodiali o feudali.
Poco a poco i comuni urbani sconfiggono e assorbono i conti rurali estendendo il potere di governo all'intera contea. Questi nobili di campagna, a loro volta, si trasferiscono alla città per entrare nella lotta politica in concorrenza con le nuove famiglie della borghesia mercantile. A Mantova ia prima apparizione formale del comune si ha nel 1126. Gli altri grossi proprietari della contea (ex vassalli canossiani ed ora della chiesa mantovana) non aspirano a rivaleggiare con il comune.
Nel suo primo sviluppo, il comune si valse dell'appoggio dell'autorità ecclesiastica, rappresentata dal Vescovo Enrico V, di origine francese; nel trentennale interregno, che corse dalla discesa di Enrico V alla calata di Federico Barbarossa, acquistò una fisionomia nettamente originale, un'anima propria, unica ed inconfondibile. Il vescovo, assistito dai consoli, era anche capo del comune che, fin dal 1114, poteva vantare il suo Carroccio (Carro trainato da buoi, recante il vessillo sacro del Comune, con croce rossa in campo bianco). In quest'anno, il Carroccio era passato anche per Goito, conducendo fanti e cavalieri mantovani in aiuto dei cremonesi loro alleati, contro i cremaschi e i milanesi.
Nel 1133 l'imperatore Lotario II concedeva agli Arimanni Mantovani il godimento dei beni situati lungo il Mincio... Fu in questa occasione, che parecchie famiglie mantovane si stanziarono nel nostro territorio.
Ma le conquistate libertà furono tormentate, dentro e fuori, da lotte senza numero : famiglie contro famiglie, partiti contro partiti. Però il più acerrimo nemico delle libertà comunali fu l'imperatore Federico Barbarossa, il quale calò ben cinque volte in Italia a interromperne lo sviluppo. Di fatto, gli imperatori — re d'Italia — non erano disposti a riconoscere il crescente potere comunale. Concedevano privilegi per adescare i «cives» e quando incontravano ostacoli passavano alla lotta o imponevano i podestà o i consoli. Solo con la vittoria di Legnano (1176) da parte della 1^ Lega Lombarda e la pace di Costanza (1133) i comuni, compreso quello di Mantova, che aveva fatto parte del quadrilatero difensivo (Cremona - Bergamo - Brescia - Mantova), sono riconosciuti come enti territoriali dotati di autarchia e poteri amministrativi sull'ex territorio comitale mediante un tributo all'autorità imperiale. In verità, l'imperatore mantiene la propria giuridisdizione perchè è a lui che spetta la investitura dei consoli comunali. Dal 1184 al 1186 Garsendonio, vescovo di Mantova e vicario imperiale, fu anche podestà del comune.
Nel 1207 i Montecchi di Verona, spalleggiati da Ezzelino da Romano, cacciarono il Podestà Azzo D'Este, i Sambonifaci e tutti i loro aderenti Guelfi che si rifugiarono in Mantova.
Ma i mantovani e i ferraresi, con l'Estense alla testa del loro Carroccio, li posero in fuga e nella chiesa di S. Pietro Incarnario di Verona si giurarono mutua fedeltà alla presenza di eletti testimoni, tra cui un certo Fandofino di Goito. Le lotte continuarono. Degno di menzione è il concordato stipulato nel 1216 tra Bresciani e Mantovani, in quel di Guidizzolo, per la reciproca tutela dei loro confini.
Federico II°, incoronato in S. Pietro, dal mite Onorio, fu l'imperatore che più privilegi concesse ai suoi sudditi, uno dei punti strategici da lui preferiti per conferirli ufficalmente mediante investitura o per dare ordine ai suoi vassalli, era Goito. Ne fanno fede i documenti della sua "Storia Diplomatica".
La prassi della investitura imperiale cadrà verso la seconda metà del secolo XIII°, quando i comuni non la cercheranno più.
Federico fu l'imperatore che più lottò per ristabilire l'autorità cesarea e per mantenersi un ponte di passaggio dalla Germania alla Sicilia.
Nel 1236 scese in Italia contro le città della 2^ Lega Lombarda e mise a ferro e a fuoco gran parte del territorio mantovano. L'anno seguente, scese di nuovo, batteva i Comuni a Cortenuova (1237) e, accampatosi con il suo esercito in Goito, accettò la sottomissione di Mantova che si barcamenava tra Guelfi e Ghibellini. Il conseguente accordo fruttò la restituzione sia al Comune che ai singoli cittadini di tutte le loro proprietà e sanzionò il principio della libera elezione dei capi comunali .
Successivamente Federico II scese ancora in Italia e passò di nuovo per Goito onde marciare contro i Comuni. Ma a Parma (1243) e a Fossalta (1249) veniva sconfitto. Scomunicato da Papa Innocenzo IV, umiliato, abbandonato da tutti, moriva di violenta febbre nel castello di Ferentino, mentre sognava di impadronirsi di Roma (1250). Anche il figlio suo Corrado, cercò di continuare la politica paterna e a tal fine tenne un'assemblea di Ghibellini a Goito (1250). Se non che, ogni tentativo gli riuscì vano, perchè nel 1265 Carlo d'Angiò scese in Italia e, per Goito, si spinse su Mantova e sul resto della penisola per assicurare e consacrare il predominio della parte Guelfa.
Con la scomparsa di Corrado termina per l'Italia, e quindi per Mantova e per Goito, l'effettiva appartenenza all'impero.
Continua bensì, a sussistere un Impero feudale di nome Romano e di tipo Germanico, ma la giurisdizione si estende unicamente sino al limite nord delle Alpi. Di qua la libertà crea e moltiplica forme di governo tutte nuove. E se un capriccio della corte riporterà la penisola sotto il giogo dei Tedeschi, tre secoli più tardi, per l'unione della Casa di Asburgo con quella di Spagna, gli aspetti e il significato saranno ben diversi.
Avuto ragione dell'Imperatore, i Mantovani dovettero subire le pene dell'afferrato tiranno Ezelino da Romano, signore di Padova, e capo del partito ghibellino, ancora in auge. Già vinto a Ostiglia nel 1244, scese con potente esercito a Mantova nel 1256, con la speranza di conquistarla. Se non che doveva fare i conti con il goitese Sordello, uomo di grande valore e strenuo difensore della libertà comunale. Accampatosi a Porta Cerese e Pradella, Ezelino inviò ambasciatori in città per sentire come la pensassero i suoi maggiori esponenti. Sordello gli diede a nome di tutti, la risposta che si meritava. Oltremodo sdegnato, Ezelino mandò altri ambasciatori a intimare la resa sotto pena di severissime minacce. "Finché ci rimarrà un uomo — rispose Sordello — secondo la tradizione si difenderà la città. Piuttosto morire liberi che viver schiavi !". Il tiranno fece tagliare tutte le viti, devastare i campi, bruciare le case, ma i Mantovani, capeggiati da Sordello, non cessarono di resistere, finché Ezelino, dopo due mesi di orribili vessazioni, levò l'assedio per correre in difesa della sua Marca minacciata dalle truppe della Lega Guelfa e, infine, per scomparire dalla scena politica e dalla vita.
Sordello aveva salvato Mantova. E i Mantovani, riconoscenti, lo reputarono l'eroe delle loro libertà, lo colmarono di onori e lo crearono primo Signore della città.
Con le libertà comunali viene meno la società antica e sente crescersi, invece, la vita quel popolo nuovo che dovrà, poi, produrre il rinascimento.

Per comprendere meglio la posizione di Goito in questo periodo possiamo fare la seguente conclusione di quanto detto :
Nel periodo comunale (1115 - 1274) Mantova si trasforma da semplice circoscrizione territoriale amministrativa (contea) del regno italico in ente politicamente autonomo, che legifera, amministra, compie atti di giurisdizione, batte moneta propria, contrae alleanze, muove guerre, stipula trattati di pace e di commercio a suo talento, ma non cessa con ciò di riconoscere l'autorità suprema dell'Imperatore re d'Italia, e, salve circostanze eccezionali traduce tale riconoscimento in atteggiamento sincero di fedeltà politica ed ossequio rispettoso, riflesso del prestigio inoffuscabile della maestà cesarea.
Il Comune di Mantova, dunque, si considera erede dei poteri di Canossa e rivendicando poco per volta, la sua libertà, estende la sua giurisdizione anche sul Goitese. Così, per esempio, volle avere sicuro il passaggio sul ponte (vedi foto attigua), che oramai era diventato il cuore del paese, e il cui diritto di pedaggio era spettato ai monaci benedettini dell'Abbazia di Brescello.
Quando poi il governo di Mantova passò dalle mani dell'episcopato a quelle laicali, il Comune rivendicò la custodia del detto ponte e vi mandò i suoi Arimanni — uomini liberi — che furono detti Signori di Goito e costituirono la seconda consorteria, con il nome di CLOCHERIA.
Questi signori divennero nobili campagnoli e si può identificare il luogo delle loro dimore, perchè abitavano il Castello, ove esisteva la chiesa di S. Maria Maddalena, denominata appunto di Castello, poscia detta di S. Martino, oggi cinema comunale. Questi CLOCHIS possedevano terre proprie allodiali, e ne assunsero altre feudali dal monastero di S. Genesio. Con l'andare del tempo, non solo divennero i custodi del ponte, ma avocarono a sè il diritto di pedaggio, spogliandone il monastero del provento e ne passavano una parte al Comune di Mantova, che autoritativamente li aveva insediati.
Accanto a queste due consorterie c'era la plebania di Goito, gli HOMINES (uomini)che costituivano il vero Comune locale, amministrato da propri CONSOLI e retti da un Podestà il quale, perchè non fosse parte interessata nelle questioni da dirimere, sembra fosse mandato da Mantova. Così nella piccola borgata esistevano, in quei tempi, tre caste : il Clero, i Nobili, il Popolo. Le sopraffazioni erano inevitabili e come i Signori in Goito, detti della Clocheria, avevano, in progresso di tempo, avocato a sè i diritti feudali sul ponte contro i Monaci di S. Genesio, così gli homines (uomini), a loro volta, pare spogliassero i Clochis.
Già fin dal 1137 il Comune, per spirito di libertà e di indipendenza, aveva tentato di costruire un ponte proprio sul Mincio, ma i Monaci erano insorti a difesa dei propri diritti. Nel 1330, poi, i detti Hornines (Comune), appositamente convocati nella sala che oggi si direbbe del Consiglio Comunale, vendevano a un rappresentante dei Bonaccolsi (Prodromi della Signoria) una casa "in capitis pontis novi", vale a dire la porta del ponte stesso o la stazione. Ciò dimostra che il vecchio ponte, già dei Monastero, poi dei Signori di Goito, più non esisteva o ne aveva uno rivale di diritto del Comune, che così passava al signore di Mantova, il Bonaccolsi.
Fosse per la perdita dei diritti feudali sul ponte di Goito o per altre cause, il Milites (soldati), discendenti degli Arimanni di Mantova, posti a custodia del ponte stesso, andarono dispersi per le vicinanze o si ritirarono nelle proprie terre allodiali. Così i Clochis, propriamente detti, si rifugiarono a Carzedole prima, indi a Revere, i Coghi a Roverbella, i Melegari (da un "Dominus Melegarius" del 1100) a Medole, gli Ottoni (da un "Ottone de Clochis" del 1200) a S. Benedetto, e forse i Curti, come diremo poi, a Castellaro Lagusello e a Castiglione delle Stiviere.
Gli Hornines del Comune, invece, si conservarono radicati alla terra natale. Nomi di famiglie, che compaiono nei documenti di quei tempi, sussistono ancora in quel di Goito o sul Mantovano. Così nell'atto di vendita (dicembre 1300) di una casa in capo al ponte fatto dal Comune ai Bonaccolsi troviamo che vi figura un Bulla de Goffo, un Crexones de Cerinis, un Crescinbenus e altri e in un documento più antico del 1210, un Solferini, un Albertus de Zerinus, la famiglia dei Grassi e persino un Bonomi-nes.
Tra questi nomi non ci risulta quello della famiglia di Sordello. In una delle due biografie provenzali del poeta che ci rimangono, scritte non molto dopo la sua morte, si legge : — "Sordels fo de Mantuana, d'un Castel que a nom Got, gentils catanis...» — Gentils, qui non vale cortese, ma di famiglia gentilizia. Catanis, equivale ad abitante di un castello. Sordello era quindi di una famiglia che abitava il Castello di Goito, di pertinenza dei Signori di questo paese, discendenti dagli Arimanni, mandati colà dai Mantovani a custodia del ponte; discendeva dalla nobiltà campagnola, un tempo Milites; tale titolo, di fatti, è conservato anche da qualche documento provenzale del tempo. La sua famiglia faceva parte della Clocheria.
La seconda biografia comincia : — "Lo Sordello si fo ...fille d'un pauvre cavalier que avia nom sier El Cort..." — Suo padre era quindi, benché povero, un cavaliere, ossia un Miles, uno dei Signori di Goito; la parola sier, che corrisponde al Segnew francese e al Dominus latino, lo indica tale; Dominus è pure chiamato Sordello in alcuni documenti sincroni. Perciò era di Goito, di famiglia gentilizia, di quelle famiglie, cioè, che oltre a possedere terre, custodivano il ponte ed avevano diritti feudali sul suo pedaggio. Secondo la tradizione la proprietà della famiglia di Sordello corrisponderebbe all'odierna corte Sereno (vedi foto attigua), a Nord del parco Moschini e a breve distanza dalla Frazione Torre.
Richiamando quanto sopra riferito, proprio negli anni che precedettero la nascita del nostro Goitese o durante quelli della sua giovinezza, i Signori di Goito, ossia la Clocheria, vennero spogliati dei loro diritti feudali e le famiglie che la componevano andarono disperse per il mantovano; ciò spiega, forse, perchè Sordelio, fin dai suoi primi anni fu costretto a vita randagia e vagò ora quale trovatore ora quale uomo d'armi presso qualche Signore. E' probabile, di fatti, che anche suo padre, detto "Il Corto", fosse costretto a emigrare, dando origine alla famiglia dei Corti o dei Curti, che fino a questi ultimi tempi viveva a Castiglione delle Stiviere e a Castellaro Lagusello.
Diciamo è probabile, tenendo conto del modo con cui si formarono i più dei cognomi italiani, ossia del nome al nominativo singolare, indi al genitivo singolare, poi al genitivo plurale. Così, ad esempio : il Corto, i figli del Corto, i nipoti dei Corti e, omesso poi l'articolo, semplicemente Corti o Curti. Se ciò è vero, il "Pauvre cavalier» avrebbe ancora dei discendenti.
La nostra storia locale, come quella cittadina, dal 1000 al 1200 è storia quasi unicamente di contese e d'armi : multiforme, frammentaria, irrequieta, fugge anguillescamente, di mezzo alle innumerevoli vicende. Il comune Mantovano, dopo Sordello di Goito, segna una parabola discendente e la fiaccolata della libertà manda gli ultimi guizzi. Evidentemente la nostra borgata sentì l'influsso di questo periodo di transizione e d'incertezza. Dal giorno in cui Passerino, divenuto Vicario imperiale di Enrico VII (1313) annullava la carica di podestà e di capitano del popolo, la Signoria ottiene il riconoscimento ufficiale, acquistava la casa in capo al ponte, ora "Corte Dogana" (vedi foto attigua), cioè la stazione di pedaggio cessava anche la storia comunale di Goito.
I Gonzaga intanto, da emuli, s'erano fatti rivali dei Bonacolsi. Luigi, primo della serie, sfruttando con scaltrezza il momento opportuno ricorse alla politica del fatto compiuto, con un colpo di stato.
Luigi va considerato come il vero fondatore del Casato gonzaghesco. Per merito suo i Gonzaga affondarono profondamente le radici nel fertile territorio mantovano tenendovele abbarbicate per quattro secoli circa.
Origine intricata, magnifico sviluppo, ignobile decadenza, sono le tre tappe della loro parabola dinastica.
Essi governarono dal 1323 al 1707, prima col titolo di Capitani, (1320-1433), poi di Marchesi (1433-1540), indi di Duchi (1540-1707).
La storia di questi quattro secoli si potrebbe riassumere nei termini seguenti : alleanze e guerre senza numero con le città e territori vicini; conseguenti discordie, invidie, odii, rancori; matrimoni di interesse e favoritismi; tragedie di sangue; congiure e delitti; destrezza nel macchinare intrighi; gloria di valor militare; largo mecenatismo a favore di artisti e letterati; infine ascetismo religioso, misto a sadica voluttà di piacere, prerogativa del periodo rinascimentale.
Parecchie di queste caratteristiche proiettano luce anche nella nostra storia. Con Mantova, Goito è indissolubilmente legato ai Gonzaga; anche Goito, come Mantova, ha reso grandi, proporzioni fatte, i Gonzaga e questi dal canto loro, l'hanno reso splendido facendolo brillare di nuova luce. Il popolo goitese fu con loro docile, sottomesso e largo di aiuti, nonostante fosse spesso oberato di tasse.
Nel secolo dei cinque Capitani non mancano avvenimenti degni di rilievo. Ne segnaliamo alcuni. Nel 1334 la peste, già scoppiata l'anno prima acquistò una tale intensità, che decimò la popolazione in modo pauroso; contemporaneamente Antonio della Scala invase il territorio nostro spingendosi fin sotto le mura del castello. Più importante di tutti fu il prosciugamento artificiale del Mincio avvenuto per opera di Gian Galeazzo Visconti, conte di virtù e Signore di Milano e Brescia. Il pretesto lo diede Francesco Gonzaga, quarto Capitano Generale di Mantova, il quale, avendo concepito gravi sospetti circa la fedeltà della moglie Agnese Visconti, la fece decapitare, aderendo segretamente alla lega di alcuni Principi contro Milano (1492). Il Visconti, per vendicare la morte ignominiosa di Agnese e per sfogare il suo sdegno contro il Gonzaga, ch'era passato a seconde nozze con Margherita Malatesta, pensò di togliere a Mantova la sua naturale difesa con il prosciugamento dei laghi. Per riuscire nel suo conato ordinò una chiesa a Valeggio sul Mincio, in località detta Borghetto e cercò con ogni studio e forza di ingegnosi architetti, di rivolgere il corso del fiume verso Villafranca.
Sennonché lo sforzo grandioso andò a vuoto perché le acque ruppero gli argini e le macchine e precipitandosi paurosamente causarono ingenti danni lungo tutto il corso del Mincio fino alla famosa Rotta presso il ponte de' Mulini nel posto che, ancora oggi, si denomina Rotta di Porto.
Intanto non cessarono le molestie da parte di Gian Galeazzo, non più Signore di virtù, da duca di Milano. La guerra si trascinò per più anni con alterna fortuna, fino a quando nel 1397 il Visconti riusciva a cingere d'assedio la città e a devastare le campagne del mantovano. Anche Goito cadde nelle sue mani, sicché il Gonzaga dovette chinare il capo e stipulare una tregua decennale (1398) se voleva riavere buona parte dei suoi territori.
Un altro avvenimento di vastissima portata per il mantovano, sebbene nella sua origine riguardi solo indirettamente la nostra borgata, lega Goito ai Gonzaga. Nel 1399 infieriva in Mantova, più che altrove, il flagello della peste. Francesco Gonzaga non sapendo più quali provvedimenti adottare per frenare tanta calamità , si rivolse al Cielo emettendo un voto alla Madonna delle Grazie, che, se cessava la moria, avrebbe fatto costruire sui ruderi dell'antica chiesa un'ampia e sontuosa basilica. Il voto ebbe esito felice e l'opera sorse verso il 1400.
Crescendo, poi, di giorno in giorno, la rinomanza del Santuario e la venerazione per la Madonna delle Grazie, il Gonzaga e i suoi successori pensarono di facilitare le comunicazioni con i paesi e città vicine onde attuare maggior concorso di pellegrini.
Fu così che vennero costruite e sistemate parecchie strade tra le quali quella alta, sulla destra del Mincio, che da Brescia conduceva a Mantova intersecando presso Goito l'antica Via Postumia. Francesco fu il primo dei Gonzaga che possedesse un vero e profondo senso politico. E' vero che arrivò al potere attraverso il tradimento e la strage ma seppe mantenere un ben ordinato e prospero governo. Morì colpito da malore durante una sosta nel Castello di Cavriana (17 marzo 1407).
Giunti a questa tappa, il punto infinitesimale della nostra storia locale non si può considerare come un punto isolato dal gran quadro dell'Evo moderno (1492-1782); ciò che non era lecito nell'epoca precedente lo è meno nella presente, poiché i caratteri che distinguono l'età moderna dalla medievale, cioè la nuova forma politica assunta dagli stati, il progresso degli studi, la rinascita delle belle arti, i nuovi sistemi di guerra, ecc., esercitano un influsso particolare, sebbene ristretto anche nell'ambito di una storia locale.
Il feudalesimo è quasi del tutto scomparso e i grandi Stati, formatisi sulle sue rovine, vengono tutti retti da governi assoluti. Anche nell'Italia smembrata di questo tempo è assolutismo, diventerà l'asse attorno a cui si aggirerà la politica dei principali Marchesati succeduti alle minuscole Signorie.
A Mantova, per esempio, i Gonzaga si ressero sulle basi dell'assolutismo continuando, per altro, la tradizione familiare. Gian Francesco secondo acquistava per alcune migliaia di Ducati il titolo di Marchese dall'Imperatore Sigismondo. Federico secondo acquistava quello di Duca da Carlo V; naturalmente i titoli nobiliari accrescevano le esigenze stesse del dispotismo, che in certi luoghi, come a Goito, doveva manifestarsi più intransigente che non altrove, specialmente mediante le ferree imposizioni tributarie. Ragion per cui se in un primo tempo i Gonzaga seppero governare saviamente il loro Stato, basando essenzialmente la loro sicurezza sull'ubicazione privilegiata della città, che la rendeva chiave di posizione tra il Lombardo-Veneto, più tardi, sia per le nuove scoperte nel campo bellico, sia per la reazione dei sudditi oppressi, non poterono più resistere alle minacce dei potenti vicini.
Non di meno la loro città, annidata tra paludi e nebbie, fu un sole di prim'ordine nella storia rinascimentale nella cui orbita s'aggirò come pianeta di minute proporzioni il Goito dei Gonzaga. In questo quadro dell'Evo Moderno prende risalto anche la vita della nostra borgata. Prima di raggiungere il suo equilibrio politico-sociale, la nostra borgata deve attraversare ancora un periodo penoso.
Francesco Gonzaga lasciò unico erede e successore il figlio dodicenne Gian Francesco sotto la tutela del Senato Veneto. Il Consiglio del Comune lo elesse Capitano Generale — quinto della famiglia — e Signore di Mantova e Re Sigismondo, nel 1433, gli conferì il titolo di Marchese. Anche Gian Francesco si trovò tosto implicato in guerre esterne.
Siamo in momenti di grave anarchia per l'Italia Settentrionale, perciò non è facile seguire tutti gli eventi e tutti gli sviluppi di quella politica violenta che si faceva più a colpi di pugnale che per via diplomatica. Gli anni delle Compagnie di Ventura che ricordano il Gattamelata, il Carmagnola, il Piccinino, ecc. Anche i Goitesi dovettero assistere al passaggio di truppe prezzolate, militanti al soldo or dell'uno or dell'altro Signore. Ad aggravare la situazione concorsero non poco i frequenti cambiamenti di bandiera del Gonzaga, fattosi Capitano di Ventura.
Tuttavia Goito, da questo momento, appartiene definitivamente alla Signoria dei Gonzaga, senza più alcuna contestazione straniera. Lo prova il fatto che Gian Francesco Gonzaga concesse un privilegio decennale d'esenzione dai tributi a Goito e alle sue genti, Volta, Pozzolo e Cereta in compenso del passaggio e dell'occupazione del territorio. Poco dopo, cioè 18 settembre 1442, confermò le antiche concessioni fatte dai precedenti Vicari imperiali agli uomini di Baselganae (Vicariato di Goito, Sacchetta e Solarolo). E ancor meglio appare dalla sua disposizione testamentaria per la quale, venendo egli a morire di languore, in seguito alle sconfitte patite, smembrava i suoi Stati tra i figli: Lodovico, Carlo, Alessandro e Giovan Lucio (1444).
2 — Al primogenito Lodovico, divenuto secondo Marchese, toccava il Marchesato di Mantova con Goito, Marcada e quanto era compreso a sinistra del Po e dell'Oglio. Tale disposizione, che sorpassava ogni considerazione politica, concorse a preparare la debolezza e la decadenza della famiglia Gonzaga. I prodromi, se pur remoti, si rivelano già dai primi anni del governo di Lodovico il quale, alla morte dei fratelli Lucio ed Alessandro, potrà ereditare, senza contese, per le disposizioni paterne, i loro beni. Fu il fratello Carlo che gli diede non poco index.php?option=com_docman&view=download&alias=1049-commemorazione-storica-domenica-27-luglio-2014&category_slug=varie&Itemid=244filo da torcere. Abile anche lui nei frequenti mutamenti di bandiera, era passato dal servizio del Conte Francesco Sforza, Signore di Cremona, a quello della Repubblica veneta.
Nel 1453 Carlo comandava i Veneti con Gentile da Leonessa e Nicolò Piccinino contro le soldatesche dello Sforza capitanate da Lodovico. Il Piccinino organizzò una forte spedizione contro ii Marchese di Mantova per togliere ai Gonzaga Castiglione delle Stiviere. Dopo vari assalti gli riuscì l'impresa, per cui andò a sacco e rovina quell'infelice paese. Lodovico ne provò somma pena, ma fu maggiore il suo rincrescimento allorché udì scendere dal veronese il fratello Carlo, risoluto di ricuperare gli ereditari possessi che gli aveva poc'anzi ceduto. Il 14 giugno, per la via dell'Adige, Carlo raggiunse il fratello a Villabona di Goito, dove il dì seguente l'impegnò a battaglia. Dopo cinque ore di accanito combattimento da ambo le parti, i Veneziani vennero rotti; ritiratisi e sgominati totalmente presso Legnago, Carlo fu costretto a fuggire a Ferrara. A questa epoca, cessate le contese, si inizia un periodo aureo anche per Goito; per opera dei Gonzaga incomincia a premere un'attività mirabile che gli conferisce un aspetto nuovo e un'importanza notevole. Nonostante l'imposto giuramento di fedeltà, in base alla formula rituale, i castellani di Goito nutrivano molto attaccamento al Marchese Ludovico. Il Marchese Ludovico accrebbe splendore alla corte Mantovana per opera di valenti artisti, architetti e ingegneri.
Condusse opere idrauliche, incrementò l'agricoltura, l'industria e il commercio. E se si prodigò per abbellire e risanare la città, ebbe pure a cuore il territorio del suo marchesato.
La sua opera s'estese ampiamente anche a Goito, dove servendosi di Giovanni da Padova, valente architetto idraulico, e di quel genio enciclopedico, per quei tempi, che fu Vittorino da Feltre, innalzò palazzi, compì la fossa d'irrigazione detto Naviglio e gettò un ponte in cotto sul Mincio, alla cui opera concorse anche il Comune locale; edificò per sé una ridente villa, cui aggiunse un vastissimo parco; infine rese meglio munite le opere di fortificazione del Castello restaurando la bella torre quadrata che ancora oggi sussiste e facendo fondere una campana a ricordo delle sue imprese.
Evidentemente, con il progresso dell'agricoltura e del commercio s'accrebbe alquanto il benessere materiale e il numero della popolazione. Anche nel campo culturale si sentì un notevole influsso. In quest'epoca, Mantova passava per uno dei più insigni centri umanistici. Nel 1492 fu iniziata l'arte della stampa e vi fiorì così rapidamente che, in breve, sorsero parecchie tipografie. La scoperta della stampa e dell'incisione giovarono efficacemente alla diffusione delle opere dell'ingegno e di quelle artistiche.
E' cosa degna di nota che nella città più pagana d'Italia fosse pubblicato come primo libro, il libro più corrotto della letteratura : Il Decamerone.
Crescendo poi i lavori tipografici, s'impose la necessità di costruire cartiere locali. Così sorsero quelle di Mantova e di Soave e, in territorio Goitese, la Cartiera del Maglio, alimentata dalle acque del Naviglio.Per tali opere Lodovico emerge come uno dei migliori principi del suo tempo, per senno e per valore. Anche i Goitesi lo riconobbero come un benemerito del loro paese e gli furono sempre sudditi fedeli e riconoscenti. Ma nella primavera del 1478 s'abbatté sul territorio mantovano una delle dieci piaghe dell'Egitto : un'infinita quantità di locuste coprì la campagna da Goito fin oltre il Po devastando tutti i raccolti. Ogni tentativo per eliminare tali ingrati inquilini riuscì vano; giorno e notte lavorarono uomini assoldati dal Marchese Lodovico in ogni comune. L'esito di siffatta campagna antilocustica portò una terribile conseguenza. Sembra che gli acervi di coleotteri, rimasti insepolti, sviluppassero una pestilenza così violenta che si estese anche in città, e, in meno di sette mesi, fece perire nel mantovano migliaia di persone. La famiglia del Marchese si trasferì a Revere, mentre Lodovico, con i suo ministri Federico Secco, Giacomo Crema e Giacomo Bovalino, venne a Goito per trattarvi con quiete diversi affari di Stato. Il ritiro però non valse a preservarlo dall'epidemia. A malincuore dovette soccombere, sessantaseienne, alle tre di notte del 1 giugno 1478. Rimpianto da tutti, dopo due giorni venne sepolto, con pochissime onoranze funebri, in S. Pietro a Mantova. Una medaglia che fa parte della collezione numismatica gonzaghesca, ricorda ancor oggi quanto Lodovico legasse la sua memoria a Goito, con questa leggenda : LUDOVICUS DE GONZAGA — MARCHIO — WI GEITI (GODÌI). Ludovico Gonzaga, Marchese, Signore di Goito.
A Ludovico, detto il Magno, successe nella Signoria di Mantova in qualità di terzo Marchese, il primogenito Federico (1478-1484), al quale, secondo il testamento paterno, toccò in sorte il castello di Goito, come possesso ereditario del marchesato stesso. Le sue simpatie per Goito furono piuttosto poche. Forse glielo rese inviso una seconda invasione di locuste che, nel 1481 devastarono i territori di Cavriana e Goito. Prodigò invece i suoi tesori, le sue attenzioni alla villa e al parco di Marmirolo, facendone un luogo di delizie che parve condensare, secondo le affermazioni di un contemporaneo, tutta la bellezza e pulitezza d'Italia.
Ma la prodigalità che Federico usò per la villa e il parco di Marmirolo, la usò per la villa e il parco di Goito il suo primogenito Francesco II quarto Marchese di Mantova (1484-1519). Dotato di grande maestà nella persona, di seri e forti costumi, di maniere affabili e liberali, era caro a ogni classe della cittadinanza. L'educazione principesca fu secondata in lui dalle migliori disposizioni naturali, sicché a una vastissima cultura associò una profonda perizia dell'arte militare.
Nonostante i vari mutamenti di politica, che non è facile valutare, la battaglia di Fornovo da lui combattuta contro Carlo VIII (1495) e vinta sul Taro, presso Parma, rivelò il suo genio guerriero.
Fu in questa occasione che, accusato ingiustamente, scelse come motto della sua impresa il "Probasti me, domine", che Guglielmo Gonzaga farà dipingere, più tardi, nel Castello di Goito.
Appassionato della caccia e dell'agricoltura raccolse fino duecento cani e centocinquanta uccelli; appassionatissimo per i cavalli, ne fece venire da Napoli, dalla Sicilia, dalla Spagna, dalla Turchia, dalla Barberia, e dall'Arabia : s'immagini ognuno con quanto dispendio. Nelle scuderie del Te tenne numerosissime cavalle, fino a duecento, dalle quali estrasse quelle razze che divennero celebri, e i cui prodotti, per tanto tempo vennero riservati anche all'Inghilterra. A Goito volle concentrare anche tutta la sua passione classica, guerriera e venatoria. Continuando le cure dell'avo, abbellì il palazzo di tale splendore pagano che lo rese famoso al pari di quello di Marmirolo. Popolò il parco di numerosissimi e svariatissimi animali selvaggi ch'egli faceva arrivare dalle più lontane regioni e, nei ritagli di tempo concessigli dalle cure dello Stato, correva spesso a Goito dove, negli esercizi di caccia clamorosa, come s'usava a quei tempi, trovava riposo e si temprava per i cimenti delle armi.
Se non che, tra le tante vicende belliche, nel 1509 venne catturato e condotto prigioniero a Venezia.
Per merito suo e della sposa Isabella, intelligente e colta, Mantova divenne una delle più celebri corti del Rinascimento, tanto che superò quelle di Milano, Urbino, Firenze, Roma, Ferrara.
Morì a Mantova di lento deperimento il 29 marzo 1519.
Isabella, dopo la morte del marito, predilesse in modo speciale la Villa di Goito, come la più capace di lenire il suo dolore. Il suo nome, in quest'epoca, figura spesso sui registri di battesimo, poiché essa difficilmente rifiutava il compito di madrina per i figli dei suoi Castellani. E i suoi rari talenti le meritarono larghe simpatie più che al defunto suo marito.

FEDERICO SECONDO (predetto): Primo Duca di Mantova e Primo Marchese del Monferrato. (1530-1540)
FRANCESCO III : Secondo Duca di Mantova e Secondo Marchese del Monferrato (1540-1550)
GUGLIELMO GONZAGA : Terzo Duca di Mantova, terzo Marchese del Monferrato (1550-1573) e poi primo Duca del Monferrato (1573-1587).

Carlo V, reduce da Bologna, dove era stato incoronato imperatore dal Papa, volle sostare a Mantova dal 25 marzo al 19 aprile del 1530. Durante la sua permanenza con Diploma dato dal Castello addì 8 aprile 1530, conferì il titolo di Duca a Federico, il quale, nel giorno stesso, vestito di porpora e cinto il capo di diadema, dinanzi alla porta della Cattedrale, fu proclamato con magnifica solennità, primo Duca di Mantova. Diverrebbe difficile e troppo lungo il racconto delle feste, dei divertimenti, delle giostre, delle rappresentazioni e di tante altre splendidezze che in quella circostanza vennero fatte non solo a Mantova ma anche nel territorio di Goito dove il novello Duca, per ricambiare generosamente Carlo V e ingraziarselo per l'avvenire, pensò di offrirgli un breve soggiorno. Fu così che lo condusse con tutto il pomposo seguito anche nel nostro castello, dove lo fece assistere a giostre e tornei in piazza cavallerizza e a caccie clamorosissime nel parco e nei boschi di Villabona e Massimbona; l'ammirazione di quel Monarca, che orgogliosamente poteva esclamare : "Sui miei Stati non tramonta mai il sole", fu tale, che, partendosi, si congratulò con il Gonzaga.
Dopo quell'effimera parentesi Federico dimenticò Goito e memore del fasto e della grandiosità goduti a Roma e in Francia accrebbe lo splendore della corte, coadiuvato dalla moglie, Margherita Paleologa, incentrò tutte le sue attenzioni al parco di Marmirolo, al Palazzo del Te e al grande appartamento di Troia in Castello. E' questa l'età d'oro del ducato mantovano, in cui gli artisti più celebri come il Primaticcio, il Briziano, il Bertani, il Ghiso e Giulio Romano profusero i loro gioielli. Il possesso del Monferrato, poi, fece assurgere i Gonzaga all'apice della loro grandezza anche di fronte agli altri principi italiani.
Ma Federico ne trasse breve vantaggio; appena quarantenne, veniva a morire nel sontuoso palazzo di Marmirolo. Il suo nome appare spesso sui registri dell'archivio parrocchiale di Goito come padrino di battesimo.
A Federico successe il figlio Francesco III, il quale, aveva poco più di sette anni quando fu proclamato secondo Duca di Mantova e secondo Marchese del Monferrato (1545). Il suo governo fu brevissimo, ma imperniato a giustizia e a saggezza. Ciò si dovette all'opera degli zii reggenti, il Cardinale Ercole e Don Ferrante.
Il Duca moriva giovanissimo di polmonite fulminante in seguito ad un incidente capitatogli mentre cacciava nelle acque del lago; sicché le cure pressanti dei suoi tutori da un lato e la sua spensieratezza dall'altro ci fanno supporre che Goito risentisse solo indirettamente l'influsso benefico di un tal governo; Francesco non vi mise mai piede.
Ma ecco finalmente spuntare anche per la nostra borgata il suo astro luminoso: GUGLIELMO GONZAGA, terzo Duca di Mantova (1550-1573). Mentre l'altro fratello Lodovico ereditava i beni di Anna d'Alencon, madre di Margherita Paleologa e diventava Duca di Nevers in seguito al suo matrimonio con Enrichetta di Clèves, dando così origine al ramo che succederà più tardi a quello primogenito del ducato di Mantova. Guglielmo, dopo una parentesi di contestazioni per il possesso del Monferrato, ebbe la fortuna d'esserne creato primo Duca dall'Imperatore Massimiliano (1573-1587).
Cresciuto alla scuola del Cardinale Ercole di Gonzaga, Guglielmo si palesò tanto grande d'animo e sano d'intelletto quanto piccolo di corpo e difettoso di forme. Appoggiato validamente da accorti Ministri e da ottimi Magistrati, nei suoi 39 anni di governo cercò la tranquillità e il benessere dei sudditi mantovani, tutelandone gli interessi.
Nel 1551 ascoltò la petizione degli abitanti di Castello Borgo (Goito) e di Torre i quali lo supplicavano di liberare il massaro lacomo de Nicolini incarcerato per invidia. Nel 1552 i soldati del Marchese di Maragnano erano passati per il nostro territorio costringendo gli uomini del Commissariato a condurre forestieri, soldati e merci a Roverbella con buoi e carri loro. Alcuni terrazzani, rifiutatisi perchè le loro bestie erano fuggite a pazza corsa per paura dei soldati, furono condannati a una multa di 50 scudi. Ma i multati (6 di Merlesco, 2 di Sacca, e 6 di Solarolo) per mezzo del Governatore supplicarono Guglielmo di far guerra al Marchese di Maragnano imponendogli la restituzione. E il Duca li esaudì. Nel 1554 i sudditi dei Gonzaga circostanti a Goito fanno petizione a Guglielmo "perchè non siano costretti di andare ai molini de' Ceresarii come facevano una volta quando era dei padri di S. Benedetto e al presente del Signor Alessandro Ceresari, ma vadano ai loro mulini quelli di Capriano a Cavriana quelli di Volta a Volta".
cartinaNel 1555 Andrea Castelalto (Notaio e Locotenente) "a nome dei colonnelli di Solarolo, Callara, Sacha, Cerlongo, Torre, supplica il Gonzaga perchè rimetta al suo posto il massaro Iacomo de' Nicolini o il figlio Alessandro perchè: da quando costoro furono impediti di inserirsi in offici della Comunità — ci fu perdita per i poveri ospedali e in dieci anni che Giacomo ha mangiato non ha speso la metà di quello che si è mangiato in questo breve tempo".
Lasciamo di elencare molti altri atti di ordinaria amministrazione riguardanti le relazioni tra i Gonzaga e la comunità di Goito. Essi rivelano la simpatia e la bontà di Guglielmo verso gli «Ho-mini" della Rocca.
A quest'epoca, comunque, le condizioni di Goito, come scrive Giovanni Tinta nella sua Nobiltà Veronese del 1582, erano veramente floride. "Questo castello era di poche capacità, scrive il Tinta, et poco habitato dentro, ben popolato di fuori ne' borghi da popolo civile, mercantile et comodo di facoltà per le mercan-tie et per il suo fecondo et grasso terreno, onde gli è largamente ogni bisogno al popolo somministrato".
Già fin dal 1575 il Duca aveva autorizzato il nostro Comune a tenere mercato ogni venerdì. Tale autorizzazione ebbe conferma nel 1583 e nel 1714 il mercato sarà portato al sabato. Ma la nostra borgata ebbe la fortuna delle preferenze di Guglielmo Gonzaga come il campo più adatto che meglio l'aiutava a sfogare le sue aspirazioni artistiche e religiose. Per vero dire palazzi, ville, residenze principesche, luoghi di delizia dei Gonzaga, erano stati costruiti talora soltanto per nascondervi amori e voluttà; i più rinomati maestri d'arte pittorica, scultorica e letteraria lavoravano bene spesso, se pur inconsapevolmente, per questo fine. E' spiegabile come Giovan Battista Spagnoli, nonostante i suoi armamenti classici, fosse troppo ascetico, troppo severo perché la sua poesia potesse far presa su quegli spiriti imbevuti di paganesimo smidollato e propensi a santificare la carne più che lo spirito. Il Bandello e il Bibiena, scrittori che meglio esprimevano i gusti di quella società, fecero più fortuna. In queste parole che Federico di Gonzaga scrive a Baldassare Castiglione, c'è tutta l'anima sensuale del rinascimento : "Voressimo che ne facesti fare a Sebastianello Venetiano pittore un quadro di pittura a nostro modo, non siano cose di santi, ma qualche pitture vaghe et belle de vedere".
Per districarsi da questa vischiosa rete di sensualismo è spiegabile come il Duca Guglielmo sentisse il bisogno di iniziare una energica reazione che avesse il suo centro lontano da quell'aria infocata di lussuria che si respirava in città. Bigotto (chiamiamolo pure con il termine con cui lo definirono non pochi posteri) e sposo di un'arciduchessa d'Austria ancor più bigotta di lui, non doveva trovarsi a suo agio nei palazzi dove tutto parlava di paganesimo, dove dipinti troppo icastici corrispondevano così poco ai sentimenti suoi e a quelli della Consorte; amante della campagna, desideroso di aria più pura per la sua malferma salute, Goito gli divenne il luogo preferito, quello che meglio si prestava a sfogare le sue aspirazioni mistiche. Per tale motivo volle conferirgli un aspetto più ridente. Di fatto con un decreto del 9 luglio 1584 che inizia così : "Essendo questo nostro luogo di Goito nel sito in che si trova vicino alla città nostra di Mantova... con aria salubre et con fortezza migliore di tutti gli altri nostri castelli di questo Stato, per ciò meritando d'essere ripieno di habitatori vero hornamento delle terre...", concede al Comune di poter fabbricare "sarze" di ogni sorta.
Sorsero così numerosi palazzi al centro e alla periferia, quasi degna corona della progettata Villa, ch'egli avrebbe adattato a tutte le più minute esigenze materiali e spirituali. E' di quest'epoca la lettera di un mercante di panni castellano goitese :
"Serenissimo Signore, Alessandro Andreasi, castellano di Goito, servitore di V.A.I. supplicando V.A.S. gli conceda licentia di poter fare una bottega di panno tanto forestiere come terriere qui in Goito. Con che pregarà da Nostro Signore gli conceda ogni suo desiderato fine. Goito 5 giugno 1584".
Il duca, sempre largo di favori con i suoi castellani, ordinò al Senato di prendere informazioni e di riferire, e sulla relazione di convenienza concesse l'autorizzazione.
Se non che egli cercò di salvare la propria anima nelle pratiche di un culto troppo ristretto. Anche alla sua Corte, la morale, la decenza, la dignità umana cedevano spesso alle esigenze di Stato. Il lubrico incidente del matrimonio tra suo figlio Vincenzo e Margherita Farnese ne è una prova. Goito, comunque, fu uno dei centri di reazione al paganesimo rinascimentale. Un altro fu Castiglione delle Stiviere dove spuntò, come giglio tra il fango, l'Angelico S. Luigi. Guglielmo fu di ciò cosciente e tra gli ozi della villa parlava volentieri del virtuoso suo nipote. Nel 1587, quasi a testimoniare il suo affetto per Luigi Santo, pensava alla sistemazione dei Gesuiti in Mantova, quando, sopraggiunti i caldi eccessivi dell'estate, si ritirò nel suo soggiorno goitese dove si ammalò di tal febbre che lo ridusse all'estremo. Dalla bocca del suo intimo Federico Cattani il Duca ricevette l'inaspettata nuova della sua fine con sincera rassegnazione.
Fra' Mamelio Bottoli, Parroco regolare di Goito e membro della Congregazione di Fiesole, gli recò solennemente il Viatico, accompagnato processionalmente da tutti i Padri del Convento di S. Pietro. Ordinate tutte le sue cose, il Duca volle che gli si cantasse in forma liturgica il Vespro della Madonna. Era la vigilia dell'Assunzione e alle ore 23 del 15 agosto 1587, spirava.
La sua salma venne portata la notte stessa a Mantova e il giorno dopo al termine della processione funebre per le vie della città, fu tumulata innanzi all'altar Maggiore della ducale chiesa di S. Barbara.
Potremmo dire con orgoglio che Guglielmo è il Gonzaga che ancora vive nelle pagine della storia goitese. Dove nulla avanza, per lo meno resta il nome.
Ormai l'astro dei Gonzaga segna la parabola discendente. Da Vincenzo in poi la decadenza va sempre più accentuandosi per l'inettitudine degli uomini e per le avversità della fortuna. Goito ne segue la sorte. Il suo Castello, che rappresenta l'apoteosi di Mantova e dei Gonzaga, avrà una effimera durata e, come cent'altre imponenti costruzioni del tempo, verrà solo a indicare ai posteri le vestigia di un Casato spentosi e la caducità della potenza umana.
Si è detto che Vincenzo, quarto Duca di Mantova, dimenticò la nostra borgata. Per essere più esatti dovremmo dire che, essendogli venuto in uggia il Palazzo di Goito, perchè intonato a spirito religioso, si scelse abitazioni come quella di Marmirolo, le cui opere artistiche più profane e lascive gli acuissero meno i rimorsi di coscienza.
Il Muratori asserisce che Vincenzo non scarseggiava di mente ma era troppo portato alla spensierata allegria. Di fatto era grande giocatore, grande scialacquatore e sempre dedito al lusso e agli amici.
Non di meno, per quel misto di ascetismo e di edonismo che segnò il contrasto psicologico dei Gonzaga, Vincenzo attese anche a pii pellegrinaggi e a opere religiose. Fu per questo che, pur abbandonando il palazzo non dimenticò la nostra borgata. Infatti nel 1610, "diede principio esso Signor Duca ad un convento e chiesa per i padri Cappuccini in Goito, poco fuori la porta del Castello, ove assai agiatamente secondo il loro prescritto vi stanno da quindici incirca; ai quali assegnò anche alcune elemosine ordinarie della Corte, appartenenti al vitto, conciossiacchè per la povertà delle vicine genti, non potriano (se non malagevolmente) mantenersi in tanti di continuo. Nè dee tacersi in questo caso la religiosità degli uomini della Volta, terra ivi discosta cinque miglia, i quali nel fabbricarsi questo convento, vennero una mattina con più di cento carri di sassi, o pietre vive, delle quali abbondano, per concorrere anch'eglino con la detta elemosina a parte di opera così pia : supplendo nel rimanente al tutto il Signor Duca, Monsignor Vescovo con altri particolari".
Questo convento, con la relativa cappella, corrisponde alla odierna villa Giraffa, la cui costruzione per quanto rimanipolata lungo il corso dei tempi, mantiene tuttora qualche caratteristica di ex convento nel loggiato. In una lettera del 14 luglio 1611 Frate Patrizio di Venezia, cappuccino, e primo Guardiano del convento, pregava il serenissimo Signore che alle tante larghezze concesse in precedenza si degnasse aggiungerci quella d'un medico per la comunità di Goito. Il candidato, proposto dal Signor Nicolò, fattore di S. A. e accettato dalla comunità, era il Signor Giustiniano Cisonelli di Salò, il quale, secondo le norme di concorso, avrebbe dovuto presentarsi per gli esami davanti al Collegio medico mantovano e pagare una tassa di 50 scudi.
Se non che Fra' Patrizio onde ottenere più speditamente il medico propose al Duca che concedesse il placet con la dispensa dalle condizionali e il Duca la concesse "confidando nelle preghiere dei Frati". Il fatto poi che all'erezione di questo convento concorresse la carità degli abitanti di Volta, data l'indigenza della popolazione locale, di Mons. Francesco Gonzaga e di alcuni privati, dimostra all'evidenza come le finanze del Duca dovessero essere molto ammalorate. Necessaria conseguenza dello sperpero in sontuosità, feste, balli, commedie, musiche, amori illeciti che gli rovinavano la salute e l'erario e, per questa sua vita, era screditato presso le Corti italiane e straniere, dalle quali, inutilmente cercava danaro per colmare i suoi vuoti. Nel castello di Cavriana il 18 febbraio 1612 il Duca cessava di vivere a cinque mesi di distanza dalla moglie Leonora de' Medici.
Il suo successore, Francesco IV regnò per meno di un anno (1612) vivendo «senza infamia e senza lode». Il più dell'elogio che gli attribuiscono i contemporanei fu quello di essere morto senza figli naturali.
Gli subentrò nel Ducato il fratello Cardinale Ferdinando (1613-1626) il quale, per tutta la durata del suo principato, dovette lottare a difendere i possessi Monferrini contro gli attacchi di Carlo Emanuele di Savoia. Nel 1616 Goito divenne campo di belligeranti con suo massimo danno. Carlo Emanuele, padre della Duchessa Margherita, vedova del defunto Francesco, colse l'occasione della morte del genero per accampare pretese sui territori del Monferrato, sfoderando a tal fine tutta l'astuzia che gli fu possibile. Di fatto, onde evitare l'immediata successione del Cardinale mandò ambasciatori a Mantova per invitare l'infante Margherita a ritornare in Piemonte insinuandole il dubbio di gravidanza, poiché la giovane vedova avrebbe provato pena "a rimanere fra quelle mura che avevano veduto la morte del diletto marito e del tenero figlio".
Ma il Cardinale fu pronto a parare i colpi e fingendo di tranquillizzare il genitore, collocò Maria, figlia di Margherita, nel Monastero di S. Orsola e poi "permise" a Margherita di Savoia, che aveva dichiarato il suo stato, di ritirarsi a soggiornare nel castello di Goito. La Duchessa vi si recò con tutto il seguito venuto dal Piemonte; alla porta del Castello i padri benedettini, i padri di S. Gerolamo, i cappuccini beneficati dai Gonzaga e tutto il popolo fecero festose accoglienze alla Duchessa Vedova. Quivi fu trattata principescamente, ma anche sorvegliata con ogni cura. Quattro mesi vi rimase, finché, avendo dichiarato d'esserci ingannata circa il suo stato, abbandonò questo palazzo e per la via di Brescia si ritirò alla casa paterna.
Ferdinando si barcamenò ancora tra continue ostilità di uomini e di eventi, senza peraltro, trovare rimedio duraturo. Non gli sarebbero mancate buone qualità di Principe, ma egli preparò tremende catastrofi allo Stato e alla famiglia, perchè, tanto la sua condotta privata come quella politica dovevano perdersi in leggerezze e debolezze. A quarantanni morì consunto di lento atavismo lasciando le redini del governo a suo fratello Vincenzo secondo, settimo Duca di Mantova e quinto del Monferrato (1626-1627).
Vincenzo tenne il Ducato per poco più di un anno legando il suo nome alla vergogna della prima vendita della Galleria dei Gonzaga all'Inghilterra.
Al letto di lui morente furono celebrate le nozze fra Carlo di Rethel e Maria Gonzaga, figlia di Francesco IV, quinto Duca di Mantova. Carlo, morto Vincenzo, prese le redini dello Stato in nome di suo padre, il quale il 16 gennaio 1628 piombò a Mantova per prenderne la Signoria.
Così il ramo di Nevers si sostituiva al ramo primogenito e la potente famiglia dei Gonzaga poteva dirsi finita; non rimanevano che questi ruscelli collaterali i quali, seccatasi la corrente dalla quale erano nati, serpeggiavano fiacchi là dove essa avrebbe dovuto passare, e lentamente si impaludavano anch'essi.
Una storia locale non può essere avulsa dal quadro generale in cui si svolge. Dopo tutto, è l'uomo come individuo, come gruppo che contribuisce alla formazione della storia nazionale. Goito, da parte sua, tiene un'importanza veramente notevole da questo momento in avanti non foss'altro come scenario strategico entro cui incominciano a muoversi i protagonisti che operarono il Risorgimento. Siamo alla rivoluzione francese. E' il cozzo tremendo tra un mondo che nasce e un mondo che muore. Dopo guerre sanguinose combattutesi per le successioni dinastiche ai troni di Spagna, di Polonia e d'Austria, l'Italia, sul finire del 1500, trovasi smembrata in 15 o 20 staterelli, parte sotto l'Austria e parte sotto Principi assoluti, deboli servi dell'Austria o della Spagna.
Goito, legato a Mantova da vincoli dinastici o paradinastici, per un secolo o poco meno, rimase un brandello ghermito dagli artigli dell'aquila bicipite; per tale motivo nonostante il benefico influsso operato dalle salutari riforme di Maria Teresa e di Giuseppe II, non amò mai il dominio austriaco. L'assolutismo tedesco era stato ancor più schiacciante di quello dei Gonzaga, sicché i nuovi germi "di libertà, eguaglianza e fratellanza", della rivoluzione francese non tardarono a trovare terreno fertile anche da noi : poco dopo il 1789, per opera di una pleiade di uomini versati nelle scienze e nelle lettere, tali principi poterono svilupparsi e crescere.
La scintilla francese divenne celermente gran fiamma europea alimentata da guerre micidiali, che ebbero le loro tristi ripercussioni anche nel nostro territorio. Non mancarono preghiere per scongiurare il terribile flagello, come rivelano i documenti di archivio. Nel 1796 scendono in Italia altri amici d'Oltralpe a piantare il cosiddetto albero della libertà. L'armata francese, capitanata dal Gen. Bonaparte, entrò in Milano l'11 marzo. Per premunirsi da qualunque sorpresa, gli Austriaci spediscono il gen. Colli con la cavalleria napoletana e otto battaglioni a Goito; quando i Francesi piegano sul bresciano, il Gen. Beaulieu s'apposta a Rivalta, mentre il Colli pianta a Goito il suo Quartier Generale. I Francesi avanzano; Napoleone, passato il Mincio a Borghetto e respinto il centro dell'armata Cesarea, costringe il Gen. Colli ad abbandonare Goito e ridursi a Mantova con 6000 fanti. A nulla valse che il Capitano austriaco Mack avesse avuto il coraggio, con soli 40 dragoni, d'affrontare a Goito la numerosa retroguardia francese e di metterla in fuga. L'assedio della città durò suppergiù due mesi. Bombe e palle da fuoco vi piovvero senza fine, seminando spavento e desolazione; finché i Francesi, subodorato l'imminente arrivo del Maresciallo Wurmser, si diedero a precipitosa fuga.
I generali austriaci Rukavina e Wukossowick, sfruttando abilmente l'occasione, si diedero a inseguire il nemico, catturando un ingente quantità di materiale bellico. Anche a Goito furono trovati cinque cannoni di grosso calibro. Napoleone non si dette per vinto, ma centuplicato il coraggio e le forze, volò a contrastare il passo al Maresciallo Wurmser, che doveva discendere dal Tirolo; se non che questi, per un attimo più perspicace, divise l'esercito in due, facendone discendere una parte a Goito, dove pose il suo Quartier Generale, onde sorprendere i Francesi appostatisi al Mincio, e l'altra lungo l'Adige per accostarsi a Governolo e Borgoforte, onde impedire al nemico la ritirata. Sicuramente avrebbe snidato i Francesi, ma affrettate le operazioni senza attendere dei rinforzi, i suoi Cesariani furono battuti presso Castiglione delle Stiviere. Il Wurmser per riparare lo smacco accorse presso Bassano, ma Bonaparte lo prevenne con il lampo celere dei suoi manipoli, e, colta l'armata austriaca alla sprovvista, la respinse precipitosamente verso Mantova, con 21.000 uomini di meno. Fu questo un colpo decisivo, poiché le truppe francesi, che Napoleone teneva di scorta a Goito e a Marmirolo, compirono il resto. Continuò ancora la sanguinosa lotta : le perdite da ambo le parti furono rimpiazzate da nuovi contingenti militari; finché il Wurmser, tenuto il consiglio di guerra, trattava la cessione di Mantova, la quale passava in mano ai Francesi, il 2 febbraio 1793.
Goito, che aveva visto le scorrerie degli eserciti, ne seguiva la sorte, e l'albero della libertà, soffocato da cinque secoli e ora irrorato dal sangue di migliaia di vittime, parve crescere in pieno rigoglio...
In realtà non era che cambio di padroni. Nel 1797 venne proclamata la Repubblica Cisalpina. La nuova Repubblica mutò lo Stato di Mantova, ex gonzaghesco, e ora ex austriaco, in dipartimento del Mincio. Questo venne diviso in otto Distretti. Goito fu proclamato Distretto, con Pretura.
Effetto magico del miraggio libertà furono requisizioni in genere, imposizioni di contributi, taglie, vessazioni, prepotenze di ogni sorte e, colmo di sventura, la coscrizione obbligatoria. Gli ordini repubblicani fioccavano ogni giorno e i Parroci li dovevano leggere dall'altare. Sicché "Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini", e Goito ne fece bella prova.
Dopo la confisca dell'argenteria delle chiese avvenuta nel 1793 sotto pretesto di occorrenza per l'armata francese ritirata dal Veneto, Napoleone il 9 marzo 1797, emanava il Decreto di soppressione del rinomato Cenobio di S. Benedetto in Polirone. Nella spartizione dei beni confiscati parte pervenne alla Repubblica francese e parte alla Municipalità di Mantova, tra cui la corte di S. Martino in Goito, monastero fondato dal Duca Guglielmo Gonzaga. I monaci dovettero ritirarsi nel convento della provincia dove erano nati; il fabbricato, venne messo all'asta e la chiesa di S. Martino trasformata in uso profano.
Similmente venne soppresso il convento dei Cappuccini a Villa Giraffa, e furono confiscati i beni posseduti nel nostro territorio da molte altre comunità religiose, tra cui i Carmelitani, i Ministri degli infermi o Camilliani, i Serviti, le Monache di S. Giovanni delle Carrette, eredi dell'antica goitese Poma Visconti. Il 29 giugno 1797 venne emanato un Decreto con il quale, per tutelare l'igiene pubblica, si ordinava di allontanare, entro quindici giorni, i cimiteri alla distanza di un miglio dal centro abitato di Goito.
Fu allora che, in sostituzione del vecchio Cimitero, situato a destra di chi entra nella parrocchiale, si progettò il nuovo nella località denominata "Volto". Anche questo provvedimento, per quanto opportuno sotto il rapporto dell'igiene, veniva a ferire l'animo della popolazione, già duramente inasprita, la quale sollevò una sommossa che lo mandò a vuoto solo temporaneamente.
Fortunatamente il nuovo regime fu effimero.
In due anni (1797-1799) nacque, visse e morì sepolto sotto le imprecazioni di molti, i quali dall'albero della libertà spiccarono frutti abbondanti e scabrosi in buona parte e per loro non rimase che legna da ardere.
Intanto che il Gen. Bonaparte era volato "dalle Alpi alle Piramidi" per realizzare il suo superbo sogno di conquista, le potenze del Nord si accanivano per umiliare la Francia : Generali Cesariani e Repubblicani vennero nuovamente alle tregue. Il 5 aprile 1799 60.000 mila francesi e 50.000 tedeschi attaccarono battaglia lungo la linea del Mincio. La lotta durò accanita tutta la giornata e si concluse con la vittoria dei Cesariani i quali occuparono Goito e Castiglione delle Stiviere, facendone prigioniere le guarnigioni. Con la nomina del Maresciallo russo Suvorov a comandante supremo dell'armata austro-russa, le operazioni proseguirono sino al luglio 1799 quando i Francesi, assediati in Mantova, dovettero innalzare bandiera bianca. Goito ritornò a gemere sotto il giogo austriaco. All'ombra delle aquile vittoriose tornò a Mantova, in qualità di Commissario imperiale, anche il Conte Luigi Cocastelli. Ma il Gen. Bonaparte, reduce dall'Egitto, riprese le operazioni sui vari fronti. E' inutile rifarsi a tutti gli avvenimenti che portarono alla vittoria di Marengo. Degna di nota è la battaglia combattuta lungo la linea del Mincio, tra Austriaci e Francesi, con la presa e ripresa più volte di Pozzolo.
In questa occasione le milizie francesi, forzato il passo del Mincio, misero a soqquadro il paese e spogliarono la chiesa di Pozzolo di tutti gli oggetti più preziosi.
In seguito al trattato di Luneville, Mantova fu sgombrata dalle truppe austriache e tornò a far parte della Repubblica Cisalpina, la quale, poi, prese il nome di Repubblica Italiana con Presidente Napoleone. Il Capoluogo di Goito fu aggregato al Distretto ottavo del Dipartimento del Mincio e l'Amministrazione Comunale continuò a reggersi secondo lo spirito di libertà e uguaglianza. Numerosissimi sono i dispacci di questo tempo spediti al cittadino Parroco di Goito dai Presidenti repubblicani Canevalli e Venturi per avere debito appoggio nel buon esito delle feste civili e nel compilare il catalogo dei coscritti che dovevano compire il numero fisso dell'armata repubblicana. A Goito trovavasi una guarnigione composta di un buon numero di milizia e dell'ufficialità con lo Stato Maggiore. Nel 1805 fu fondato il Regno d'Italia, diviso in 14 Dipartimenti sotto il governo del Viceré Eugenio di Beauharnais. Sono di quest'epoca i provvedimenti napoleonici che riguardano la sistemazione del Mincio e del canale Naviglio.
Generale dell'armata d'Italia, Bonaparte aveva proposto un premio a favore di colui che avesse presentato il miglior progetto per ripristinare la navigazione del Mincio Superiore : assunta poi la corona d'Italia nel 1805, decretava di renderlo navigabile dal Garda fino al Po. Gli ingegneri in capo, Somenzari e Masetti, presentarono un magnifico progetto che, sfortunatamente, rimase lettera morta, nonostante le sollecitazioni portate a Parigi nel 1811 da una commissione mantovana. Nel 1807, secondo il nuovo sistema giudiziario, alle Preture vennero sostituite le Giudicature di Pace, portate al numero di 15 nel Mantovano; una urbana e le altre suburbane : di prima classe erano Viadana e Gonzaga; di seconda classe Bozzolo, Revere, Sermide, Castiglione delle Stiviere, Goito, Asola, Canneto; di terza classe Marcaria; di quarta classe Roverbella; di quinta Sabbioneta. Anche a Goito la giudicatura funzionò in luogo della Pretura fino all'anno 1918.
Il Comune era retto dal Podestà Giuseppe Bari.
Sotto l'Austria, Mantova fu classificata Provincia divisa in 17 distretti e 73 comuni : uno dei distretti fu Volta che comprendeva Goito, Cereta, Cerlongo, Vasto, Solarolo, Castelgrimaldo, Pozzolo, Monzambano, Castellaro, Peschiera, Ponti. Il nostro Comune venne retto da alcuni deputati, tra cui figurano Canevalli, Desiderati, Tosi, Ottonelli, ecc. e da un consiglio composto dei principali possidenti. Con il 1° gennaio 1816 la compilazione di tutti i Registri anagrafici (matrimoni, nascite, morti) venne commessa al Parroco, in luogo dell'ufficiale di Stato Civile. L'arciprete di Volta rivestiva la carica di ispettore distrettuale delle scuole e il Priore di Goito, oltre all'ufficio poco gradito di membro della commissione cantonale di leva, rivestiva quello di Direttore Didattico; ogni anno dal direttore generale della pubblica istruzione era designato come membro della commissione esaminatrice nelle pubbliche scuole. Verso il 1800, sede della scuola normale era l'oratorio di S. Croce. Nel 1833 le scuole elementari vennero collocate nell'ex convento dei Benedettini, dove rimasero fino alla costruzione della nuova sede.
Se non che sotto la Casa d'Austria, l'apparente iniziale libertà, divenne man mano ferrea e tormentosa schiavitù. Goito non ne uscirà che mezzo secolo più tardi per entrare, finalmente, nella grande Patria portando il fulgido corredo della sua antica grandezza e dei sublimi esempi del suo patriottismo.

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